Tutti al mare! Proprio tutti?

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Raggiungere in giornata le località balneari… perché?

L’umanità ha sviluppato un curioso paradosso: quando posso dormire quanto voglio e riposare, mi sveglio presto e vado a stancarmi, e li chiamo giorni liberi.

Primo fastidio: la sveglia. Secondo fastidio: i ritardi che conseguono dalla mancata sveglia, propria e dei compagni di viaggio.

Grandissimo fastidio: il traffico.
Ciò che a dicembre dista una mezz’ora, spesso ad Agosto, nei giorni festivi, viene traslato in dimensioni parallele allo spazio-tempo che la fisica empirica ci dimostra ogni giorno, e quindi, complici traffico e movimento del gregge, un’ora e mezza di viaggio è garantita. Ma diventano anche due, tre…
Il serpentone di auto s’accalca in un curioso movimento a fisarmonica, su strade flagellate dal solleone, in mezzo a campi e piccoli paesi. Chi vuole spendere un po’ di più utilizza l’autostrada ma, si sa, il casello non è in spiaggia ed avventurarsi sul primitivo abbozzo del fantasmagorico Corridoio 5 (la vecchia tenera A4), implica spesso piccoli disagi: rallentamenti, incolonnamenti, incidenti, stress e odio per il genere umano.

Fastidio non da poco: il parcheggio.
Dove la andiamo a ficcare l’auto? A pagamento a sette chilometri dall’arenile? Ribaltata dietro una duna o dentro un canale? O la lasciamo sotto il sole sul morbido e fumante asfalto, in divieto, a squagliarsi come un gelato? Qualcuno ce la forzerà rubando la vecchia autoradio? Ci righeranno la carrozzeria?

Quattro o cinque ore dopo la sveglia, l’essere umano s’addentra finalmente in spiaggia: spendendo al minimo venti euro può gongolarsi sotto un modernissimo ombrellone di stoffa, in ventiduesima fila (si vede anche il mare!), tra il ginocchio del vicino bavarese e l’ascella, italiana, della “nonnina” dell’ombrellone accanto.

Ma tra ascella e ginocchio non si arriva schioccando le dita: bisogna identificare, sviluppando un semplice algoritmo, dove sia ubicato l’ombrellone (“aveva detto gialli o blu?”, “ cosa significa AB22/7?”), e raggiungerlo evitando d’alzare nuvole di sabbia, per cui sfilandosi le ciabatte infradito: cosicché si prova la medesima sensazione della camminata su pizza, calda appena uscita dal forno.

Raggiunto, con piaghe e vesciche, il sudato ombrellone, l’orgoglio d’avercela fatta, unito ai primi sintomi di una folgorante insolazione, fa sì che il vacanziero giornaliero, stremato ma felice, in un impeto di esuberante atletismo, faccia ciò che non deve fare: rimuovere l’involucro dell’ombrellone e issare la staffa dello stesso, tenendosi addosso abiti e bagagli.
L’involucro è di plastica e sta al sole da otto ore: già che ci siam scottati i piedi, infieriamo pure sulle mani.
La staffa sale comodamente sino all’ultimo centimetro: da qui in poi è masochismo.

Creata alla meno peggio quest’ombra di due metri per due, umiliati nell’animo e sciancati nel fisico, i più, quelli che non devono gettarsi a piangere in preda ad una crisi di nervi in mezzo a tanti occhi indiscreti, scelgono di bagnarsi i piedini.
Scendono la spiaggia, immergono le proprie appendici in un liquido salmastro e poco invitante, caldo e con una curiosa schiumetta da Cappuccino; scelgono di dirigersi verso il largo e iniziano a camminare sulle acque, sotto il sole cocente, fantasticando misticamente su Gesù e Mosè.

Dopo quindici minuti l’acqua è sufficientemente alta; possono tuffarsi, rinfrescandosi così finalmente il cervello ma aggrovigliandosi in un cumulo di alghe filamentose, non senza urticarsi con un paio di meduse.

Qual è a questo punto la prassi?
Risalire con sguardo seriamente inebetito, fare la coda per fare una doccia freddissima di acqua mista a cloro, raggiungere l’ombrellone scottandosi ancora i piedi, leccare l’ascella alla nonnina parlando al telefono del bavarese, mentre l’ambulante di turno, ti urla, come da copione, sempre e solo quella: “E chi non mangia Coccobello, non gli tira più l’uccello!”.

Che si mangia?
Visto che non si è fatta la spesa si confida nel fair-play degli operatori turistici, tutti lì a lavorare, per massimo sei mesi all’anno, per filantropia…

Usciti dal primo bar con le sanguisughe ancora alle cosce, ci si convince che il digiuno non può che far bene.

Dopo un’ora di ombrellone gli umani seguono differenti comportamenti: alcuni dormono, sbavando e russando; altri fumano in continuazione; altri ancora tentano, imbastendo strane costruzioni di zaini, lettini ed asciugamani, di abusare sessualmente del partner, sempre sotto un mare di occhi indiscreti; i più sinceri non sanno che pesci pigliare e si dichiarano disponibili a fare una passeggiata, un giro, insomma, ad andare via da lì.

Verso sera si torna dalle sanguisughe per bere una birra, si riprende l’auto (se non s’è sciolta) e si rientra a casa, sempre assieme al gregge, lasciando punti patente un po’ qua e un po’ là.

Tutti al mare!

Proprio tutti?

 MARE DI GUAI MIX1

Tommaso Botto

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