Riforma provincie: stipendifici che ci possiamo permettere?

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Tra il dire e il fare… prosegue il dibattito al Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. Terza e quarta giornata delle audizioni della Commissione Speciale. Chi vuole cancellarle, chi mantenerle, chi richiama la necessità di rivedere l’intero assetto istituzionale.

 

Province enti di coccio. Il presidente della Commissione speciale del Consiglio regionale, Antonio Pedicini, le ha definite così, in apertura della terza seduta di audizioni sul loro futuro nel caso in cui la Corte costituzionale rigettasse il ricorso del presidente Renzo Tondo e anche la nostra Regione dovesse sottostare ai dettami governativi che imporrebbero il mantenimento solo delle Province di Trieste (in quanto capoluogo di Regione e dunque città metropolitana) e di Udine (per dimensione territoriale e numero di abitanti), mentre le altre diventerebbero enti di secondo grado, ovvero non eletti direttamente dal popolo.

Mantenere lo status quo è sbagliato – ha così esordito la presidente della Provincia di Trieste, Maria Teresa Bassa Poropat, che ha sottolineato la necessità di rivedere competenze e deleghe: alcune dovrebbero andare ai Comuni e quelle delle Province devono essere di area vasta, soprattutto quanto a trasporti, scuola e ambiente.
Quanto alla sovrapposizione degli enti – ha aggiunto – avevamo già chiesto all’allora assessore regionale Andrea Garlatti di ritrovarci per pensare come eliminare i doppioni, ma non abbiamo mai avuto risposta.
Il tema su cui il Consiglio regionale dovrebbe impegnarsi è il riordino degli enti, a prescindere da come finirà il ricorso. Ovvero le Province vanno ripensate secondo le vocazioni dei territori: ci sono due autorità portuali in Friuli Venezia Giulia (Trieste e Monfalcone) distanti pochi chilometri: perchè non unirle?

Mara Cernic, vicepresidente Provincia di Gorizia, ha ribadito che non sono un ente costoso, devono essere di area vasta, se fossero cancellate si avrebbe lo svuotamento della rappresentanza democratica.

Daniele Macorig, vicepresidente Provincia di Udine, ha dato ampia disponibilità per studiare e trovare soluzioni per contenere le spese.
Le diffidenze della Regione verso le Province – ha detto – ci sono sempre state, invece possiamo essere orgogliosi di quanto esse stiano facendo.
E non convince il declassamento da ente di primo grado a uno di secondo.

Eligio Grizzo, vicepresidente Provincia di Pordenone, ha raggruppato il discorso sulle Province in quattro questioni: di principio, di rinnovamento istituzionale, di risparmio, di decentramento funzionale.
Ha poi reso noto che dal sondaggio popolare portato avanti nel suo territorio, la maggior parte dei cittadini si sarebbe detta scontenta non tanto delle Province, quanto del fatto che i suoi dipendenti godono di uno stato privilegiato rispetto ai dipendenti privati.
Ecco, allora, la sua proposta: siano trattati come gli altri, addirittura diventino azionisti dell’ente Provincia.

A seguire, una serie di commenti dei consiglieri regionali, con una domanda secca di Enio Agnola (Idv) ai rappresentanti delle Province: non avvertite una burocrazia eccessiva oggi, con la presenza di tre livelli amministrativi?

La seconda parte della terza giornata dedicata alle audizioni in Commissione speciale ha visto tra gli ospiti il responsabile della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Trieste, Paolo Giangaspero, il quale ha individuato la potestà ordinamentale della Regione in materia di enti locali quale filo conduttore di ogni riflessione sul futuro delle Province delle Regioni a statuto speciale.
Tutto si gioca – ha spiegato – sull’equilibrio che si verrà a determinare tra tale potestà e le esigenze di controllo e disciplina dei meccanismi di riduzione della spesa pubblica complessiva da parte del centro.
Giangaspero ha, quindi, citato diverse sentenze della Corte costituzionale che dimostrano la non applicazione immediata del principio di sussidiarietà per quanto riguarda le Regioni speciali, nonché una serie di leggi che ribadiscono il coinvolgimento diretto degli enti locali quando si tratta di istituire o modificare circoscrizioni provinciali, mentre è assolutamente da escludere una ipotetica potestà regionale di soppressione dell’istituto provinciale.
Altro punto, per il professore, le città metropolitane, comparse in legislatura nazionale nel 1990 e in quella regionale nel 2006 con la legge n. 1: quanto previsto nelle disposizioni della spending review non tocca significativamente la potestà regionale quanto al loro disegno organizzativo.
Non da meno, però, il Governo qualifica il punto del decreto legge sul riordino delle Province come un intervento giustificato, in termini di competenza statale, in materia di coordinamento della finanza pubblica tale da costituire un vincolo da recepire da parte delle autonomie speciali, seppure con un margine di tempo più ampio di quello delle ordinarie.

