L'economia secondo Confindustria Udine

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“Nonostante tutto l’economia friulana ha tenuto”. Lo ha sottolineato il presidente Adriano Luci aprendo questa mattina la tradizionale conferenza stampa di “inizio anno” di Confindustria Udine.

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“A partire dall’estate 2011 le prospettive di crescita hanno continuato a deteriorarsi con l’indebolimento dell’attività produttiva.
Il Pil dell’area dell’euro crescerà in misura modesta nel 2012: vi incidono, da un lato, il rallentamento del commercio mondiale e l’impostazione meno espansiva delle politiche di bilancio, dall’altro, i riflessi delle tensioni sui debiti sovrani e l’accentuarsi dell’avversione al rischio degli operatori economici.

In questo contesto il nostro paese, penalizzato dall’alto debito pubblico e della bassa crescita su cui pesa una produttività stagnante, subirà una contrazione del prodotto nel 2012 con ritmi di sviluppo molto contenuti nell’anno successivo.

I problemi per il nostro paese vengono da lontano trascinati dall’elevato debito pubblico che nel primo decennio degli anni 2000 non è mai sceso al di sotto del 103% rispetto al Pil.
Le punte minime sono state raggiunte nel 2004, 103,4%, e nel 2007, 103,1%, corrispondendo al calo della spesa che è poi risalita per l’effetto di “incomprimibilità”. La spesa corrente è cresciuta al netto degli interessi dal 37,4% del 2000 al 43% del 2010 a fronte del calo della spesa in conto capitale dal 4,2% al 3,5%. La spesa totale è salita dal 47,8% al 51%, al netto degli interessi dal 41,6% al 46,5%.

In questo periodo il nostro paese ha potuto contare su bassi tassi di interesse per il rifinanziamento del debito pubblico che si riflettono sulla spesa per interessi scesa in rapporto al Pil dal 6,2% del 2000 al 4,5% del 2010.
Il beneficio non è stato utilizzato per la crescita e per la riduzione del debito ma è stato impegnato in incrementi di spesa corrente cresciuta nel decennio del 20,1%.

L’indebitamento netto è salito dal 3,1% al 4,6%, il saldo primario, positivo al 3,1% nel 2000, è regredito diventando negativo tra il 2009 (- 0,8%) ed il 2010 (- 0,1%).

Per il 2011 dovrebbero manifestarsi, grazie alle manovre correttive, segnali di inversione con l’avvio della contrazione della spesa (nel 2011 al 50,5% sul Pil rispetto al 51% del 2010) sul versante in particolare dell’indebitamento netto che dovrebbe scendere al 3,9% .

Sono state sprecate importanti opportunità di risanamento mentre le mancate riforme hanno fermato la crescita. Ora la situazione di tensione finanziaria non permette più indugi.
La necessità di politiche rigorose di controllo della spesa pubblica debbono unirsi a misure di sostegno alla crescita.

Scontando l’effetto restrittivo della manovra antideficit, la situazione è complicata dal deterioramento delle prospettive e dall’eccezionale aumento del differenziale di spread rispetto ai titoli tedeschi, in particolare sul lungo termine, che si riflette sui costi di finanziamento del sistema inducendo la contrazione della domanda aggregata. Sull’offerta del credito poi influisce l’irrigidimento selettivo seguito dalle banche.

Il quadro dell’economia è poi condizionato dall’evoluzione della crisi del debito pubblico nell’area dell’euro sul quale pesano ancora incertezze pesanti cha vanno affrontate ripristinando logiche cooperative tra gli stati membri dell’area dell’euro con politiche che uniscano fattualmente stabilità a crescita.

Per il nostro paese diventa fondamentale ripristinare la fiducia e la credibilità reputazionale che costituiscono un requisito fondamentale per imprimere sostegno alla crescita (con l’effetto non secondario di riportare il costo del debito pubblico a livelli coerenti con i fondamentali).

Il nostro paese è cresciuto e continua a crescere poco e non è attrattivo: per il ripristino della fiducia e della credibilità non basta, quindi, il rigore del risanamento ma occorre migliorare le condizioni di competitività ed attrattività.

