Udine, la banda del buco apre il park in piazza Primo Maggio

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Ogni despota che si rispetti magnifica se stesso e consegna ai posteri il ricordo del suo operato con un’opera monumentale: i faraoni, le gigantesche piramidi; Alessandro Magno, il mausoleo di Alessandria; lo Shah Janan, il Tj Mahal; Mussolini, il Foro Italico… il sindaco di Udine, un semplice, devastante buco.

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Un tempo, quando Bruno Vespa non pontificava a Porta a Porta, il popolo si affidava ai maghi e, nel contempo, non rinunciava a scrutare il cielo per trarne i segni e le più spaventose predizioni. Gli improvvisi bagliori, la forma delle nubi, non parliamo poi delle eclissi…

Ebbene, la giornata di sabato 12 giugno, è stata segnata da ben due eclissi: per la prima volta il Messaggero Veneto non ha annunciato l’ennesima presentazione del libro del suo direttore, ma, soprattutto, per la prima volta in assoluto sono scomparse le quotidiane gigantografie della governante.
E’ stato come levare i necrologi o le previsioni del tempo; sicché colti da una violenta crisi di astinenza, molti lettori si sono sentiti perduti e hanno cominciato a guaire: chi nella affannosa ricerca di una dose minima rovistando nei cestini della carta straccia, chi ricorrendo ai notiziari RAI, chi a quelli altrettanto governativi di Telefriuli. Scene da far accapponare la pelle!

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Che si trattasse di una giornata particolare lo si è capito dal momento e dal modo in cui il quotidiano ha dato la notizia della imminente inaugurazione: titoli trionfalistici e non uno straccio di tengo famiglia a firmare gli articoli straripanti del sacro fuoco apologetico.

Dopo un anno di successivi rinvii (a proposito chi paga le penali? Il solito Pantalone?) ecco dunque arrivato il fatidico giorno e, una volta sovrastimata la indignazione del popolo friulano, temersi la dovuta protesta. Ecco allora dalle terga del sindaco tremebondo sbucare una poderosa coda di paglia, tanto da dover organizzare una inaugurazione a porte chiuse, fra pochi intimi, come avveniva nelle ultime fatidiche giornate di vita di Ceausescu, quando ad applaudirlo erano solo le sue guardie del corpo. Senza poi contare il panem et circenses da offrire in serata al popolo bue, quasi a doverlo ammansire e stordirlo per non farlo riflettere, cioè per indorare la pillola.

Sentire poi il sindaco mettere le mani avanti e affermare che “Si tratta di un opera condivisa con tutte le istituzioni e le organizzazioni che hanno a cuore la città” è stato come dire chi non è con noi è contro di noi, a prescindere. E’ stato come demarcare uno spartiacque insormontabile fra i buoni che hanno a cuore la città e i cattivi che non si inginocchiano davanti al potere; è stato come innalzare una muraglia contro l’assalto delle “forze del male”.

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Ebbene sì, noi abbiamo contestato sia la procedura che a tempo debito ha impedito la espressione delle ragioni ostative, che la ubicazione stessa di un parcheggio che, per essere posto a ridosso del centro storico, altro non fa che attirare il traffico veicolare e, quindi moltiplicare la contaminazione dell’aria, con tutte le risapute patologie che ne derivano. E allora noi, che da sempre abbiamo motivato la nostra risoluta opposizione a quell’opera, noi non ci siamo sentiti offesi, bensì orgogliosi di essere accomunati a quel tal professor Settis o a quel padre dell’Urbanistica italiana che risponde al nome di Paolo Portoghesi, quando si è detto inorridito alla vista di quell’incredibile e dannoso parcheggio, appiccicato a ridosso del giardino del palladiano Palazzo Antonini.