Ed è stato su questo ultimo aspetto che si è soffermato particolarmente anche Dimitri Girotto, del dipartimento di scienze giuridiche dell’Università di Udine.
La Corte costituzionale ha chiarito più volte – ha affermato il ricercatore – che le Regioni si pongono tutte sullo stesso piano, essendo tenute a concorrere al conseguimento degli obiettivi finanziari dello Stato, soprattutto in quanto imposti dall’appartenenza all’Unione europea.
Ma Girotto non ha mancato di riportare un pronunciamento della Corte costituzionale del 2007 con il quale è stata evidenziata la natura di “ente costituzionalmente necessario” da riconoscersi alle Province, così come di far presente che la Provincia, se diventasse di secondo grado, sarebbe l’unico ente non eletto direttamente dal popolo ma che si vuole comunque rappresentativo del volere popolare.

Da ultimo, il presidente della Commissione paritetica Stato/Regione, Manlio Contento, ha parlato a titolo personale sostenendo che se si riduce tutto a una questione di costi ingiustificati, allora le Province vanno eliminate, ma è più giusto analizzare se esistono funzioni solo di livello comunale e regionale o, invece, ve ne sono di intermedie.
Poiché la risposta è positiva, perché cancellarle o accorparle – ha detto – se possono essere di riforma delle autonomie locali, essere un riferimento istituzionale e se possono ricoprire quelle funzioni che non possono ricadere sui piccoli Comuni (e guai pensare che tutti livelli possano finire sotto la Regione)?

Al termine, una domanda di Enio Agnola (Idv): “Si arrivasse a dover affermare che non servono più, che si dovrebbe fare delle Province?“.
Svuotarle delle loro funzioni e poi modificare lo statuto regionale ove le prevede – è stata la risposta dei due giuristi. Impossibile eliminarle – così invece Contento. Si potrebbe solo svuotarle, ma poi si dovrà stabilire se quelle funzioni devono essere gestite dai Comuni o dalla Regione.

Ma se noi preparassimo una legge ove si afferma che contribuiamo al contenimento della spesa pubblica – ha poi ipotizzato Roberto Marin (Pdl) – non accorpando le Province, ma anzi dando loro più competenze eliminando quegli enti che oggi appesantiscono il sistema, si vedano ambiti, consorzi, Ater, questo basterebbe a soddisfare il Governo?
È poi sufficiente il ricorso della Regione al primo decreto “Salva Italia” o è possibile impugnare anche il secondo?
Se la risposta a questa ultima domanda è stata facile e positiva, i due professori hanno dichiarato che non è possibile stabilire a priori cosa accadrebbe con la prima ipotesi perché si dovrebbe dimostrare che contiene il principio del coordinamento finanziario, cosa non facile.
Però è certo che molti enti possono sparire – ha rimarcato Manlio Contento.

Da parte di Franco Iacop (PD) la domanda è stata se sarebbe possibile congelare il sistema con le rappresentanze legislative oggi in essere, ovvero se si possono interrompere i mandati delle Province visto che le loro scadenze sono previste per il 2013, 2014 e 2015.
Fortemente contrario a che ciò possa accadere “pacificamente” si è detto il parlamentare, a detta del quale non è tanto scontato neppure poter trasformare un ente di elezione diretta in uno di secondo grado; scontati i ricorsi.

Ancora una giornata all’insegna delle audizioni, per la Commissione speciale sulla razionalizzazione delle Province e delle loro funzioni, presieduta da Antonio Pedicini (Pdl).
Ieri
 mattina, a parlare sono stati i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, del mondo imprenditoriale, artigianale, agricolo, cooperativistico e della minoranza slovena.
Se per il sostegno a spada tratta delle Province si sono espressi proprio questi ultimi, altri hanno proposto la creazione di aree vaste, chi la fusione dei Comuni della “Bisiaccaria” e altri ancora la fusione dei piccoli Comuni e la messa in comune dei servizi.
E non è mancato chi ha ammonito che la questione non diventi un mero alibi da fine legislatura.
In tanti, però, non si sono voluti esprimere né pro né contro le Province, ma per una razionalizzazione della spesa e la riorganizzazione complessiva dell’assetto istituzionale, dove non si esclude il riordino della pubblica amministrazione con la semplificazione delle sue procedure.
E che ogni soldo risparmiato con la migliore gestione del territorio sia riversato nelle casse della Regione stessa.
Da parte dei sindacati, poi, i dubbi sono andati anche al futuro dei dipendenti provinciali, a come sarebbero impiegati.
Le piccole e medie imprese, invece, hanno sottolineato che oggi sono di competenza provinciali settori quali costruzione e manutenzione delle strade; rilascio delle autorizzazioni, controlli e sanzioni per quanto attiene l’ambiente come ricadute per suolo e rifiuti; lavoro, con la gestione dei centri per l’impiego e le pari opportunità, formazione e sostegno alle situazioni di crisi provinciale: a chi si rivolgeranno le PMI in futuro?