Nella classifica sulla “facilità del fare affari” che emerge dall’indagine Doing Business del Gruppo Banca Mondiale il nostro paese è collocato in una posizione arretrata all’87° posto su 183 paesi del mondo scontando i ritardi nelle riforme. Non sorprende quindi che tra i paesi Ocse ad alto reddito sia collocato al penultimo posto prima della Grecia e che tra i paesi ad alto reddito occupi il terzultimo posto prima della Nuova Guinea e della Grecia. A distanza di un anno la posizione del nostro paese è peggiorata scendendo dall’83a posizione all’87a, segno che altri paesi hanno migliorato nella facilitazione delle attività economiche mentre il nostro paese ha arretrato.

La direttrice è segnata e va percorsa con coerenza: riduzione degli oneri amministrativi e dei tempi della giustizia civile, stimolo alla concorrenza, accrescimento della qualità dei servizi pubblici, miglioramento delle condizioni per la realizzazione delle infrastrutture, lotta all’evasione senza demagogie, rimozione degli ostacoli alla crescita dimensionale delle imprese, potenziamento della formazione di capitale e sostegno alla ricerca ed all’innovazione, miglioramento delle condizioni di funzionamento del mercato del lavoro favorendo l’occupabilità e l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

Il problema della competitività e dell’attrattività riguarda anche la nostra Regione.

In uno studio curato dalla Commissione europea sull’indice di competitività regionale basato su parametri che uniscono i fattori di base dell’economia (stabilità macroeconomica, infrastrutture, efficienza del mercato del lavoro, qualità delle istituzioni) a fattori legati alla capacità innovativa ed al livello tecnologico, su 268 regioni appartenenti all’Unione europea il Friuli Venezia Giulia si colloca al 172° posto, nella fascia bassa del livello intermedio.
Ad esempio la Slovenia occidentale si colloca all’88° posto, la Carinzia al 117°. La prima delle regioni italiane, la Lombardia, si colloca al 95° posto, il Veneto è al 146°.

Tra le regioni italiane il Friuli Venezia Giulia si colloca all’8° posto, lo stesso ordine di posizione in rapporto al prodotto per abitante.

Gli indicatori dell’economia, che mostrano anch’essi l’inversione riflessiva, evidenziano come i problemi prioritari sono rappresentati dalla crescita e dalla promozione del lavoro che sono interdipendenti l’uno rispetto all’altro.

La Regione si trova condizionata nella sua capacità di manovra dai tagli sulle entrate che hanno portato a rivedere l’impostazione della legge finanziaria 2012 basata, originariamente, sulla riduzione di un punto percentuale dell’IRAP per tutte le imprese: misura, questa, ritirata e sostituita da una peraltro insufficiente revisione dei parametri per l’applicazione dell’aliquota agevolata dell’IRAP alle imprese cosiddette virtuose.
L’abbassamento dei parametri di calcolo dal 5 al 3% di incremento del valore aggiunto e del costo del lavoro rispetto alla media del triennio precedente per l’individuazione delle imprese virtuose è del tutto scollegato dall’adeguamento dei parametri di virtuosità al peggioramento del valore aggiunto regionale.

L’impostazione della finanziaria è restrittiva garantendo la correntezza a breve degli strumenti di politica industriale.

In relazione ai vincoli della finanza regionale ed alla necessità di sviluppare politiche industriali per obiettivi prioritari, non pare rinviabile il riordino degli strumenti di intervento: concentrazione e miglior finalizzazione andranno affrontate in funzione del rilancio del sostegno al rafforzamento competitivo delle imprese puntando sulla promozione dell’innovazione e sostenendo i progetti di rafforzamento dimensionale a partire dalle aggregazioni.

In questo senso il ruolo dei principali strumenti – Mediocredito, Friulia, Frie e Agemont – è centrale.

I Confidi vanno valorizzati nella loro funzione “mutualistica”, e in questo senso sostenuti nel rafforzamento patrimoniale, per l’ampliamento dell’accesso al credito.

Il pregresso delle domande presentate sulla legge di sviluppo competitivo, la LR 4/2005, va affrontato in modo risolutivo. Allo “scandalo” di ritardi intollerabili nelle istruttorie non deve aggiungersi quello dell’indifferenza.

Per lo sviluppo delle imprese centrale è l’internazionalizzazione: il rilancio effettivo dello sportello unico regionale ed il ruolo proattivo di Finest ed Informest vanno coordinati nell’ambito di una programmazione unitaria di penetrazione e di supporto con il pieno coinvolgimento del sistema camerale e delle associazioni di categoria, puntando su obiettivi omogenei.

