Non nascere in Italia! Welfare e politiche per la famiglia molto stonati

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La politica ce la canta in un modo e poi fa in un altro. A vigorosi proclami e prodigiosi annunci rispondono stentoree prese di posizione. In Italia la demografia è in bilico quanto il welfare: alcuni esempi di ciò che andrebbe fatto ma che non si fa per sostenere degnamente la natalità in Italia.

bebè

In Italia l’allarme demografico è conclamato: l’indice di natalità è crollato, l’Istat dice che nel 2013 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,39 (rispetto a 1,46 del 2010): per le Italiane l’indicatore nel 2013 è pari a 1,29 figli donna, per le cittadine straniere a 2,10. E i dati continuano a peggiorare.
Parliamo d’allarme perché è economicamente importante, fondamentale per un Paese, fare figli.
Infatti, la piramide demografica attuale delinea una figura rovesciata rispetto a quelle storiche: la base non è più costituita dalle giovani generazioni, bensì da quelle più mature se non addirittura vecchie. La base ‘storica’ quindi, è divenuta la ‘punta’ di questa piramide: è come invertire il tetto con le fondamenta, la casa non sta più in piedi, è in equilibrio precario.
Viviamo quindi una situazione critica in cui i giovani, le future generazioni si devono accollare un esercito d’anziani che dovranno mantenere: complice la crisi, la precarietà professionale, i tanti dubbi sul futuro, gli Italiani non si riproducono più e la famiglia scompare.

L’economista e docente universitario Giacomo Vaciago a Radio Vaticana è andato al nocciolo, numerico, del nostro declino demografico: <<E’ il terzo figlio che fa la differenza. Fino a due figli, infatti, la popolazione è ancora in declino, di poco, ma in declino. Il terzo figlio fa la differenza. L’Italia è il Paese peggiore>>.

Che fare per invertire la rotta, perché l’allarme non frani nel disastro demografico?

Mantenere i figli costa, forse è principalmente per questo motivo che gli Italiani non ne fanno più: circa 170 mila euro, secondo stime di Federconsumatori, per crescere un figlio fino alla maggiore età. E siamo, tendenzialmente, forse a metà strada…
La politica italiana riconosce questo problema e prova, a parole, a risolverlo.

Ad esempio, sino a qualche mese fa, sul web della regione autonoma FVG, campeggiava questo proclama: “Una Regione amica della famiglia: la Regione Friuli Venezia Giulia.., riconosce e sostiene la famiglia quale soggetto fondante della società..: una famiglia che sta bene aiuta a star bene anche la comunità nella quale è inserita e quindi la qualità della vita ed il benessere di ciascuno dipendono dalla famiglia. Investire per la famiglia è investire per il futuro”.

Adesso quest’annuncio è stato sostituito da: “la Regione Friuli Venezia Giulia.., riconosce e sostiene la famiglia quale soggetto fondante della società… Per supportare le famiglie, ed i bambini in particolare, la Regione mette in campo un insieme di interventi per sostenere i nuclei con maggiore difficoltà economica, per favorire gli affidi, le adozioni, l’accesso ai servizi per la prima infanzia e per promuovere l’associazionismo familiare”.
Ma come? Ho fatto un figlio un anno fa, penserebbe un giovane padre, dando per assiomatico quest’anelito alla “qualità della vita”, al “benessere di ciascuno” e adesso, a bebè sfornato, mi parlano di “associazionismo familiare”?
Un po’ scorretto cambiare le carte in tavola, anche se solo di annunci propagandistici si parla!
E nella pratica, a parte l’associazionismo familiare che cavolo è? Io faccio la spesa, non mi servono riunioni-, quali sono questi “interventi per sostenere i nuclei con maggiore difficoltà economica”?

bonusbebè

In verità, parliamo di quattro soldi.
Il Bonus Bebè: ad esempio, in Friuli, piccola regione italiana che fa i conti già da anni con il veloce invecchiamento della popolazione, i nati nel 2014 non ne hanno diritto, a differenza dei pargoletti venuti al mondo nelle annate precedenti e in quelle successive. Se ne sono dimenticati? Pare proprio di sì, si sono dimenticati proprio di quelli nati da coppie coraggiose che hanno osato sfidare la crisi economica quando morde di più.
E’ una discriminazione senza pari, giustificata dalla presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, che non ha figli, da un laconico << è inutile dare un po’ di soldi a qualcheduno, visto che si fanno pochi bambini, e, piuttosto, è meglio investire nei servizi>>.
È che quel “qualcheduno” è proprio il padre o la madre che si trova ad affrontare una bella spesa proprio nei primi mesi di vita del bebè: corredo, passeggino, seggiolino, pannolini, etc.