I presidenti delle Camere di commercio del Friuli Venezia Giulia e una minima parte della stampa regionale: sono stati questi i soggetti che ieri pomeriggio hanno risposto all’appello della Commissione speciale presieduta da Antonio Pedicini(Pdl) che si era organizzata per ricevere 18 tra direttori di testate giornalistiche e televisive.

Per quanto riguarda le prime, punto comunque è stato affermare l’esigenza di un riordino non delle sole Province, ma dell’intero territorio.
Si tratta di enti con cui le CCIAA non hanno direttamente a che fare – è stato poi ricordato -.
Manca un testo a cui far riferimento, comunque la preoccupazione principale è stabilire a quali altri enti andrebbero le loro funzioni e con quali costi. Sicuramente gli enti intermedi vanno eliminati – ha però affermato poi la CCIAA di Udine -, ma che alla Regione vada un ruolo di indirizzo e progettualità, e si rafforzino i Comuni: una loro miriade non ha senso, ma vanno favorire le loro unioni e aggregazioni.

Per quanto riguarda i giornali Primorski Dnevnik e Novi Glas, la linea comune è stata la salvaguardia della minoranza slovena, che non sarebbe più garantita perché sparirebbe una figura democratica vicina ai cittadini.
Dunque anche da parte loro no all’eliminazione delle Province, ma sì a una loro riorganizzazione.
Sono ben altre le situazioni che, se cambiate, porterebbero dei risparmi.
Il periodo pre-elettorale – è stato anche affermato – non è il migliore per trattare questo tema che si presta a far demagogia.

Eliminarne almeno alcune nell’ottica del risparmio, ma senza intaccare i servizi, è invece l’idea dell’ANSA, che ha suggerito garanzie anche per quanto attiene un effettivo risparmio e un utilizzo intelligente del personale che dovesse risultare in esubero.

All’opposto, per Voce Isontina e per Vita Cattolica si vogliono abbattere le spese ma questo non basta per accettare tout court la cancellazione delle Province, anzi vanno salvaguardati gli enti di partecipazione diretta dei cittadini.
Il cambiamento istituzionale è doveroso, ma non all’insegna della spending review.
E no a enti di secondo grado – ha aggiunto Vita Cattolica -, che oltretutto non hanno mai brillato per bravura, da Comunità montane ad Aster.
Bisogna pensare a un nuovo soggetto di area vasta che lavori a contatto con il territorio, non formato da uffici accentrati.
Singolare l’aspirazione del Popolo della diocesi di Concordia-Pordenone: una grande Provincia che unisca Pordenonese, Bassa Friulana, Portogruarese e Veneziano, come già fa la diocesi. Invece non sarebbe gradito un ritorno alla Provincia di Udine.
Prima preoccupazione, comunque, deve essere che i servizi arrivino alla gente in forma immediata e non troppo burocratizzata.
Da ultima, è arrivata la doccia fredda del Piccolo di Trieste: non è possibile mantenere l’assetto attuale e ciò significa che voi non avete esercitato per tempo la riforma degli enti. Sapete qual è l’andamento reale delle entrate e delle spese: è puerile stare qui a parlare della permanenza o meno della Provincia quale ente simulacro. In regione ci sono “stipendifici” a volontà. Ma siamo certi che ce li possiamo permettere? Trovo discutibile che un cittadino si senta più o meno triestino, goriziano, pordenonese o udinese solo perché esiste l’ente Provincia, di cui non si è mai accorto sino a oggi. Voi avreste dovuto scrivere delle linee guida da sottoporci perché siete voi che avete avuto un mandato da noi, con le elezioni, a trattare anche questi argomenti. Non sono sorpreso che non abbiate scritto un testo perché la verità è che non lo avete fatto per quattro anni. Non esiste che uno fa proposte di riforma per il futuro, per la legislatura seguente (vedi quella della sanità promessa dal presidente Tondo per il 2014), ma ciascuno si deve assumere le proprie responsabilità e fare adesso per adesso.

Non abbiamo scritto un testo prima delle audizioni appositamente – è stata la difesa di Pedicini – perché ciascuno di noi ha una propria idea su come muoversi, ma volevamo uscire dagli schemi preconfezionati ed essere aperti all’ascolto.
Questa Commissione ha vita breve e già segnata: il primo ottobre saremo in Aula magari anche con un progetto di legge, fossimo molto bravi, ma comunque con una proposta.