Le politiche di sostegno ai fattori localizzativi territoriali necessitano indubbiamente di una razionalizzazione. In questo contesto va tenuto presente in particolare il ruolo dei consorzi di sviluppo industriale, fondamentali per lo sviluppo degli insediamenti e l’attrazione di nuove iniziative. Debbono diventare agenzie di sviluppo dei territori di riferimento.

La Regione si è prodigata per affrontare le problematiche del lavoro la cui criticità è accentuata dallo stock della cassa integrazione straordinaria e dall’incidenza di quello sulla mobilità. Politiche difensive possono essere mantenute ma soprattutto vanno rilanciate le politiche attive puntando alla occupabilità e sull’occupazione dei giovani.

Percorsi di crescita presuppongono “grandi” progetti nei quali possano identificarsi le prospettive dell’intera comunità regionale ed il miglioramento della qualità delle istituzioni sotto il profilo organizzativo e funzionale.

Non c’è crescita senza grandi progetti di sistema.

La “grande” prospettiva della Regione è legata alla valorizzazione del suo ruolo internazionale: non ci sono alternative, o la Regione viene “scavalcata” dai traffici internazionali di transito o riesce a renderli una occasione di sviluppo sfruttando le opportunità legate al Corridoio Baltico Adriatico, nel quale la Regione è stata inserita dopo un difficile negoziato.

Il tema della realizzazione della piattaforma logistica regionale non è astratto né riguarda una parte limitata della Regione: interessa tutto il sistema Regione proprio per la pervasività di tale obiettivo che, concretizzando la centralità geoeconomica del territorio regionale, offrirebbe occasioni di sviluppo per l’industria, per la logistica, per il settore dei servizi.

Quindi l’approvazione della legge regionale sulla portualità è essenziale per definire il quadro delle opportunità di attrazione di nuovi investimenti e di nuovi progetti che diano concretezza alla prospettiva “internazionale” della Regione.
Il progetto Unicredit-Maersk si inserisce in questa logica presentando una occasione di crescita che va colta.
In questo senso vanno incoraggiati gli sforzi della Regione perché questi obiettivi strategici possano essere conseguiti. L’impegno unitario delle forze sociali, economiche ed istituzionali a sostegno di questi progetti è fondamentale.

La qualità delle istituzioni è legata al riordino delle autonomie locali ed all’efficientamento della pubblica amministrazione. In questo senso occorre uno sforzo di impegno e coraggio per semplificare il sistema della rappresentanza, riordinare su base aggregata gli enti locali nella logica di integrare la qualità dei servizi con l’efficienza ed il risparmio della spesa, affrontare il tema delle competenze di area vasta tenendo conto delle omogeneità territoriali di carattere socio-economico.
Il tema del costo della politica non è disgiungibile da quello del costo dell’amministrazione.

Uno dei problemi più immediati della Regione, perché connesso alla sua capacità di governo, riguarda la “tenuta” degli accordi con il Governo che hanno portato alla definizione dell’ordinamento finanziario regionale, l’assetto delle entrate regionali, insieme con il riconoscimento della fiscalità di vantaggio. Questo aspetto è strettamente collegato al riordino del sistema Regione, alla credibilità delle politiche per l’economia, alla realizzazione della grande progettualità. L’autonomia e la specialità della Regione si sostengono su queste basi dando sostanza ai valori storico – culturali su cui si fonda l’identità territoriale, che altrimenti restano mera testimonianza. Su questo percorso per il futuro della nostra Regione occorre il massimo di impegno e di coesione”.

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ECONOMIA INTERNAZIONALE

A partire dall’estate 2011 rapido è stato il deterioramento del quadro economico globale. Il fattore determinante è rappresentato dall’accentuarsi della crisi dei debiti sovrani, fenomeno che si è incrociato con la frenata nei tassi di sviluppo dei paesi emergenti, con gli effetti delle politiche di bilancio restrittive, con il peggioramento delle ragioni di scambio causato dal rincaro delle materie prime.

Di conseguenza la dinamica del volume degli scambi internazionali è stimata fermarsi nel 2011 al 5,6%, scontando una riduzione di due terzi rispetto a quella del 2010 (+ 14,9%).