Un genitore sa in partenza che mantenere i figli costa: ma si sente anche dire da Stato e Regioni che l’aiuteranno economicamente, un po’, ma l’aiuteranno.
È questo l’aiuto? A quelli prima (del 2014) qualcosa e a qualcuno di quelli dopo (dal 2015…) qualcosa di più ma a te niente.
Una bella stonatura quella della Serracchiani, contraddetta nella sostanza proprio dal presidente del Consiglio Matteo Renzi che, a parole, sottolinea invece la necessaria importanza di questi aiuti ai neonati.
Il governo nazionale parla infatti di Bonus Bebè mensili (una duplicazione degli 80 euro in busta paga) per i nati dal 1° Gennaio 2015. E quelli nati nei 365 giorni precedenti? Che sono? Scarti?
Oltretutto, provate a cercare sul sito dell’Inps il modulo (o istruzioni) su questo fantomatico bonus: nulla si trova. E a leggere i commenti su stampa, risulterebbe che i beneficiari di questi 80 euro al mese per tre anni siano solo i lavoratori dipendenti: un paradosso che esclude chi sta prendendo più botte dalla crisi, gli autonomi.

C’è poi la Carta Famiglia: ma all’atto pratico, tagliato il Bonus Gas (un rimborso sulla bolletta del metano), resta forse il Bonus Energia, un rimborso fino ai 180€ annui sulle spese per l’energia elettrica (!), come unico impiego di questa attestazione.

E per il resto? “Contributi sui costi per la frequenza di nidi d’infanzia, di servizi integrativi e di servizi sperimentali situati sul territorio regionale, con esclusione dei servizi ricreativi e delle sezioni primavera”.
Ma se i genitori non vogliono parcheggiare i propri piccoli in un asilo nido? Mica tutti lo fanno.
Pare un’ingerenza invasiva e distorta nella genitorialità delle coppie..: “Se li mandi al nido ti paghiamo…”
Quindi, sono previsti aiuti economici per affidi ed adozioni: parliamo ovviamente di numeri assai marginali.

E per il resto, tranne 1.700€ annui erogati dall’Inps a chi ha tre figli e fa domanda dell’assegno per le famiglie numerose, stop!
Stop! A parte i fantomatici “Finanziamenti di progetti volti a favorire l’auto-organizzazione di servizi a sostegno dei compiti familiari, educativi e di cura e a promuovere la rete di scambio sociale tra le famiglie”, una versione aggiornata ed improbabile del kolchoz sovietici o dei kibbutz israeliani.

famiglia (tradizionale)

Barbara Zilli, consigliere regionale della Lega Nord del Friuli Venezia Giulia ha espresso nelle settimane scorse una << Delusione profondissima per la risposta data in Aula dall’assessore Telesca>>, aggiungendo che <<Rischiamo l’estinzione. Le culle del Friuli Venezia Giulia sono sempre più desolatamente vuote. Solo gli immigrati fanno figli. E la Regione cosa fa? Snocciola una lista di numeri gelidi che certificano il crollo delle nascite. Ma si lava le mani con un atteggiamento di rassegnato fatalismo. Come donna e come mamma, prima che come politica, trovo disgustoso questo approccio>>.
Colori politici a parte, la Giunta regionale, come il Governo nazionale, stanno predicando bene ma razzolando malissimo, se non per una parte soltanto della popolazione italiana che potremmo chiamare il “Gruppo degli 80 euro”.