 

“Provo una profonda delusione nel constatare un atteggiamento ‘sindacale’ di difesa, di conservazione delle posizioni acquisite, senza un’analisi seria e approfondita.
Tutti i soggetti coinvolti recitano la parte dell’imputato che si difende cercando di affibbiare la colpa a qualcun altro“.
Commenta così il consigliere regionale dell’Italia dei valori Enio Agnola le prime tre giornate di audizioni della Commissione speciale dedicata alla riforma delle province.
“Basti prendere ad esempio le posizioni, simili nella sostanza, di difesa a oltranza espresse dai rappresentanti delle province di Udine e Trieste.
Eppure – prosegue Agnola – la Provincia di Udine rappresenta un territorio molto vasto dove sono presenti ben 136 comuni, mentre nella Provincia di Trieste troviamo il capoluogo di regione con 208mila abitanti e appena 5 piccoli comuni.
Numeri che dimostrano in modo evidente come a Trieste la stessa presenza di una provincia sia del tutto incomprensibile.
“Preoccupa il fatto che non si riesca a cogliere l’esigenza di un ammodernamento istituzionale.
Gli amministratori provinciali – sottolinea Agnola – dovrebbero essere protagonisti di questa riforma invece di autoproclamarsi vittime sacrificali.
Questi atteggiamenti dimostrano che non si riesce a cogliere l’estrema distanza tra i sentimenti dei cittadini e i rappresentanti delle istituzioni.
“Impressionante, inoltre, l’assenza di contributi concreti alla discussione, in particolare da parte della Giunta regionale e dei rappresentanti dei principali partiti presenti in Regione che continuano a fare ostruzionismo – attacca il consigliere regionale -.
Oggi abbiamo un disperato bisogno di ridurre i livelli burocratici.
Per questo è necessario mettere mano subito a un progetto di semplificazione.
A pesare non sono le strutture e chi riveste cariche istituzionali, il vero costo insostenibile – precisa Agnola – è dato dalla struttura burocratica e dalle migliaia di pratiche prese in mano da soggetti diversi con moltiplicazione di costi e lungaggini a non finire.
“Per questo, dopo aver raccolto con grande successo nel 2011 le firme per la proposta di legge di iniziativa popolare sulla abolizione delle Province, oggi – conclude Agnola – l’Italia dei valori sta lavorando a una nuovo progetto che a livello regionale entrerà in profondità nel merito della questione, costringendo finalmente tutti i soggetti in campo a un confronto costruttivo”.

“Il riordino degli Enti Locali del Friuli Venezia Giulia, oggetto anche dei lavori della Commissione speciale, non dovrebbe limitarsi alla discussione sulla cancellazione o meno delle Province che, oltre a rivelarsi necessarie per l’erogazione di determinati servizi, garantiscono economie di scala, ma dovrebbe andare a fondo del problema rivedendo l’intera struttura della rete regione dei Comuni del Friuli Venezia Giulia.
Solo così si può attuare efficacemente la Spending Review”.

A intervenire sulla questione relativa alla riorganizzazione degli Enti locali regionali è il consigliere Piero Camber (Pdl) che ribadisce la necessità di intervenire sul riassetto dei Comuni della regione.
“Nella nostra regione – spiega Camber – ci sono 218 Comuni con rispettivi Sindaci, Giunte, Consigli, Uffici tecnici e amministrativi.
I comuni con popolazione inferiore ai 5000 abitanti sono ben 161 (il 74% del totale), 87 quelli con popolazione tra i 1000 ed i 3000 abitanti (40%) e ben 46 quelli che non superano i 1000 abitanti (21%), per non considerare poi casi simili a quello del Comune di Ligosullo che ha appena 192 abitanti, ma l’apparato burocratico amministrativo di un Comune qualsiasi.
“Non solo l’eliminazione totale delle Province nella nostra Regione, ma le aggregazioni di Comuni e l’esercizio integrato dei servizi ai cittadini determinerebbero risparmi reali – ribadisce Camber -.
Un vero risparmio con il quale si potrebbero liberare fondi da utilizzare per gli specifici interessi della popolazione.
“La Regione, quindi, dovrebbe obbligare i Comuni a unirsi per una corretta e reale Spending Review – afferma il consigliere annunciando di aver già depositato la una proposta di legge per la riduzione dei costi relativi alla rappresentanza politica nei Comuni del FVG e la razionalizzazione dell’esercizio delle funzioni comunali”.
L’avvio del dibattito tra i consiglieri è messo in calendario per la prossima seduta, martedì 11 settembre.

 

Redazione

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