La frenata è già iniziata nella prima metà del 2011 per trasformarsi, incorporando l’evoluzione negativa degli ordini globali, in contrazione nel quarto trimestre dell’anno e nella parte iniziale del 2012. Il ritorno all’aumento dell’export globale dovrebbe avviarsi nella seconda parte del 2012 con ritmi pari a quelli registrati nel corso del 2010 (+ 0,8% nella media mensile). Questo andamento dovrebbe riflettersi su una modesta crescita del commercio mondiale pari allo 0,3% nel 2012 ed un rimbalzo del 6,9% nel 2013.

Le economie dei paesi emergenti, Cina ed India in testa, hanno decelerato tornando a crescere al ritmo dei primi anni 2000. Il tasso di sviluppo è sceso dal 7,3% al 6,1% del 2011 per fermarsi nel 2012 al 5,7% nel 2012 e riportarsi al 6% nel 2013. Nonostante il rallentamento, nel 2102 contribuiranno per metà alla formazione del PIL mondiale.

I paesi emergenti dell’Europa stanno risentendo in modo marcato dell’indebolimento dell’area dell’euro. Hanno agganciato la ripresa più tardi registrando nella prima parte del 2011 una accelerazione rispetto al 2010 quando il PIL è cresciuto del 4,5%. Nel secondo e terzo trimestre hanno cominciato a farsi sentire gli effetti dell’indebolimento della congiuntura con il risultato di abbassare le prospettive di crescita, non più del 4% nel 2011, sotto il 3% nel 2012, per tornare al 4% nel 2013. La Polonia si mantiene la più dinamica per la solidità della domanda interna, la Turchia continuerà a crescere anche se a ritmi più contenuti, tra il 3 ed il 4% tra il 2012 ed il 2013, così come la Russia. I paesi dell’Europa centrale risultano in decelerazione scontando l’elevato peso dell’export sulla crescita locale e la debole domanda interna con tassi di crescita più vicini al 2 che al 3%.

In America Latina il Brasile continuerà a svilupparsi a ritmi più contenuti, dal 7,5% del 2010 a più del 3% tra il 2011 ed il 2012 per recuperare al 4% nel 2013. Un andamento simile seguirà anche il Messico, legato agli andamenti degli Stati Uniti, il maggior partner commerciale.

La maggior parte dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente ha mostrato fondamentali solidi durante la crisi tanto che il Pil dell’area non ha risentito della recessione. Il ritmo di crescita tra il 2011 ed il 2013 dovrebbe mantenersi attorno ad una media annua superiore al 4%. Le tensioni politiche, in particolare Egitto e Libia, generano fattori di incertezza le cui dinamiche non potranno non ripercuotersi sull’evoluzione dell’area.

Gli Stati Uniti mantengono un trend di crescita annualizzato del 2% sostenuto dai consumi, dagli investimenti e dal contributo dell’export. Ma dall’inizio del 2012 la dinamica dell’economia americana dovrebbe rallentare attestandosi in media d’anno all’1,8% per tornare al 2% nel 2012, un ritmo insufficiente a ridurre la disoccupazione prossima al 9%. Si profila infatti l’abbassamento del ritmo di incremento di consumi, che si mantiene comunque positivo, per la debole dinamica dei redditi, la diminuzione della ricchezza per la perdita del valore delle case e delle azioni, per la permanenza di condizioni restrittive nell’accesso al credito, per la fragilità del mercato del lavoro.

La domanda, anche se indebolita continua a sostenere la tenuta della produzione industriale e degli ordini di beni durevoli. 

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L’EUROZONA

A partire dall’estate 2011 le prospettive nell’area dell’euro sono notevolmente peggiorate. Il forte deterioramento della fiducia ha colpito investimenti e consumi, la debolezza della crescita mondiale si è riflessa nella frenata delle esportazioni, l’urgenza del risanamento dei conti pubblici sta pesando sulla domanda interna.

Lo scenario risulta improntato all’incertezza riflettendosi sugli investimenti delle imprese destinati quantomeno ad essere rinviati, sui consumi che risentiranno della maggiore prudenza delle famiglie, sull’accesso al credito che diventerà più selettivo. Il risanamento di bilancio è diventato tanto più urgente quanto maggiormente si avvertono i timori per la sua sostenibilità. La debolezza dell’economia reale, la fragilità delle finanze pubbliche e la vulnerabilità del sistema finanziario si influenzano reciprocamente in una spirale negativa quanto perversa che va interrotta unendo la disciplina fiscale a forme cooperative di gestione della politica economica e finanziaria per sostenere la fiducia e la crescita.

