MATTARELLA: I CENTO UOMINI DEL PRESIDENTE

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Siamo a Udine, non siamo mica a Roma…”, rimprovera una signora udinese, boccata sulla sua bicicletta da una risoluta guardia del corpo in giacca, cravatta ed occhiali da sole.

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La signora pretende di proseguire la sua lenta pedalata, sfiorando il corteo presidenziale: Mattarella, Serrachiani, Honsell ed altre autorità recintate da una ventina di pretoriani, si stanno infatti infilando nella breve galleria che conduce in Piazza San Giacomo.
Di gente, in verità, accorsa ad accogliere il presidente ce n’è ben poca: ma immaginiamo già che certa stampa rispolvererà le oceaniche folle di un passato regime.
Meglio va al gruppetto sulla piazza: i tanti turisti tedeschi si bloccano incuriositi da tanta profusione di divise, guardie in borghese e telecamere d’ogni tipo e fattura. Dai tavolini d’un bar si leva un breve applauso, ammutolitosi da una certa indifferenza.

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Allora giungono un paio di gruppi di curiosi, sorridenti ed intenti a fotografare la bella parata: ma il Presidente è inavvicinabile nella sua sacralità istituzionale.
Un’austriaca borbotta una cosa tipo “Obama”, una vecchietta si emoziona, si fa il segno della croce ma rimane delusa: non è il Papa.

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La magica triade di personaggioni è di bassa statura e le guardie del corpo sono armadi molto ben piazzati: diventano quindi invisibili, i sacri politici sono come le uova rotte in mezzo al cratere di farina.
Il Presidente allora, nel suo candore da nonno buono di tutti gli Italiani, sposta la sua bianchissima chioma, proprio color farina, verso un gruppetto di bambini, posizionati lì da qualche d’uno con un’alta bandiera tricolore: è uno dei pochissimi Tricolori a festeggiare la visita presidenziale nel Friuli che ricorda il 40° del terremoto.
“Xè Zamberletti quel lì?”, chiede una signora in dialetto udinese. “Ma no, el gavrà cent’anni ormai, ostia..!”, risponde il marito, commettendo un grave errore.
Il capo dei politici non può non dirigersi verso il simbolo dell’Unità nazionale: lì si indirizza, deciso, senza dubbi, muovendo la massa di politici, carabinieri, poliziotti, finanzieri e quanto di più possa costare al contribuente italiano un venerdì alle ore 17.

L’esodo prosegue a rilento, tra l’impaccio dei due gradini della piazza e la strettoia di una viuzza, bloccata da chi deve andare ma, incuriosito da quell’abbondanza di telecamere, divise e uomini di scorta, si ferma e scopre che c’è il Capo dello Stato.

“E’ proprio vero”, si lascia sfuggire una donna bellissima: “dove lo metti, sta.”
Scatta qualche applauso, non si a bene se dedicato al Sergio nazionale o a quel tale che farnetica di “un vaso Ming”, ridacchiando con quella bellissima donna.
E i due fanno alcuni conti: aereo da Roma, una decina d’auto, motociclette, più tutto lo staff del cerimoniale e della sicurezza, i Corazzieri…
Un codazzo costosissimo: tre moto, prime tre auto, le tre auto del convoglio presidenziale, altre sei o sette auto, solo per muoversi dal palazzo della Regione al centro della cittadina.

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E’ comunque una bella giornata estiva, questo sei maggio, in quel ritrovo di genti d’ogni dove: tanti gli stranieri, tantissimi i romani al seguito del Capo supremo.
Forse, se si può esprimere una leggera critica, un po’ troppi uomini: come risalta la Serracchiani in quella cricca! Acqua, sapone e tanto prestigio da spendere in Tv.
La sacra compagine si dirige infine al suo obiettivo: una mostra fotografica del local giornale, sotto la Loggia del Lionello, prontamente reclamizzata dall’ufficio stampa della Regione di Serracchiani.

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Anche qui, un recinto di nastro rosso e bianco, con dispiego di auto, camionette, ambulanze e camion dei pompieri (!), e muri di uomini dall’espressione dura e determinata impedisce a chiunque di transitare e o di vedere da vicino il 75enne palermitano: uno spiegamento di forze sicuramente costoso, già testimoniato mesi fa, dall’altra parte d’Italia..

Povero Presidente, non ha potuto nemmeno godersi la piazza, contemplare lo scenario architettonico, schiacciato da quella calca di guardie e di “organi d’informazione”.
Povero Presidente: una persona voleva stringergli la mano e, pochi minuti prima del suo arrivo, è stato arrestato
Povero Presidente, non ha potuto nemmeno scambiare due parole con altri cittadini che avrebbero voluto chiedergli un conforto, una speranza per il futuro (qualcuno ci crede, al futuro), parlargli di Equitalia, di tasse e balzelli, della scuola distrutta, della sanità che arranca, dei tribunali eterni, dell’escalation dei reati predatori (furti e rapine), dei mille sprechi di cui scriviamo ogni giorno…

Povero Presidente, nemmeno due battute con i giornalisti, ormai tutto video, réclame e comunicati.
Giornalisti che, nell’oretta precedente, han fatto la fine del topo.
Imbustati al primo piano della sede udinese del Consiglio Regionale, han seguito la Cerimonia solenne per il 40° del terremoto, che si svolgeva al piano di sotto, in diretta streaming, obbligati dal cerimoniale a presentarsi ben un’ora prima della fatidica discesa, da Roma con l’aereo di Stato, del Presidente della Repubblica italiana (quel piccolo Stato del Mediterraneo ma con un enorme debito pubblico, 2,17 triliardi di euro).
Sarebbe bastato ai giornalisti, quindi, seguire la diretta TV, visto che l’accesso nel salone era rigorosamente vietato ai giornalisti.
Si: vietato ai giornalisti. Nemmeno una sbirciatina, giusto per contare i presenti e orecchiare il loro confabulare.
Ma una cosa hanno avuto sol loro, in giornalisti in gabbia, in esclusiva ed è stato esilarante: il momento iniziale del Gran Sabba istituzionale, con l’ingresso del Presidente, è stato oscurato per un paio di minuti, nella diretta streaming, da un testone, dal cranio di chissacchì che è andato a posizionarsi proprio davanti alla telecamera, evidentemente non presidiata.

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E stando lì in quel nido protetto a far non si sa cosa, privati addirittura di un wi-fi, si son persi il succo della vera narrazione: il fatto che, all’esterno dell’edifico, non c’era proprio nessuno, per il Presidente.
A Udine, il venerdì pomeriggio, la gente lavora (se ha ancora un lavoro).
All’interno del palazzo regionale (costato 35 milioni di euro), in verità, non c’era un posto libero: politici, autorità, forze dell’ordine, il solito club. Il solito privée, il responsabile del debito pubblico italiano.

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All’esterno, invece, per l’inquilino del Quirinale vi erano ‘solo’ un centinaio di guardie, vigili, poliziotti, carabinieri, unità cinofile e decine di auto con lampeggiante o semplicemente ‘blu’ in abbondanza, tutto rigorosamente pagato dai proprietari del Quirinale, ossia i contribuenti italiani, anche friulani.

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Tommaso Botto

1 comment

  1. Gianni1956 says:

    Mag 10, 2016

    Rispondi

    I vigili del fuoco erano presenti in caso d’incendio di qualche “testone” preso dal troppo pensare a come salvare l’Italia?

Commenti

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