SMALP

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La Scuola Militare Alpina di Aosta: la SMALP.

Per chi l’ha iniziata un incubo; per chi l’ha terminata un fiore all’occhiello da tenere sul bavero della giacca per tutta la vita.

Non c’è più da qualche anno: ha cambiato nome, procedure di formazione ed impieghi.

I più che l’hanno frequentata erano gli Ufficiali di Complemento, ragazzi che anziché fare la naja normale, hanno scelto la strada più lunga, difficile e “disumana” per divenire uomini ed ottenere il grado di SottoTenente degli Alpini, fieri et orgogliosi.

Il reparto di destinazione poi era un’altra cosa: privilegi del grado, vita di caserma “normale”, ottimo vitto, alloggi personali, alta retribuzione, per minimo dieci mesi.

Il corso durava cinque mesi: dal primo all’ultimo istante il motto era “trovare lungo”.

Dizione difficile da comprendere se non la si sperimenta sulla propria pelle (e psiche).

La tattica d’addestramento degli allievi ufficiali (addestrati esclusivamente da ufficiali alpini) è quella delle antiche scuole ed accademie militari: soffocare la personalità individuale, addestrare alla sofferenza, al sonno, alle decisioni difficili, per forgiare un uomo che dovrà avere la responsabilità di altri uomini, implementando queste caratteristiche con le attitudini individuali (che non vengono soppresse in cinque mesi ma restano latenti).

Sveglie anticipate, contrappelli notturni, punizioni immotivate, accanimento nei confronti delle personalità esuberanti, punizione collettiva per l’errore del singolo: tutto ciò porta a creare una grandissima coesione (lo spirito di gruppo), il rispetto della disciplina, la fedeltà ai propri superiori e a quei concetti (oggi purtroppo desueti) quali patria e sacrificio.

Una particolarità: alla SMALP non si camminava; gli allievi facevano tutto correndo, dall’alba al tramonto. La preparazione atletica è indispensabile per formare i comandanti alpini: la montagna è fatica, è sudore, è freddo… la preparazione militare (pratica e teorica) si intervallava in un continuo progetto di formazione fisica: studiare, sparare, marciare, correre, allungarsi, potenziarsi… continuamente.

I primi giorni quasi tutti piangono: si chiedono chi gliel’abbia fatto fare, si pentono della scelta, di aver partecipato alle selezioni, di aver preso quel treno che li ha portati in un posto fermo nel tempo.

Il casermaggio costituiva il primo filtraggio: ogni corso perdeva quattro-cinque allievi nei primi giorni, poiché essi crollavano, salendo e scendendo le scale tirate a cera, sommersi da un enorme fagotto in cui era contenuto tutto l’arredo dell’allievo (abiti, calzature, piccozze, zaini, elmetti, giberne, ramponi…), del peso presumibilmente di 50 chilogrammi.

Bastava un niente e saltavano i legamenti.

Le urla dei comandanti, i discorsi d’annullamento, la mancanza di qualsiasi premio rendevano i primi giorni un inferno che faceva rimpiangere ai più il tempo degli studi universitari, rendendo tutti coscienti di che bella vita avevano fatto in precedenza.

Il sonno: la miglior arma, peggio di quelle chimiche o nucleari.

Una media di quattro ore di sonno al giorno, per cinque mesi; o per chiaro intendimento dei comandanti o perché ci si doveva arrangiare a studiare di notte per superare le tre sessioni di esami su tematiche militari (diritto e regolamento, addestramento al combattimento, NBC, armi e tiro…).

La denutrizione: perdere dieci chili in una manciata di mesi. Una sete bestiale, la borraccia piena e non poter bere.

Le punizioni: niente libera uscita per mesi, servizi aggiuntivi notturni e festivi.

Le marce: prove fisiche e psicologiche protratte nei giorni e nelle notti, nella magnifica cornice delle vette aostane. Dislivelli di più di duemila metri, in giornata, equipaggiati, armati e pittati (le parti di pelle visibili vengono coperte con striature colorate per amplificare il mimetismo.

La fierezza del rientro ordinato in caserma attraverso la città, gli sguardi commossi della gente comune, la fierezza dei petti, i canti della tradizione alpina durante la pulizia delle armi.

Quando la si è terminata si ricordano le cose belle, si dà per scontato il sacrificio, se ne apprezzano le alte virtù formative, ci si sente parte integrante di una tradizione che oramai, con l’esercito professionale, non c’è più.

Si rientra poi alla vita civile con la coscienza di aver fatto qualcosa di straordinario, di far parte di una elite.
L’elite di chi ha “trovato veramente lungo”.

Tommaso Botto

4 commenti

  1. […] perchè, Signori, aprite gli occhi,  con l’abolizione della leva il glorioso Corpo degli Alpini, PURTROPPO, è morto: ci sono soldati che fanno il loro mestiere ma non sono gli Alpini d’un […]

  2. […] Sottotenente al suo primo giorno da Ufficiale degli Alpini, ‘reduce’ da cinque mesi di SMALP, in cui rigore e disciplina forgiarono un tuttuno con italianità e Patria. . L’Alpino alla […]

  3. Fabio says:

    Dic 4, 2013

    Rispondi

    Colpito ed affondato. Fiero di essere uno Sten del 143°. Così fiero che me lo son tatuato sulla pelle. Perchè la Smalp me la voglio portare addosso tutta la vita

  4. GG says:

    Mar 19, 2014

    Rispondi

    Quando varcai quel cancello per l’ultima volta pesavo 52 chili. E hai ragione sul fatto che una sera piansi come un bambino perchè all’improvviso mi resi conto che forse non ce l’avrei fatta. L’unica cosa che mi ha tirato avanti, l’unica, è che dopo qualche settimana non mi sarei potuto immaginare in nessun altro posto sulla terra se non li. Volevo stare con loro. 134°!

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