La crescita nell’area dell’euro ha cominciato a contrarsi nel terzo trimestre 2011 portandosi a fine anno all’1,5% (dall’1,8% del 2010) con effetti di trascinamento sul 2012 che dovrebbe tradursi in una flessione dello 0,5% per riprendersi lentamente nel 2013 nella misura del + 1,1%.

Nel terzo trimestre 2011 il Pil è cresciuto dello 0,2% sul secondo. In Germania (+ 0,5%) ed in Francia (+ 0,4%) determinante è risultato il contributo dei consumi e degli investimenti. Questo conferma un andamento a doppia velocità: ancora elevato nei paesi sinora relativamente a riparo dalla crisi del debito; quasi nullo se non negativo in quelli dove sono state varate misure fiscali più austere e più elevato è risultato l’incremento del tasso di interesse.

In settembre la produzione industriale nell’eurozona è scesa del 2% su agosto. Insieme all’Italia (- 4,8%) hanno contribuito all’inversione dell’indice sia la Germania (-2,9%) che la Francia (- 1,9%). Il crollo degli ordini pari a – 6,4%, il dato peggiore dal 2008, e la persistenza dell’indice degli acquisti al di sotto di soglia 50 – che indica contrazione – da cinque mesi a questa parte (dicembre ha mostrato una leggera inversione da 46,1 di novembre a 46,9) confermano il peggioramento della situazione che prelude a ulteriori forti contrazioni per i mesi successivi.

Ne risentirà l’occupazione che rallenterà fino a fermarsi nel 2012. La disoccupazione si manterrà agli alti livelli attuali intorno al 9,5%.

La BCE ha tagliato il tasso ufficiale di sconto dall’1,5% all’1% ed il peggioramento delle prospettive fa presagire che possa scendere entro la primavera del 2012 al di sotto dell’1%.

La decisione è motivata dall’entrata in recessione dell’area, dalla tenuta sostanziale del livello dell’inflazione interna, dalla domanda interna fiacca, dalla divaricazione dei tassi di interesse sui titoli pubblici nei diversi paesi che si ripercuote sulle condizioni di credito.

Gli acquisti di titoli pubblici e gli interventi di sostegno alla liquidità delle banche da parte della BCE sono orientati a sostenere la trasmissione della politica monetaria tra i paesi membri, ma non sono sufficienti a ripristinare la sostenibilità del debito sovrano e la solidità dell’economia dell’area. L’austerità fiscale se non sarà accompagnata dalla ripartenza della crescita rischia di tradursi in un avvitamento fatale dell’economia dell’area, e questo dovrebbe stimolare lo sviluppo di concrete politiche cooperative basate anche su un impegno di sostegno da parte dei paesi che vantano posizioni con gli altri paesi dell’euro in surplus.

L’euro con il 1° gennaio 2012 ha coronato i suoi primi dieci anni di vita in modo per nulla celebrativo con forti timori che le incertezze nella gestione della crisi del debito sovrano ne conducano alla deflagrazione: scenario drammatico di cui però, allo stato, non si può non tener conto per la “fragilità” della moneta unica. E’ mancata una vera identità europea e la capacità/volontà di rafforzare la moneta unica con istituzioni federali governanti che presiedano alla gestione coordinata delle politiche economiche e fiscali. La soluzione, che deve essere concretizzata, è stata individuata nel perfezionamento di accordi intergovernativi più che nel consolidamento del metodo comunitario. E’ essenziale che azioni forti di coordinamento delle politiche economiche e finanziarie possano realizzarsi con l’obiettivo di favorire interventi finalizzati al sostegno della moneta unica, al ritorno a tassi del debito sovrano adeguati ai fondamentali, allo sviluppo di iniziative comuni finalizzate alla riduzione degli squilibri dovuti ai diversi livelli di crescita. 

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L’ECONOMIA ITALIANA

L’economia italiana, investita dalle turbolenze della crisi dei debiti sovrani da cui fino a metà 2011 era rimasta indenne, ha risentito maggiormente del deterioramento globale della congiuntura per gli squilibri strutturali ancora irrisolti.

Completata non senza esitazioni dopo il passo indietro delle forze politiche la manovra di risanamento dei conti pubblici, prioritario è ora affrontare risolutamente il tema della crescita. Dal modo con cui verrà affrontato dipenderà il consolidamento della credibilità del nostro paese sul piano internazionale, indispensabile per un percorso solido e stabile di ripresa.

