OGGHIAMMARE

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RACCONTO ESTIVO

 

ogghiammare

BIP-BIIP-BIP…

M’ha stufato ‘sto ‘Bip’, più del tubo che ho dentro al culo.
Sono finita così: con un tubo nel culo: anzi, è il mio nuovo culo.
Alla fine avevano ragione: tutto quell’Eternit mi ha mangiata dentro, mi ha trasformata e adesso sto morendo con questa grande tortura.
Con un tubo nel culo. E da sola. Come una poveretta, sola e dimenticata.

Ed è tutta colpa mia? No, no, no…

Andrea era il mio amichetto: era l’unico che mi sopportava, sono sempre stata antipatica a tutti.

Vivevamo in miseria ma alla fine ero contenta di quel che facevamo.
Soldi per una bicicletta a testa non ce n’erano: allora volavamo in due, io ed Andrea, su quel vecchio arnese di suo nonno.

Correvamo in lungo ed in largo, sempre vicini al mare o in giro per la campagna.
Io trattavo male Andrea ma lui non ci badava. Quando diventavo insopportabile mi lasciava da sola, dovunque ci trovassimo.

Tanto tornavo a casa a piedi, mica c’era tanta strada!

A casa era brutto starci: non sopportavo la puzza del pesce, anche se per mesi c’era solo quello da mangiare; non sopportavo i muri rabberciati, mi deprimevano quei vecchi mobili malconci e pieni di roba vecchia; non sopportavo mio padre che lavorava di notte e di giorno; non sopportavo mia madre che faceva le pulizie a casa d’altri; non sopportavo tutti i miei fratelli ed il fatto di dover dormire in un lettone assieme a mia sorella più piccola.

Io volevo essere ricca, quella vita non m’andava, volevo andarmene, volevo partire, tornare, salutare e ripartire…

Poi arrivò la TV: prima al Bar e poi qualcuno se la comprò. Andavo a sbirciarla a sera, dalla Signora Pina, di nascosto dai miei genitori, intrufolandomi in quella casa dal giardino che confinava col muro di casa nostra. Era un mondo che s’apriva davanti a me. Un mondo di musica, di luci, di applausi e di tante cose nuove, tante cosa de comprare, da mangiare, da vestire…
La TV forse è stata l’unica mia compagna: un’amica che quando rompe la spegni o cambi canale, più semplicemente.

Con la TV arrivò la malattia di mio padre.

Iniziò da quel vecchio zio, dove s’andava ogni tanto la domenica a piedi. Era il guardiano della montagna, c’erano tanti miei cugini, vivevano lassù e s’andava sempre a piedi, non c’era la strada, solo un sentiero.
Odiavo quello zio: mi teneva sule ginocchia e mi diceva cose orribili con una brutta voce roca.

Ogni tanto mi portava con lui alle stalle, sempre da sola: non volevo andare a trovarlo per questo, perché mi voleva sempre da sola con lui, mi diceva cose orribili, mi accarezzava e provava a baciarmi. Chiudeva quindi quel portone puzzolente e, stando in piedi, mi tappava la bocca con la sua mano e con l’altra iniziava ad accarezzarsi, guidando la mia mano, fino a “Mungere il latte di dentro”.
Uno schifo di uomo, non ci ho mai più pensato, adesso che sono qui in questo letto, tutta sudata e senza fiato, con i capelli corti e con un tubo nel culo, ci penso sempre.

Quella domenica dallo zio, mio padre iniziò a tossire sangue: non smise più, anche a casa. Non poté più andare a lavorare, sinché il posto lo prese mia madre, quand’egli morì, dopo tre mesi da quel giorno che feci “fare il latte” a quello schifoso di suo fratello.
Avevo otto anni.

Adesso ne ho 60, di anni, e ripenso a tutta ‘sta vita che non mi ha dato mai nulla se non continue brucianti scottature.
“Tu si come l’ogghiu a ‘mari”, mi rimproverava Andrea quando non ce la faceva più: i miei bei capelli, come i tentacoli dell’anemone, erano attraenti, diceva; poi però, conosciuta più da vicino, sfiorati quei capelli, divenivo velenosa, urticavo proprio.
Ho sempre dato fastidio alla gente, sono fatta così: ma non è colpa mia

Morto mio padre, la famiglia non ce la faceva.

