NO PAY, NO PLAY!

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Vite da giornalisti freelance. Usati ma non pagati, letti e minacciati. Una giungla.

Pare che la ministra ‘Frignero’ (o Fornero ‘crematorio’, responsabile di Lavoro e Welfare del governo di RigorMontis) reputi che i giornalisti freelance guadagnino troppo. Per questa sua convinzione ostacola la legge sull’equo compenso e si inventa cavilli incredibili che trasformano la presunta riforma del lavoro in una palude, dalle cui sabbie mobili il consulente di turno rantola un “Non so che contratto applicare.”

A questo punto della storia d’Italia, possiamo ben rispondere: “Intanto paga, poi vedi tu”.
Perché il problema sembra essere proprio quello di pagare un giornalista, quasi non fosse un lavoro: stai tu, minchione, dieci ore al telefono, quindici al computer, sempre all’erta come un fuciliere assaltatore, su e giù, tra stampe e internet, a tentare di ricomporre il puzzle, parlando con l’industriale, il politico, il banchiere, il mafioso etc. E, cosa non secondaria, sai scrivere, consulente? Credi di saperlo fare, in verità sei un somaro!

Flessibilità insostenibile, compensi da fame, proposte di collaborazioni gratuite: questa è la realtà, per chi fa giornalismo puro, libero, senza bavaglio, deontologicamente perfetto, d’inchiesta (comprensivo di aggressioni fisiche e minacce legali), antitetico agli intrallazzi che sfociano negli scandali delle interviste a pagamento, sotto gli occhi di tutti da anni ma taciute in una sottintesa complicità.

Mentre il Pubblicista Mario Monti (con tesserino di pubblicista regalato) reclama una ulteriore utopica flessibilità (proprio lui che ha sempre avuto il posto fisso e adesso anche il vitalizio), lo invitiamo a scendere dal pulpito e a valutare, magari con attenzione, la brutta piega che ha preso il mercato del lavoro giornalistico.

Dacché il Professore ha iniziato a lanciare i suoi dardi contro il cosiddetto ‘posto fisso’ (che chi scrive non ha mai avuto il piacere di sperimentare), dal mare magnum di supposizioni, interpretazioni e azzardi che da più fronti si sono sollevati, eccoti uscire, come un coniglio estratto dal cilindro magico, l’unica vera verità che consegue dalla fanatica apologia della flessibilità insostenibile: un autorevole editore riduce i compensi del 20% (basti questo esempio).

Mala tempora currunt, non ci sarebbe niente di strano, in teoria.

Ma da quel pulpito non si può capire un accidenti! Provi, provi a scendere dal pulpito..!

Quell’editore, nonostante la collaborazione mensile sia fissa anni (anni!), non applica nemmeno il contratto Cococo: paga infatti secondo la ‘regola’ delle collaborazioni occasionali. Per cui, misero compenso, oltretutto lordo (tasse e contributi) e spese a carico del ‘prestatore’ (non ha neanche un nome decente!). Non stiamo a dettagliare i fatti personali ma, mettendoci un po’ di rudimentale aritmetica, da quella ‘collaborazione’ lì (occasionale ma continuativa e coordinata -?-), il lavoratore incamera una cosa come quattro euro all’ora. Lordi e comprensivi di qualsiasi eventuale spesa (telefono, computer, auto). Guai a dirglielo all’editore! Non che sia particolarmente permaloso ma ti fa capire, caro il nostro Presidente, che, con la fame che c’è in giro, può fare quel caspita che vuole. Perchè, non lo dimentichi, ognuno porta l’acqua al suo mulino e l’occasione fa l’uomo ladro.

È qui che Lei, ex consulente di Goldman Sachs, sta fallendo miseramente: la generazione che sta sotto i quarant’anni se ne frega della querelle sull’articolo 18, per il semplice motivo che queste garanzie non le ha mai viste nemmeno con il binocolo.

Lei, signor ex Rettore della Bocconi, sta suggerendo altri stratagemmi agli arrivisti che speculano sull’onestà intellettuale di giovani o meno professionisti che si barcamenano in attesa di tempi migliori (o di emigrare).