I dati macroeconomici del terzo trimestre 2011 illustrano l’avvitamento che prelude all’ingresso nella fase recessiva.

Il Pil è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente (+ 0,3% nel secondo trimestre dell’anno) tornando dopo sei trimestri consecutivi al segno negativo; le importazioni di beni e servizi hanno registrato un calo dell’1,1%. Di conseguenza il totale delle risorse (Pil ed importazioni) è diminuito dello 0,4%.

Dal lato della domanda le esportazioni sono aumentate dell’1,6%, gli investimenti fissi lordi si sono ridotti dello 0,8% mentre i consumi finali sono scesi dello 0,3%.
In particolare tra i consumi la spesa delle famiglie residenti è diminuita dello 0,2%, quella della pubblica amministrazione dello 0,6%.
La contrazione degli investimenti è stata determinata da una flessione dell’1,2% di quelli in costruzioni e del 4,9% degli investimenti in mezzi di trasporto, mentre la spesa per macchine, attrezzature e altri prodotti è aumentata dello 0,5%.

In termini tendenziali, nei confronti del terzo trimestre 2010, il prodotto è cresciuto dello 0,2% mentre i consumi finali sono calati dello 0,1% e gli investimenti fissi lordi del 2%.

I dati esprimono l’inversione di tendenza a maggior ragione se si riflette sul fatto che nel quarto trimestre del 2011 dovrebbero dispiegarsi in modo più persistente gli effetti del deterioramento della fiducia delle imprese e dei consumatori dovuto all’intensificarsi della crisi dei debiti sovrani ed all’irrigidimento delle condizioni del credito.

Ne deriva che la crescita acquisita per il 2011 si riduce all’incremento dello 0,5% del Pil (dallo 0,7% del secondo trimestre).

Il Pil, dal minimo toccato nel secondo trimestre 2009, ha recuperato solo il 2,2% con una variazione media trimestrale dello 0,2%.
La dinamica è stata caratterizzata da un massimo di espansione raggiunto nel primo trimestre 2010 (+ 0,8%), seguito da un graduale rallentamento culminato nella stagnazione del quarto trimestre (crescita zero).
Il primo ed il secondo trimestre 2011 hanno segnato un leggero recupero per poi ripiegare nel terzo.
Il valore del Pil si è attestato su un livello inferiore del 4,7% rispetto al livello massimo conseguito nel terzo trimestre 2007.

La debole crescita del primo semestre 2011 si è trasformata in contrazione a partire dal terzo trimestre.
Sino a tutta la prima metà del 2012 il Centro Studi Confindustria prevede che il Pil diminuisca ad un ritmo medio dello 0,5% con un calo cumulato del 2,1%: si tratterebbe della quinta recessione a partire dal 1980.
Dal terzo trimestre 2012 si tornerebbe a variazioni positive comunque contenute tra lo 0,1% e lo 0,3%. Di conseguenza il Pil viene stimato subire una caduta dell’1,6% in media d’anno.
Nel 2013 dovrebbe riprendere il segno positivo ma contenuto nello 0,6%.

Nelle previsioni del CSC la spesa delle famiglie, aumentata dello 0,6% nel 2011, in rallentamento dal +1% del 2010, dovrebbe diminuire dell’1% nel 2012 con un parziale recupero nel 2013 del + 0,4%.

Gli investimenti fissi lordi dovrebbero segnare un aumento per il 2011 dell’1,1% per ripiegare del – 4,8% nel 2012 e risalire dell’1,7% nel 2013. In particolare la spesa per macchine e mezzi di trasporto dovrebbe salire nel 2011 del 3,1%, calare nel 2012 del 4,5% e recuperare per il 2,3% nell’anno successivo. La spesa in costruzioni calerà per il 2011 del 2% e del 5,1% nel 2012 cui farebbe seguito un lieve recupero del + 0,8% nel 2013.

La produzione industriale, secondo le stime del CSC, risulta in calo a dicembre (- 0,7%) su novembre che ha registrato un incremento su ottobre dello 0,3% dopo la flessione di ottobre, – 0,9%. Nel quarto trimestre la contrazione viene stimata nel – 2,9% dopo il – 0,4% nel terzo ed il + 0,6% nel secondo.

