#veritapergiulio: iniziamo da “Il Manifesto, quotidiano comunista”

Share Button

Il caso Regeni, il 28enne torturato ed ammazzato a Il Cairo, ha preso una piega pubblicitaria che cela responsabilità tutte nostrane.
Si pretende, sensibilizzando l’opinione pubblica nostrana con tweett e striscioni, di avere una verità sulla sua terribile sorte.

mail ilmanifesto morte regeni
Verità che tutti, in un modo o nell’altro, già conoscono: l’hanno eliminato perché, ostinatamente, “non s’è fatto gli affari suoi” in un paese del Terzo Mondo, islamico, governato, dai tempi dei Faraoni -tranne l’epoca coloniale- da un regime militare.
Ora si pretende che il generale Al Sisi ammetta le responsabilità della sua polizia, che magari reciti un islamico “mea culpa”, facendo le sue ammissioni e consegnando ai media i nomi degli aguzzini di Regeni: ma ve lo vedete?

Ribadiamo: paese del Terzo Mondo governato da sempre da regimi militari.
Si urla al delitto politico: gli egiziani con i quali abbiamo avuto modo di parlare, invece, rendono la tragedia tristemente più semplice.
Si tratta di individui -uno fa il pizzaiolo in Austria- letteralmente scappati dall’Egitto: hanno ben ‘attecchito’ in Occidente e non vogliono assolutamente più tornare nella terra dei Faraoni.
Ci spiegano che lì non fanno indagini: ti trovi in mezzo ad un comizio, ad una manifestazione di piazza? Iniziano le cariche, agenti infiltrati ti spingono dietro la ressa e da qui, caricato su qualche fuoristrada, ti portano da qualche parte, preferibilmente sotto terra, e qui ti massacrano di botte.
È un po’, nella tragedia di un lutto immenso per una famiglia sicuramente distrutta, quel che succede nel film Rendition (2007), in cui un egiziano viene consegnato dalla CIA alla polizia dell’Egitto, dove viene sadicamente ed inutilmente torturato con l’accusa di avere rapporti con il fondamentalismo islamico.

Il povero Regeni, probabilmente, ha fatto questa fine.
Ora si tenta, come da copione degli ultimi 60 anni, di esportare i valori occidentali nel terzo Mondo: il post-colonialismo, la sua storia, indica che la missione è impossibile. Modelli quali democrazia e libertà d’opinione sono inesportabili, perché quelle società e quelle culture, dove la vita stessa vale poco, li rifiutano a priori.

Infatti, il generale Al Sisi se ne frega: tanto, lui è il Faraone di turno.
Piuttosto, sarebbe da chiedere, per onore della verità, quella che almeno ci si aspetta in Occidente, a Il Manifesto se il giovane Regeni lavorasse con regolare contratto per il “quotidiano comunista”, che vende misere diecimila copie mensili (cartacee + digitali) pur ricevendo due milioni di euro annui di contributi pubblici: l’abbiamo chiesto (“Quanto lo pagavate?”) ma non ci hanno voluto rispondere.

E poi: non essendo stato Regeni giornalista iscritto all’Ordine, utilizzarlo come corrispondente, inesperto e allo sbaraglio (come tanti cooperanti, pacifisti, buonisti e sindacalisti che la cronaca ricorda solo per inenarrabili pasticci), è lecito?
In altri ambiti parrebbe sfruttamento della manodopera se non lavoro nero

Ecco: visto che si parla di verità per Giulio, iniziamo da qui, giusto per distinguerci dalla (in)civiltà dei Faraoni.

mail ilmanifesto morte regeni

Redazione

3 commenti

  1. Gianni1956 says:

    Mar 12, 2016

    Rispondi

    Sottoscrivo appieno quanto indicato nell’articolo. Purtroppi tanti italiani vivono con il paraocchi e vanno all’estero (in alcuni Paesi anche a rischio) credendo di essere in Italia. La verità è chiara ma nessuno farà ammissione di nulla. Stavolta è andata male a Giulio Regeni la prossima a qualcun’altro.

  2. Elisa78 says:

    Mar 12, 2016

    Rispondi

    e per i nostri Marò? Nessuno striscione?

  3. virgo says:

    Apr 8, 2016

    Rispondi

    il faraone se ne sbatte

Commenti

Nome *

Sito web

Ultime news