Neanche nel Kazakistan di Borat

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Il mese scorso il direttore generale della Rai, Mauro Masi, sembra abbia risposto alle pressioni del Presidente del Consiglio con un “Nemmeno nello Zimbabwe” , giusto per stigmatizzare il fatto che certe cose non si fanno nemmeno nel Terzo Mondo.

Tre anni fa spopolava il film Borat, del regista  Larry Charles.
Gli 82 minuti di pellicola portano a titolo “Borat: studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan”: trattasi di falso documentario in cui il giornalista kazaco Borat Sagdiyev , impersonificato da Sacha Baron Cohen, viene inviato negli Stati Uniti per studiarne usi e costumi. Appena arrivato, si innamora di Pamela Anderson ed inizia un folle viaggio alla sua ricerca, percorrendo gli Stati Uniti da New York a Los Angeles.
Il film suggerisce una cinica e grottesca rappresentazione del degrado che permea tanto la società americana quanto quella kazaka.
Si descrive la corruzione dilagante, si narra il razzismo, si esalta l’amoralità, la mafia e l’individualismo più abbietto. Si vedono concussione sessuale, pornografia e sesso promiscuo, si parla d’incesto e di pedofilia. Si danno per scontati alcolismo, droga e violenza.
Solo l’ironia ed il delirante gesto comico riescono a non nauseare da tanta bruttura, rappresentante la distruzione sociale e la totale immoralità del sistema umano contemporaneo:  così in Kazakistan come negli Usa, la società mostra il peggio di sé, soffocando qualsiasi valore morale.

Al momento, in Italia, pare di vivere l’avventura di Borat.

Così descrive il sistema Italia il direttore generale della Libera Università Luiss, in una lettera pubblica dal titolo “Figlio mio, lascia questo Paese”: “Una società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza. Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai… Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico”.

Tommaso Botto

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