Un esempio pragmatico esemplifica quanto questo approccio sia effettivamente disgustoso, pericoloso e stonato.
Chi ci amministra ci dice, in buona sostanza, che “mette in campo un insieme di interventi per sostenere i nuclei con maggiore difficoltà economica”.
Ma, stando terra-terra, nel quotidiano, notiamo che nelle scuole dell’Infanzia di Udine, ad esempio, i bambini pagano da quest’anno scolastico la merenda: 12€ al mese (0,60€ al giorno), per pezzi di frutta (non un frutto intero, alcuni pezzi) o yogurt. Da quest’anno: quindi, anziché alleggerire i bilanci delle famiglie, li si aggrava ulteriormente.
In altre regioni non si paga ‘sta merenda, in altre -dicono al Comune di Udine- si paga di più, in altri Paesi europei, se glielo racconti, si mettano a ridere credendo che si tratti d’una burla.
Sono circa 120€ all’anno a bambino: un esborso obbligatorio perché, pare incredibile, i piccoletti non possono portarsi la merenda da casa, è severamente vietato. E’ proibito perché, così la raccontano, se un bambino ha qualche allergia, il compagno o la compagna di classe potrebbe inavvertitamente contaminarlo.
A chi scrive, invece, pare uno dei tanti metodi messi in atto dall’Ente pubblico per fare, disperatamente, cassa.

Torniamo al pensiero del professor Giacomo Vaciago e applichiamolo a questo piccolo esempio: tre figli all’asilo costano la bellezza di 360€ di merende all’anno.
Tutti questi soldi (c’è chi può definirli ‘spiccioli’ ma l’economia domestica ha tantissime piccole cifre che vanno in bilancio), questi 360€ vanno pagati al servizio per la ristorazione scolastica del comune di Udine senza obiezione alcuna. Paga e taci: se non paghi anche pochi euro, arrivano le raccomandate.
E questi “servizi”, per usare il lessico di Serracchiani, vanno pagati, indistintamente, che si tratti di famiglia numerosa o del tanto cantato “nucleo con maggiore difficoltà economica”.
Infatti, a differenza dei pasti che vengono eventualmente fruiti dai bimbi che si fermano a pranzo nel loro asilo, per le merende obbligatorie non sono previste esenzioni o sconti per reddito: una famiglia quindi, per fare un esempio, con quattro figli avrà necessariamente un basso Isee (l’indice dell’indicatore economico del nucleo familiare, anche questo attualmente rivisto dal Governo, con immanchevoli problemi applicativi e sonori strascichi polemici); questo basso Isee, in teoria, dovrebbe dare qualche agevolazione, un po’ di ossigeno alla famiglia numerosa.
Ma, incredibilmente, per le merende obbligatorie dell’asilo, il beneficio non è previsto.
Ed il paradosso è ancor più evidente se si analizza la tabella dei prezzi della ristorazione scolastica: se il pargolo pranzasse all’asilo, usufruendo della bassa Isee, pagherebbe 1,20€ a pasto e, magia della contabilità cervellotica, non pagherebbe la misera merenda.

asilo

E così, tanti altri esempi negativi di incentivi alla natalità fittizi.
Come certi esami da farsi in gravidanza che si pagano comunque anche se c’è l’esenzione (prelievo per la translucenza nucale, 29€) o che si pagano solo se l’esito è negativo (urino-coltura, 20€), la detraibilità delle spese sostenute per attività sportive solo se bimbo o bimba hanno già compiuto sei anni, i 20€ per l’elettrocardiogramma obbligatorio per fare sport, i 60€ del certificato allegato, 10€ tra documento e foto per le carte d’identità, i contributi una tantum per la cancelleria degli asili o, addirittura, per la carta igienica (30€), tutte note, grandi e piccole, che stonano con il coro che canta di sostenere “la famiglia quale soggetto fondante della società”.

Sappiate, in verità, se siete in procinto di metter su famiglia, magari numerosa, con tre o più figli, che in Italia pagherete quasi tutto, che lo Stato o le Regioni non vi aiuteranno, se non a parole, cantando tutti assieme allegramente che “investire per la famiglia è investire per il futuro”.
Se, inoltre, non siete lavoratori dipendenti, pagherete addirittura più degli altri: tanto, se siete imprenditori, siete già più abituati ad “investire”.

 

Tommaso Botto, 28 Aprile 2015

Tommaso Botto

1 comment

  1. jessica says:

    Giu 9, 2015

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    Complimenti x l articolo tutta verità
    jessica Sbrissa
    comitato mamme fvg

Commenti

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