Non bastavano mai soldi, né per mangiare, né per pagare l’affitto: odiavo tutti quelli che ci aiutavano, sembrava che ci facessero la carità per umiliarci.
Qualche settimana prima del lutto seppi della decisione, presa ancora da mio padre quand’era in vita: seppi tutto, però, mentre accadde.
So che in un angolo del cervello ho stipato questa dolorosa ‘scoperta’, che tiro fuori, che ho tirato fuori continuamente nella mia vita, tenendomela per me ma facendola pagare a tutti, a chiunque passasse sulla mia strada e, soprattutto, a chiunque scoprisse questo mio segreto.

Una sera mia madre mi portò con quattro cenci dalla Signora Pina: non mi portò nemmeno a dare un bacio a mio padre, mi piazzò “nella casa della TV”.
Non mi dissero niente, scoprii che mia madre e mio padre erano divenute altre persone, erano stati sostituiti, mi avevano cambiato famiglia, mi avevano venduta o, come lessi più avanti su quel documento in fondo ad un cassetto, ero stata adottata.
Ma vedevo mia madre, quella vera, ogni giorno: e mio padre era al cimitero. Ma avevo un nuovo padre. E i fratelli e le sorelle mi trattavano diversamente: quasi mi rispettavano e stavano zitti quando andavo a cercarli.
Non capivo perché: Andrea nemmeno volle aiutarmi a capire, anche se aveva quattro anni più di me.

Ma Andrea aveva capito, tutti avevano capito.

Ma nessuno me l’aveva spiegato.
Nemmeno quel vecchio porco di mio zio mi cercava più.

Crescendo, scoprii che non mi mancava nulla. Anzi: la signora Pina, la mia nuova madre, era ricchissima. Sfondata.
Potevo fare ciò che volevo, andavo pure in giro con l’autista, anche solo per andare a scuola: ma andare a scuola, leggere e studiare non mi piaceva.
E non mi piaceva neppure stare a casa con i due vecchi, i miei nuovi genitori, che erano anziani e senza figli. Che tristi!
E litigai con Andrea che mi diceva che ero sempre più ‘Ogghiammare’.
Odiavo tutti, in quel villaggio. Mi piaceva solo la TV e leggere i settimanali a colori, con tante belle signorine, sempre in viaggio, sempre lontano.

Volevo andare lontano: ottenni il permesso di sposarmi, ancora minorenne, con un ispettore ferroviario, l’unico che mi faceva veramente la corte, molto più vecchio di me,
Girai tutta Europa, presi continuamente treni in prima classe, carrozze-letto lussuose come alberghi di prima categoria e lunghe soste in veri alberghi, grandi Hotel, tanta nuova gente, da conoscere e da lasciare subito, ripartendo per una nuova destinazione.
Mi piaceva così: tornavo poche volte al villaggio, i miei parenti non li vedevo mai, né quelli veri né quelli che mi avevano comprata. Conoscevo tanta gente nuova, anche di classe, ma ci si frequentava per pochi giorni, poche cene, qualche festa… mantenevo rapporti sporadici solo con quelli più ricchi, non si sa mai. In verità, non sentivo mai nessuno più. C’ero solo io e mio marito che, tanto, lavorava sempre e vedevo solo a cena.

Mio marito fece allora quella bella pensata!
Mi lasciò incinta, disgraziato. Io non volevo una famiglia, tanto meno partorire, non sopportavo il dolore né l’idea di stare in casa, impacciata e poi soffrire, stare sveglia di notte…
Riuscii ad abortire un paio di volte, con le erbe che trovavo, anche con qualche alga che trovai in Normandia.
Ma, alla fine, ebbi due figli: un marmocchio e una stronzetta che non ho mai sopportato, innamorata di suo padre.
Tutta colpa di quell’ebete di mio marito: mi ha rovinato la vita, alla fine.
Tra il primogenito e la seconda nata ebbi quello che chiamano, probabilmente, un esaurimento nervoso: mi trovai a soffocare dentro una camera d’albergo, con quello che urlava e la pancia piena di quell’essere che cresceva dentro di me.
Diedi di matta e riuscii a farmi ricoverare per un paio di mesi in una clinica: tentai l’aborto ma non andò come volevo; mio marito capì allora che non ero portata per fare la madre ed iniziò a preoccuparsi di mettermi accanto una balia.
Ma non poteva portarsi in giro una carovana: quello stolto non aveva capito che dovevamo restare noi due soli, solo così eravamo liberi di andare e tornare, di allungarci a fare gite pazzesche in un paio di giorni liberi in qualche angolo del mondo…

Decise quindi che avrei dovuto attenderlo, per il più dell’anno, al villaggio, dove nacque mia figlia.
Povero scemo!
Nemmeno due giorni attese dopo il parto e se ne partì dopo di me.

