Quattro chiacchiere con Bruno Manfellotto (L’Espresso)

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C’erano un sacco di giornalisti, venerdì scorso al Future Forum di Udine.
Infatti, il direttore del settimanale L’Espresso, Bruno Manfellotto
ed il direttore editoriale dei giornali Finegil Luigi Vicinanza hanno partecipato ad un dibattito su media ed innovazione, giornalismo e web, grosse testate e piccoli blo: temi caldi, ultimamente bollenti

bruno manfellotto

Il web è “il presente, non il futuro, una straordinaria occasione di lavoro, comunicazione e informazione», secondo Vicinanza. E non è vero che cannibalizza la carta, anche se è evidente, ha continuato poi Manfellotto, che “ha cambiato completamente il panorama ‘industriale’ della carta stampata, che aveva già vissuto il primo grande cambiamento con l’arrivo della televisione”. Ma la carta continua a sopravvivere se difende il suo core business, se continua a fare bene il suo lavoro, di selezione delle informazioni, di verifica delle fonti e delle notizie, “perché è come se la carta rendesse più vero un fatto”. E anche il peso delle notizie che, nonostante il web, continua a essere diverso, anche nelle reazioni che ‘scatena’ tuttora. Soprattutto in Italia, dove la portata del web è stata capita in ritardo, nella velocità con cui ha trasformato la comunicazione. È perciò ancora in ritardo la pubblicità su web, che non riesce tuttora a compensare i costi del lavoro di redazione.

Direttore Manfellotto, come sceglie una notizia?
“Una notizia deve essere fondata, deve avere interesse generale e le fonti devono essere pulite”

Interesse generale, quindi la notiziabilità: come si attribuisce ad un fatto il valore di notizia?
Beh, è quello per cui ci pagano, chi fa il giornalista viene pagato per cercare notizie che sono d’interesse della collettività. Metodi di verifica sono comunque le vendite, le lettere, le e-mail, le telefonate, i commenti ma anche le pubblicità che premiano”.

Un buon titolo, come si fa?
“E’ una questione scientifica, in tutte le sue parti, sia nell’occhiello, ossia l’indizio dell’argomento dell’articolo, il sommario, ossia i dettagli della vicenda in esso descritto, il titolo vero e proprio, che fa riferimento alla notizia ed è costruito in modo tale da attirare la curiosità. E’ una scienza ma anche artigianato puro, un’arte che si apprende piano piano, come il falegname impara negli anni a creare un infisso: serve pratica, servono buoni maestri e la verifica sul campo. Un mio direttore mi diceva, quando il titolo non gli piaceva, che ‘il titolo non canta’, che quindi non aveva ritmo.”

Scrivere notizie sugli inserzionisti pubblicitari: è un problema?
“Se una notizia è fondata, la si dà. Ad esempio, scrivemmo dell’indagine per evasione fiscale su Dolce&Gabbana. D&G decise di levare la pubblicità, non solo al settimanale ma a tutto il gruppo; noi siamo andati avanti, decidendo di non parlare più di D&G: sei mesi dopo telefonarono chiedendo di reintrodurre la loro pubblicità.”

Web o carta? Tira più il sito o il giornale?
Diciamo che l’uno tira la volata all’altro: è forte il marchio, il brand. Contenuto e forma camminano assieme. Se il messaggio è sbagliato la forma, cartacea o digitale, non serve a niente. Comunque serve un contenuto forte e che colpisca. I risultati si vedono con le vendite, i commenti, le lettere e, ogni mattina, ricevo dalla divisione internet le statistiche del giorno precedente, dalle quali capisco subito, essendo molto semplici qual è l’argomento più seguito, il blog più seguito, i tempi sulla pagina.

Quante visite contate sul sito de L’Espresso?
Due milioni e mezzo di visitatori unici all’anno. Le pagine visitate saranno dieci volte tanto”.

 

Tommaso Botto

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