Le difficoltà sono destinate a proseguire sulla base delle indicazioni provenienti dalle indagini qualitative.
A dicembre l’indice del clima di fiducia delle imprese manifatturiere ha toccato il picco negativo da due anni a questa parte sceso a 92,5 da 94 di novembre.

Peggiorano i giudizi sugli ordini e sulle attese di produzione; il saldo delle risposte sul livello delle scorte di magazzino segna un aumento. La debolezza della domanda interna e di quella estera contribuirà a mantenere un profilo cedente della produzione nella prima metà del 2012 che erediterà da fine 2011 una variazione di – 0,4%.

Le esportazioni crescono per il 2011 del 4,2% (in rallentamento rispetto al + 9,1% del 2010) mentre ripiegano nel 2012 verso la crescita zero (+0,2%) per poi tornare nel 2013 ad un ritmo più sostenuto. Le importazioni salgono del 2,2% nel 2011, calano dell’1,3% nel 2012 e risalgono del 2,3% nel 2013.

La diminuzione della fiducia dovuta alla crisi dei debiti sovrani, le politiche di bilancio restrittive, la frenata dei mercati emergenti hanno quindi cominciato a ripercuotersi sulla dinamica delle esportazioni italiane seguendo una tendenza decelerativa che si trasformerà in riduzione tra la fine del 2011 e la prima parte del 2012.

A novembre 2011 gli occupati (22.906.000) sono in diminuzione dello 0,1% (- 28mila unità) rispetto a ottobre per effetto della sola componente femminile, dello 0.3% (- 67mila unità) rispetto allo stesso mese del 2010)

Pertanto il tasso di occupazione si attesta al 56,9% in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre, di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Il tasso di disoccupazione (il numero dei disoccupati è aumentato dello 0,7% in termini congiunturali (+ 15mila unità), del 5,6% in termini tendenziali (+ 114mila unità)) si attesta all’8,6%, in aumento di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali, di 0,4 punti in termini tendenziali. Il tasso di disoccupazione giovanile ha toccato il 30,1% con un aumento di 0,9 punti su ottobre e di 1,8 punti su base annua.

La flessione dei livelli di attività nella seconda parte del 2011 si è riflessa sul deterioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Il CSC stima un aumento dell’occupazione dello 0,9% per il 2011 (calcolato in unità di lavoro equivalenti a tempo pieno ULA) dovuto al trascinamento dal 2010 ed al miglioramento dei primi mesi del 2011), mentre nel 2012 è atteso un calo dello 0,6% e nel 2013 dello 0,2%. Il 2013 dovrebbe chiudersi con 957mila ULA in meno rispetto ad inizio 2008.

Il tasso di disoccupazione dovrebbe salire, tenuto conto dell’andamento riflessivo dell’occupazione, al 9% nel 2012 per rimanere a questo livello nel 2013.

Dopo la dinamica positiva registrata nel 2009 (+1%) e nel 2010 (+0,6%) le retribuzioni reali del totale dell’economia sono stimate diminuire dell0 0,9% nel 2011; la flessione continuerà nel biennio 2012/2013. Infatti il CSC stima che la crescita delle retribuzioni nominali di fatto per addetto dovrebbe posizionarsi sull’1,5% nel 2012 e sull’1,7% nel 2013 a fronte di un’inflazione attesa rispettivamente del 2,2% e del 2,1%.

Il costo del lavoro per unità di prodotto però continua ad innalzarsi: nel 2011 si stima in crescita del 2,2% (- 0,2% nel 2010) a causa dell’abbassamento della produttività (- 0,3% dal + 2,2% dell’anno precedente). Sommando questo aumento all’impennata registrata tra il primo trimestre 2007 ed il primo 2009, il CLUP raggiunge a fine 2011 un livello del 14,2% superiore a quello evidenziato ad inizio 2007.

Nel 2012 a fronte di una flessione della produttività il CLUP dovrebbe salire del 2,6% per assestarsi nel 2013 – + 0,9% – grazie a parziali recuperi di produttività (+ 0,8%).

Il tasso di inflazione medio annuo si attesta, con riferimento ai dati di dicembre, al 2,8%, in sensibile accelerazione rispetto all’1,5% registrato nel 2010. Il CSC si aspetta che dall’inizio del 2012 la dinamica dei prezzi rallenti in misura marcata per portarsi al + 1,9% a fine anno (2,2% in media).