BIP-BIIP-BIP ! Se mi arrabbio sto peggio: a ripensare al disastro della mia vita, a quanto male ho fatto, soffro le pene dell’inferno.

Quanto mi fa male ‘sta sonda, ho chiesto un antidolorifico più forte ma quella stronza dell’infermiera m’ha preso in antipatia.
Tanto per cambiare!

I miei genitori adottivi comunque continuavano a venerarmi: soldi, regali, servitù, non mi fecero mancare nulla.
Riuscii addirittura a sbarazzarmi del vecchio zio: non gli venne riconfermata l’enfiteusi ma, in cambio, gli regalarono un appezzamento molto lontano da quell’orribile montagna, montagna che odio ed alla quale non mi sono mai più avvicinata.
Capii che mio marito non necessitava più di lavorare, avrei potuto mantenerlo.
Mi feci allora intestare un paio di negozi in città: proposi a mio marito di ritirarsi, egli accettò.
Mi trasferii in città, lasciando definitivamente al villaggio i due marmocchi, con i miei genitori adottivi e tutta la servitù al loro servizio: da me hanno avuto tutto, cibo, vestiti e soldi.
Purtroppo però feci male i conti: mi fidai di un tale che mi propose di vendere gli immobili che mi avevano donato per investire in un grande progetto, una specie di fabbrica per produrre l’energia elettrica.
Ma l’investimento si rivelò disastroso ed il personaggio, con il quale ebbi un breve flirt, scappò con i soldi, dopo avermi lasciata in un alberghetto portuale.
Mi giunse nuovamente in aiuto la mia madre adottiva, che mi donò altri due immobili in città e mi dotò di una piccola rendita per la mia vera madre e la mia famiglia originaria.
A questi però non dissi nulla, mi limitai a fargli pervenire pochi spiccioli al mese: godevo pensando da quanti anni aspettavano di avere il giusto prezzo della mia vendita.

Intanto il mio padre adottivo morì: fu un incidente, un banale incidente stradale.
Mia madre adottiva iniziò così ad inguaiarsi la salute.
Non capirò mai perché la gente s’ammala se qualcun altro muore o sta male.

Alla gente servono solo i soldi: tanti soldi, quelli che non bastano se uno lavora.

Se non c’è lavoro, se non avete soldi… non fate figli. Io, che avevo tanti soldi, nemmeno volevo i figli.

Non capirò mai perché la gente fa figli.

Tornavo di tanto in tanto al villaggio piena di doni per i marmocchi ed i miei parenti: i soldi arrivavano puntualmente ogni mese da più parti, mio marito li spendeva con me, spendevamo tanto, volevo sempre più soldi.

Alla fine con i marmocchi me la cavavo bene: avevano già tutto con la nonna adottiva, qualche regaluccio mi costava poco e riuscivo a distanza a non fargli avere contatti con mia madre naturale ed i miei fratelli.

Il maschio litigava col padre, quando lo vedeva; io non sopportavo proprio mia figlia: era proprio strana, sembrava che non gliene fregasse niente dei miei regali, leggeva e basta.
Non capirò mai perché la gente perda tempo a leggere: se proprio vuole buttare via il tempo, c’è già la TV, ha sempre più canali e fanno tanti programmi…

Mio marito però mi aveva stufata: era vecchio, molto più vecchio di me e non stava bene.
Lo tradii più volte, anche con un suo vecchio amico, vecchio come lui ma almeno la pensava come me, sui soldi, sulla gente, sulle donne…
Quando si diffuse la notizia della nostra tresca non mi feci più vedere al villaggio: tanto i marmocchi erano cresciuti e potevano viaggiare da soli, venendo così loro a trovarmi in città una volta al mese.
Restavano da me un paio di giorni: organizzavo una grande festa per i loro amichetti e me li levavo di torno.
Il maschietto iniziò a fare domande strane: “Perché hai due cognomi? Qual è quello vero?” e “Perché sei Ogghiammare?”.

