SCURDAMMOCE O PASSATO

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Il 10 luglio è trascorso nel silenzio più assoluto il quarantesimo anniversario dell’ottavo peggiore disastro ambientale della storia. In compenso, Galletti ha festeggiato con Mattarella ed alcuni ex ministri inquisiti il trentesimo compleanno di un ministero dell’ambiente asservito alle politiche industriali delle lobby .

seveso

La mancata celebrazione di un evento tanto tragico ed emblematico come lo fu il disastro provocato dall’Icmesa di Seveso, non può certo dirsi casuale, né tampoco estraneo all’andazzo della politica dello struzzo, tanto meno a quella filo confindustriale ispirata dall’uomo solo al comando.

Ciò che trapela dagli studi epidemiologici portati a termine nel corso degli anni è inequivocabile: la bonifica dell’area, per quanto faticosa e dispendiosa ha portato i suoi effetti. Mentre nei primi anni si erano osservati aumenti della mortalità dovuti a patologie cardiovascolari e respiratorie, nel recente non si è riscontrato un aumento della mortalità generale o dell’incidenza di tumori maligni; ciò non di meno nelle aree circostanti si è constatato un certo aumento di neoplasie ematologiche tra cui linfomi e leucemie, fatto che conferma quanto già si sapeva a riguardo della tossicità della diossina; né deve trascurarsi il fatto che siano aumentati i casi di diabete e i tumori al colon retto e alla mammella.

Dopo Seveso sono arrivati l’Enichem di Manfredonia, Bhopal, Chernobyl, Fukushima, Ilva, tutte con il loro carico di vittime e sofferenze che hanno lasciato tracce indelebili nelle vite di migliaia di persone. Senza contare quelle orfane di cui nessuno avrà la forza di reclamare i colpevoli o quelle a scoppio ritardato che al pari del Mesotelioma si palesano a distanza di decenni con uno strascico di lutti e di drammatiche agonie. Tutte con il loro bagaglio di informazioni tardive o fuorvianti, tanto che a Seveso ci sono voluti giorni e giorni prima che la popolazione fosse informata dell’accaduto e avvertita del pericolo sanitario. Per essere stato personalmente coinvolto nelle indagini successive all’evento, ho constatato la morte di tre mila animali, l’abbattimento di altri settantamila, l’abbandono forzato di abitazioni, l’interdizione di ampie aree urbane ed agricole. Di certo, la tragedia, per quanto dolorosa, non è stata inutile: ne è seguita una accresciuta sensibilità in materia ambientale, una maggiore tutela dei lavoratori e una serie di norme che hanno ristretto il campo e le tolleranze di impiego delle sostanze pericolose, ma anche sancito regole più stringenti nella prevenzione degli incidenti industriali.

Celebrare il quarantesimo anniversario della tragedia di Seveso avrebbe significato accrescere la consapevolezza e tenere alto il livello di guardia; ignorarlo è stata una esplicita azione omertosa: un modo come un altro per avvallare il palleggio delle responsabilità e giustificare lo status quo alla ferriera di Servola (Ts), al sito inquinato dell’Aussa Corno (Ud), alla centrale a carbone di Monfalcone (Go), all’inceneritore di Fanna (Pn) o a quello non meno inquinante di Muscoli (Ud).

Perdonatemi, ma io non posso che sentirmi sconvolto dal fatto che gli abitanti del Maniaghese o di Muscoli non possano sentirsi tranquilli o che i loro bimbi non possano giocare nei cortili di casa senza il timore di essere contaminati dalla diossina. Non è infatti possibile che una spocchiosa assessora regionale all’ambiente minimizzi la presenza della diossina nelle nostre campagne e si faccia beffe delle preoccupazioni del Maniaghese, senza sentire l’obbligo di estendere le indagini sui terreni contaminati e di promuovere una commissione di inchiesta sulla inquietante vicenda dei polli alla diossina. Nulla ci renderebbe più felici di accogliere la fondatezza delle suo disinteresse, ma solo a patto di vederla ruspare per due o tre mesi in uno dei pollai incriminati: beninteso, sempre che le galline -che stupide non sono- ne accettino la compagnia.

E’ paradossale, ma invece di trovare nel Ministro o nell’Assessore Regionale all’Ambiente, uno strenuo difensore dei beni comuni e, auspicabilmente, un esperto di chiara fama, nell’ultima decade abbiamo sempre avuto la sensazione che la scelta dovesse cadere su di una mezza tacca, su di un politico di seconda o terza fila, messo lì ad addolcire le pillole e scelto in ossequio alle regole spartitorie del Manuale Cencelli. Così è avvenuto con l’attuale ministro Galletti che oltre all’appartenenza al centro destra, deve la sua competenza in materia ambientale alla professione di commercialista. Così il mese scorso, invece di commemorare Seveso, il ministro ha festeggiato insieme a tre predecessori attualmente sotto processo i trenta anni di fondazione del Ministero, cioè dal momento in cui in cui Craxi decise di istituirlo, scorporandolo dal Ministero dei Beni Culturali.