Lei sta offrendo altri manici di coltelli a personaggi che ci hanno già strappato, oltrechè soldi, la dignità: maniaci del profitto a tutti i costi che s’approfittano di uno Stato e di un apparato (quello della Giustizia) che latita, se non, addirittura, rema contro il buon senso.

E la Ministra viene svegliata, strombazza la fine della flessibilità cattiva, fa un grande minestrone, proclama la guerra ai contratti capestro, non si capisce bene, tutti hanno paura (anche i committenti) e, magia, si fanno lavorare i giornalisti senza contratto. Peggio di prima.
Senza, peraltro, risarcire le vittime di questi ultimi dieci anni di anarchia contrattuale: sei Cococo contemporanei per milleduecento euro al mese, li ha mai provati, Ministra? E cercando, in mezzo, altre colaborazioni perchè son tutte a termine.

L’ultima sfida della realtà potrebbe avere questo nome: collaborazione intermittente gratuita in prova a spot.
Telefonate brevi, richieste di preventivi con contenuti dettagliatissimi, opinioni d’indirizzo per nuovi progetti editoriali, testi di prova, mail di confronto, trattative lunghe secoli (tutte informazioni e nozioni che altrimenti costerebbero) col miraggio di una collaborazione nero su bianco, che mirano esclusivamente a procrastinare l’improcrastinabile: il lavoro va pagato.

Per cui, cari, numerosi ‘interlocutori professionali’: No pay, no play!

O pagate (subito) o non fate perdere nemmeno tempo. Anche perchè, questo lavoro, non siete capaci di farlo. Si vede, non ve lo diciamo, per carità ed educazione, ma non siete capaci.

Avete i soldi? Pagate subito e andremo d’accordo. Ma subito con un contratto: regolarmente.

Non avete i soldi o non volete pagare? Cambiate ambiente, fatevi una vita, un lavoro diverso.

Sembra che mettersi a fare l’editore sia diventato il refugium pecatorum dei falliti: capita di scrivere per x, n volte, poi non paga e dice “in cambio hai l’immagine, ti metto anche la foto, non ho risorse per pagare un giornalista”. Ma fai un giornale e non paghi i giornalisti? Ma chi se ne frega dell’immagine? La spendiamo forse al Despar?

Oppure, cosa molto diffusa e pubblica, nella totale inerzia dell’Ordine dei Giornalisti: se mi vendi uno spazio pubblicitario, ti pago l’articolo. Assurdo ma molto diffuso. Sistema che si cela spesso dietro alle cosiddette Associazioni Culturali: associazioni di quattro gatti che assicurano unminimo lucro ad un individuo.

Oppure: “Bello, bello il pezzo, utile a tutti, complimenti” ma nessuno lo paga. Complimenti orali, scritti, cibernetici ma… al momento di pagarlo, comprandolo al freelance, neanche un contributo spese (certe inchieste richiedono mesi, anni).

Altro esempio, di concorrenza sleale. ‘Garantiamo tesserino da giornalista (pubblicista) se scrivi gratis (per due anni)’. Sembrerebbe impossibile, dato che la legge prevede il lavoro giornalistico regolarmente retribuito per due anni. Eppure, tutto è possibile… e c’è chi lo fa. E, inesorabilmente ignoranti, lo propongono anche ai Professionisti…

Come quelli che chiedono, per trenta euro, benzina, appuntamenti, interviste, audio, testo per il web e foto. Trenta euro lordi che rientrano in una sorta di lavoro a cottimo celato dietro un CoPro. E poi arriva la stronza di turno che vive con mamma, non ha spese, brutta e sfigata che ti soffia il lavoro perchè si accontenta di venticinque. Questi soggetti andrebbero allontanati dalla categoria. Immaginate, poi, la qualità e l’approfondimento di questi ‘service‘ (in inglese è più figo e lo si può pagare di meno).

Cari editori, committenti, conoscenti che ci chiedete continuamente di scrivere questa cosa qui su quell’argomento lì: il lavoro va pagato.

Altrimenti, No pay, no play!

Tommaso Botto

1 comment

  1. […] nell’azione sindacale abbiamo uno strumento in più: una legge che impone agli editori di retribuire in maniera adeguata quell’esercito di collabor…, ma che finora è stato retribuito quasi sempre con compensi ridicoli, a volte sufficienti a […]

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