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SCI, GITA DI PROMOTURISMO FVG A BOVEC (KANIN) PER L’ENNESIMO ANNUNCIO
28 Agosto 2016 Inchieste
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Dopo tre anni dall’incidente forse riaprirà la ski-resort del Kanin, versante sloveno del Monte Canin. Perplessità sull’impiego dei finanziamenti europei.

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Dopo tre anni, ancora un comunicato -l’ennesimo- che annuncia l’imminente riapertura della cabinovia che collega il paesino di Bovec (Slovenia) al massiccio del Canin-Kanin.
Il dominio sciabile transfrontaliero, infatti, è monco dal Gennaio 2013, a seguito della caduta di due cabine, fortunatamente prive di passeggeri: l’incredibile incidente decretò la chiusura del versante sloveno per la vetustà degli impianti di risalita sloveni. Il contraccolpo s’è chiaramente sentito anche sul versante friulano.

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Questo comprensorio sciistico è stato creato nel 2010, unendo fisicamente, con impianti di risalita e piste da discesa, le due piccole stazioni sciistiche di Sella e del Kanin (nome sloveno del Monte Canin), la ski-resort più alta della Slovenia.
Dopo due anni dalla messa in regime del comprensorio sciistico italo-sloveno, un grave incidente -fortunatamente senza vittime- ha obbligato a chiudere tutti gli impianti del versante sloveno: la società di gestione è ben presto fallita e l’economia della bellissima vallata di Bovec ha iniziato a rantolare, nonostante Sella Nevea abbia consumato negli anni decine di milioni di euro della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia (sotto la guida di Riccardo Illy, ad esempio, ben diciassette milioni di euro sono stati investiti per collegare il rifugio Gilberti al Kanin).
Di questi 17 milioni di euro, non un centesimo è stato attinto dai fondi strutturali europei, pur essendo il collegamento sciistico transfrontaliero in questione un esempio emblematico di opera, appunto, “transfrontaliera”.
Niente fondi Interreg, niente ricorso al Programma Italia-Slovenia, nulla di nulla: i politici all’epoca spiegavano, forse con una certa incompetenza, che tale progetto di sviluppo non poteva rientrare nei rigidi paletti dei finanziamenti europei.

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Amarezza ed indignazione accompagnarono quella triste notizia: chiudere poli sciistici è sempre brutto, pensare poi ai 17 di milioni di euro spesi ‘solo’ per collegare la friulana Sella Nevea ad un deserto in quota fece storcere il naso a molti. Polemiche su polemiche, scaricabarile su scaricabarile… la solita mancanza di responsabilità dei decisori pubblici nostrani.

Negli anni si sono poi succeduti numerosi annunci, ultimo dei quali il comunicato diffuso ieri dal comune di Bovec: in verità accenna solo alla consegna dei lavori ultimati per i primi di Settembre (mancano tre giorni, in teoria). Il testo è la fotocopia di altri, un resoconto del periodico incontro tra il Comune sloveno, il Comune di Chiusaforte (sindaco Fuccaro) per il versante italiano del Canin, Promoturismo-FVG (con Marco Tullio Petrangelo, Enzo Sima ed Alex Spaliviero) e l’ufficio turistico sloveno, in gita tutti assieme alla stazione intermedia della cabinovia ‘aggiustata’ per meglio definire l’offerta turistica transfrontaliera.
Non vengono però fornite immagini di cabine che corrono su e giù: fonti giornalistiche, invece, segnalano che la funivia è ancora in fase di test.

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La riqualificazione, ad opera di Poma ( Leitner holding ), di questo obsoleto impianto di risalita è andata molto per le lunghe, fondamentalmente per problemi finanziari.
La società che gestiva l’impianto è fallita nei mesi successivi al grave incidente.
La Repubblica di Slovenia ha fatto attendere parecchio per la propria partecipazione alla spesa e giusto un anno fa garantiva ben 5,9 milioni di euro per il ripristino e l’ammodernamento dello ski-resort di Bovec (località facilmente raggiungibile anche dalla pianura friulana, via Caporetto): di questo capitale, 3,8 milioni di euro provengono dal Fondo di coesione europeo, programmazione 2007-13. ( http://www.svrk.gov.si/nc/en/media_room/news/article/1328/6118/ )

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Per taluni questo finanziamento è paradossale: il governo sloveno ha assegnato questi fondi “2007-13” appena nel Settembre 2015.
Ed il cantiere, in quota, è ‘partito’ poco dopo: i lavori, grazie ad un autunno particolarmente mite, sono proseguiti sino a Gennaio inoltrato. Molto è stato fatto, sinché però le avversità meteo, anche a 2.300 mt di quota, hanno interrotto i lavori.
A molti è suonata strana questa corsa contro il tempo con inusuali cantieri in quota aperti durante l’inverno: è chiaro, in questo contesto finanziario, il vincolo cronologico dell’utilizzo di questi fondi, datosi che la rendicontazione per la programmazione 2007-13 doveva terminare il 31 Dicembre 2015.
I lavori, nonostante lo sforzo, non sono ancora ultimati (e nonostante sia stata ripetutamente annunciata la riapertura del versante sloveno, data per certa già da Gennaio, quindi Marzo, quindi Luglio,..) ed i comunicati speranzosi del Comune di Bovec ‘sparano’ una riapertura per la prossima stagione sciistica.

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Resta però il dubbio di come possano essere certificate ed approvate dalla Commissione Europea queste ingenti spese protrattesi addirittura nel 2016. E in Slovenia lamentano il ritardo operativo del ministero competente.

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Ma questa vicenda stimola un altra riflessione sulla gestione dei fondi europei: Sella Nevea ha consumato negli anni decine di milioni di euro della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia: sotto la guida di Riccardo Illy, ad esempio, ben diciassette milioni di euro sono stati investiti per collegare Sella al Kanin.
Di questi 17 milioni di euro, non un centesimo è stato attinto dai fondi strutturali europei, pur essendo il collegamento sciistico transfrontaliero in questione un esempio emblematico di opera, appunto, “transfrontaliera”.
Niente fondi Interreg, niente ricorso al Programma Italia-Slovenia, nulla di nulla: i politici all’epoca spiegavano, forse con una certa incompetenza, che tale progetto di sviluppo non poteva rientrare nei rigidi paletti dei finanziamenti europei.

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“Nessuna fonte di finanziamento europeo”, dicevamo.
Questo è appunto l’altro paradosso sull’impiego dei fondi europei: su una stessa montagna, per costruire un impianto a fune, su un versante si fa ricorso ai fondi; sull’altro, quello italiano, assolutamente no.

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