L’unico a non essere invitato alla gioiosa rimpatriata è stato quel poco galantuomo di Corrado Clini; ma questi, nonostante i suoi poco onorevoli trascorsi che lo hanno visto arrestare e rinviare a giudizio per corruzione, la esclusione dal festino non l’ha proprio digerita. Così, presa carta e penna si è rivolto a Mattarella e a Napolitano per dirsi offeso, per ricordare i suoi venticinque anni trascorsi in un Ministero che la vicenda dell’elettrodotto, e non solo, ci ha dimostrato essere di par suo.

Né possiamo dire che l’assessorato regionale all’ambiente goda di miglior fama. Se tralasciamo la nefasta stagione di Tondo, quando gli assessori, incalzati dalla nostra protesta, cambiavano ogni due per tre, quella odierna è perlomeno inquietante, per la vacuità delle argomentazioni, la gravità delle decisioni adottate e, in buona sostanza per la dipendenza dai poteri forti, siano essi i padroni dell’energia, o i gestori dei servizi idrici, o il raket delle cave. Non c’è problema gravemente sottovalutato che non le permetta di parlarsi addosso con toni trionfalistici o di sviarlo con argomentazioni furbesche. L’importante è di non dare spazio al contraddittorio, di avere a disposizione i tengo famiglia dell’informazione.

Volete sentire l’ultima? Ebbene, dopo la figuraccia maturata con la centrale a carbone di Monfalcone quando aveva imbonito la popolazione promettendone la chiusura, la poverina aveva rischiato una crisi di nervi. A forza di raccontarsela, lei, la governante, la sindaca di Monfalcone e il saputello Ghergetta, si erano dimenticati che la Regione, perdendo l’autonomia, aveva anche accettato di non ingerirsi negli affari dell’energia, tanto meno di non aver alcuna competenza sull’AIA (AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE). Cosicché, in barba ai tromboni e alle trombette, la proprietà della centrale ha potuto ottenere il via libera dall’ente statale; ma al tempo stesso non ha rinunciato al dialogo e, per evitare altre castronate, ha stemperato la cocente sconfitta dei nostri dilettanti allo sbaraglio con segnali distensivi ed un piano di lungo termine. Ebbene, non appena fumato il calumet della pace, la nostra assessora è salita in cattedra e il 20 luglio ha diramato un comunicato farneticante che se la canta e se la sona: “L’incontro di oggi segna una svolta fondamentale nella vicenda sul futuro della centrale termoelettrica di Monfalcone, verso scenari green e sostenibili. Dobbiamo questo primo importantissimo risultato alla fermezza della Regione (sic!!!), Provincia e Comune e all’approvazione del Piano energetico regionale” Mentre il comunicato prosegue insensibile alla vergogna, nulla è trapelato sull’osmiza del Carso dove si è consumato l’effluvio onirico, nè sul tavolo tecnico sotto il quale possa essere finito Gherghetta a fine serata.

Sono cose dure da digerire, come è dura da digerire la vicenda delittuosa delle aree inquinate del SIN che interessa la Caffaro, o la drammatica manomissione della laguna di Marano. Ebbene, se nel 2009 la Procura di Udine era arrivata alla conclusione che si trattava di una “situazione massiva di contaminazione… tale da causare un evento di danno e pericolo e danno per l’incolumità e la salute pubblica con compromissione di elevata portata per l’ambiente…” allora, perché non si è fatto ancora nulla? E dove sono finiti i dieci milioni e ottocento mila euro stanziati a suo tempo dallo Stato per disinquinare il sito della Caffaro? E dove è finito l’incarico affidato al solito direttore del Consorzio Pianura Friulana? E già che ci siamo, dove sono finite le tonnellate di Mercurio veicolate nei canali della laguna?

Mentre i nostri si pavoneggiano con le loro sciocche vanterie e le criminali omissioni, la perizia del prof. Perin concludeva prendendo atto di “una emergenza ambientale ecosistemica e profondamente sanitaria” E’ presto detto: fra il 1990 e il 2003 nel canale Banduzzi e nel Corno è finito un po’ di tutto, fra cui una tonnellata di mercurio (di cui si è persa traccia nel progetto dei dragaggi!). Contemporaneamente, il mercurio emesso in atmosfera e nei polmoni della gente dall’impianto di cloro soda è stato pari a 2 tonnellate e 367,6 chili. Se poi andiamo a vedere l’acqua di falda nei pozzi Caffaro scopriamo che il mercurio ha raggiunto valori di 200 microgrammi per litro, contro un massimo di 2 ammesso dalle norme; il benzene ha toccato il valore di 914 microgrammi contro i dieci ammessi; la p-Toluidina il valore di 485 contro un massimo di 10 ammesso per le acque potabili….e così via.

Con questi dati è difficile prendere sonno: in compenso, loro se la cantano e se la sonano.

Tibaldi Aldevis Comitato per la Vita del Friuli Rurale

Redazione

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