E dire che l’amico Portoghesi, giunto in città per una lectio magistralis all’Università di Udine, non ha fatto a tempo a vedere le ultime volgari sistemazioni dell’area, i muri di cinta fatti alla moda dei New Jersey di un bianco cadaverico, privi di giunti di dilatazione, quindi destinati a frantumarsi come Dio vuole: tanto volgari da aver deciso in extremis di mimetizzarli con edere rampicanti, secondo il principio che amava ripetermi il compianto professor Somogyi: la verdura è mezza architettura. Una serie di opere di superficie oscene o per meglio dire consone più che altro ad una pista di go kart di una squallida periferia di una città del terzo mondo, che non a caratterizzare un luogo fra i più sensibili e praticati della città di Udine.

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Ed è già una fortuna che non abbiano potuto realizzare il progetto iniziale, cioè l’oscena costruzione fuori terra già approvata dal precedente sopraintendente e poi contrastata con le unghie e con i denti da quell’architetto Picchione che per aver avuto il merito di difendere il nostro patrimonio paesaggistico e monumentale è stata trattata a pesci in faccia, per non dire aggredita da una campagna stampa indegna di un popolo che si ritiene civile.
L’ha pagata cara la sua onestà intellettuale, sicché, andata via lei, la volgarità e l’abuso hanno preso nuovamente il sopravvento.
Insomma, andate a vederla quella pupinara, con gli occhi del contribuente e del Cittadino consapevole, non addomesticato dalle luci della ribalta mediatica delle autocelebrazioni; guardate il “marciapiede” intransitabile lungo Via della Vittoria o la gincana terminale di Via Porta Nuova, o le vistose dissimetrie, o il dozzinale fabbricato uffici messo a fare da testata alla recinzione del giardino palladiano.
Che dire poi del fatto di aver realizzato il parcheggio senza aver prima stabilito il piano viario e la sistemazione della piazza Primo Maggio nel suo complesso: al punto, di aver aperto un bando di gara solo a cose fatte!

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Il. fatto è che l’area che sovrasta il parcheggio è stata completamente sottratta alla fruibilità pubblica e cementificata secondo dei canoni che dire incivili è poco: con l’effetto di strapparci dalla radici, dalla memoria e dalla nostra storia, per il solito, abusato pretesto dello sviluppo economico, che nulla ha a che vedere con il progresso. Forse, gli unici a non stupirsene, anzi a sentirsi a casa loro saranno i numerosi Afgani e Pachistani che, bighellonando in città, potrebbero riconoscere in quel sito un che di familiare… il sapore della periferia di Islamabad o il fascino del nuovo centro commerciale di Kabul.

Nulla a che vedere con i rischi che corrono i non vedenti; provate infatti a mettervi nei loro panni e, una volta bendati, incamminatevi in cerca delle guide tattili previste dalla legge e messe lì a capocchia: ben che vada, vi romperete l’osso del collo.

Nulla sembra più legarci all’umanesimo del passato e a quella cura che già nel lontano 1171 fece sì che di quel sito se ne occupasse il Patriarca Volderico II di Treffen. allorquando, rivolto agli “Homines nostri de Utine” dispose di non alterare i luoghi, di curare il libero deflusso delle acque, cioè di “conservare in alveo, in quo nunc iuxta lacum fluere cernitur...”

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Come allora non ricordare la sensibilità e la cura condensata nei novecenteschi studi e progetti di Federico Marconi o di Gino Valle, per non dire della ipotesi di sistemazione della Piazza proposta a suo tempo da Roberto Pirzio Biroli. Altri tempi, altra cultura, altre idealità.

Oggi nessuno fiata: sembrano tutti avvolti nella nebbia del complice silenzio: gli architetti e gli ordini professionali; i cattedratici dell’Università di Udine che non muovono mai la coda per nulla; la deputata che celebra la bellezza, ma solo a parole; le associazioni ambientaliste; Italia Nostra; le dame del FAI Udinese da sempre impegnate in snervanti tornei di canasta…

Tibaldi Aldevis Comitato per la Vita del Friuli Rurale

Redazione

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