Schivavo sempre le domande, non rispondevo e gli allungavo qualche banconota con qualche pretesto: “Comprati una camicia! Guarda che schifo che hai addosso…” o “Vai dal barbiere, qui in città, perché al villaggio non sanno nemmeno tosare le pecore!”.
Bastava umiliarlo con una frecciatina, difenderlo dalle critiche di suo padre, ed era sistemato.
La figlia, invece, non ha mai capito un cazzo…

Nemmeno soldi voleva.

La Signora Pina morì, d’infarto, mentre faceva colazione con i due marmocchi.
Ero in viaggio a Parigi e riuscii ad arrivare giusto in tempo… non per il funerale ma per la lettura del testamento.
Mi aveva comprata, alla fine, per quattro soldi: intaccando pure la legittima, aveva lasciato un patrimonio, negli anni, a un sacco di pezzenti, taluni anche sconosciuti.
Capii quel giorno che alla Signora Pina, alla fine, non ero piaciuta come figlia.

Ma, a differenza delle madri normali, lei non mi aveva avuta, mi aveva scelta.
E se mi aveva scelta… perché punirmi così, in fondo?

Divenni veramente bestiale, lo riconosco: tolsi case e campi a tutti. Iniziai a vendere immobile dopo immobile pur di levarmi dalle scatole quella massa di poveri che lavoravano tutto il giorno e che non sopportavo. C’erano però i contratti di mezzadria, di enfiteusi: mi fecero tutti causa e persi metà dei beni ereditati, nel giro di un paio d’anni, in risarcimenti.
Proseguii comunque a fare pulizia, a levarmi di torno tutti quei parassiti, sporchi, sudici, lagnosi e pieni di figli.
Perché non li vendevano pure loro, tutti ‘sti figli?
Appiccai anche alcuni incendi: distrussi boschi interi.
Non ho mai capito perché la gente tiene a cuore gli alberi: sporcano con foglie e frutti, rompono le strade con le radici, rubano acqua…

L’infermiera mi odia: facendo manutenzione al tubo che ho nel culo, ha fatto apposta a graffiarmi dentro. Anche con quella forbice s’è messa a punzecchiare! Io urlavo e morivo di puzza: sento la puzza che esce da dentro di me, è disgustoso, vorrei morire ma non riesco, sono immobilizzata e mi hanno già detto che oltre al catetere dovranno a breve intubarmi dalla gola.
Non mangio da due mesi: poco male, da che è morto mio marito ho mangiato troppo e troppe schifezze.
Mio marito morì, praticamente di crepacuore: l’ho fatto morire io, lo ammetto. Lui diceva di amarmi, io l’ho riempito di corna ed in uno scatto d’ira gli ho rinfacciato di avere abortito due volte perché non volevo figli.
Stette imbambolato per una settimana, senza parlare, come un fantasma.
Lo trovai quindi accasciato in bagno e gli sbattei la porta in testa, urlando: “Apri ‘sta cazzo di porta che devo pisciare!”.

Ora, per pisciare, non so come fare: me ne accorgo e basta guardando il tubo che un po’ si muove.
Ho vissuto poi con un altro uomo: quando son finiti i miei soldi, è sparito, dopo essersi fatto intestare due negozi.
E, intanto, s’è fatto tre case nuove, il testa di cazzo!

Da giovane non ero volgare, lo sono diventata con gli anni.
In TV si sentono tante parolacce, ammetto che non le conoscevo tutte: dire le parolacce mi ha sempre rilassata, offendere gli altri è un toccasana.

Mi piace soprattutto dire: “stronzo”, “cazzo” e “cagare”.

I miei figli… non li ho mai sopportati.
E gliel’ho fatto capire, ad entrambi.
Per quello non li vedo da qualche mese.

Dovevano venire a trovarmi, ieri.
All’ultimo, però, gli ho telefonato e mi sono rimangiata per l’ennesima volta la promessa di lasciargli il bar al maschio e la casa in montagna alla femmina. Le uniche cose che mi sono rimaste: in comune con loro, comunque, perché erano eredità di mio marito.
Sono sbottata, mi faceva male il culo fino alla testa: li odio, non li ho mai sopportati e li ho sempre presi in giro, quei due stronzetti.
Che teste di cazzo: invece di sposare gente più ricca, si son messi a fare figli con quella e quello là.
E hanno anche famiglie di rimbambiti: da mia figlia me lo sarei aspettato, comunque. Ma dal maschio, proprio no: coglione.

Dove ho sbagliato?

BIP-BIIP-BIP!
Sto morendo, con un tubo nel culo, come una poveretta, sola e dimenticata.

Tommaso Botto

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