L’accesso al credito è divenuto più selettivo e costoso. Una quota crescente di imprese fatica a ottenere prestiti dalle banche. Il rischio è di un peggioramento della situazione se non viene rapidamente risolta la crisi dei debiti sovrani e non si normalizza il rendimento dei titoli di Stato. Innalzamento dei tassi di interesse richiesti alle imprese e congelamento del credito si sono già cumulati negli ultimi mesi. L’impatto sull’economia reale dovrebbe riflettersi anche nei primi mesi del 2012 a seguito della permanenza di una impostazione restrittiva del credito.

Per quanto attiene i conti pubblici l’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013 appare conseguibile grazie all’implementazione del programma di risanamento dei conti programmati dall’attuale Governo ed alle manovre varate nel 2011.
L’indebitamento netto della pubblica amministrazione pari al 3,9% nel 2011 dovrebbe scendere all’1,5% nel 2012 ed allo 0,1% nel 2013.
Il saldo primario torna positivo già nel 2011, 1,1% del Pil, per portarsi al 4% nel 2012 ed al 5,5% nel 2013.
Il debito pubblico, al 120,3% nel 2011, passerebbe nel 2012 al 121,4% per poi scendere nel 2013 al 118%.

Si tratta di un percorso sostenibile. Due condizioni ne agevolerebbero la concretizzazione.

Da un lato la soluzione della crisi internazionale del debito sovrano. Per rendere credibile lo sforzo italiano di risanamento è necessario che la stretta fiscale sia accompagnata dalla riduzione dei tassi di interesse sul debito. La iniezione di liquidità da parte della Bce ha consentito di ridurre i tassi a breve ma non garantisce che i tassi sui titolo decennali scendano. I dubbi degli investitori riguardano la capacità di ripagamento a dieci anni. Perché i tassi scendano è necessario che sia visibile l’impegno istituzionale di tutta l’area dell’euro a rafforzare la moneta comune.

L’Italia ha mostrato di saper fare la sua parte per il risanamento. Ora una risposta coesa e determinata deve arrivare dall’Europa.

In secondo luogo occorre sostenere la crescita con quelle riforme che sinora non si sono realizzate. Il Decreto salva Italia costituisce un primo parziale passo in questa direzione. Ma altri ne occorrono sul mercato del lavoro, sugli ammortizzatori sociali, sulle infrastrutture, sui costi della politica, sulla giustizia civile, sull’istruzione e sulla formazione, sulla lotta all’evasione fiscale accompagnata dall’abbattimento delle aliquote (la pressione fiscale effettiva, per chi le tasse le paga, raggiunge il 51,3%, un livello non sostenibile alla lunga).

Insomma meno barriere all’entrata, meno privilegi e rendite per gli inclusi, più possibilità d’ingresso per i giovani, più spazio al merito ed alla concorrenza: un’economia più aperta, più inclusiva ed equa.

E’ un percorso da seguire con coerenza e rigore e dal quale non si può derogare se l’obiettivo è la costruzione di condizioni per uno sviluppo solido e solidale.

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 ECONOMIA DEL FRIULI VENEZIA GIULIA

Gli indicatori congiunturali, sulla base dell’indagine coordinata da Confindustria Friuli Venezia Giulia con la collaborazione delle quattro Associazioni territoriali, evidenziano complessivamente una situazione di rallentamento in cui il sostegno alla produzione proviene sostanzialmente dalla componente della domanda estera.

La produzione sul piano congiunturale presenta un andamento alterno che indica la permanenza di condizioni di instabilità: all’andamento positivo del quarto trimestre 2010, + 4,7%, ha fatto seguito la caduta del primo, – 1,3%, nel secondo si è manifestato un recupero , + 5%, con la successiva flessione nel terzo, – 3,3%.

Tali andamenti hanno seguito l’evoluzione della domanda totale: – 4,7% nel primo trimestre, +5,6% nel secondo, – 1,4% nel terzo.
Vi ha influito in particolare la domanda interna (- 3,3% nel primo trimestre, + 8,9% nel secondo, -7,4% nel terzo) mentre la domanda estera ha registrato negli ultimi due trimestri un andamento positivo anche se in rallentamento, dal – 5,5% del primo trimestre al + 3,6% del secondo ed al + 2,4% del terzo.

Gli ordini hanno invertito la dinamica nell’ultimo trimestre, dal + 4,7% del primo trimestre al + 2,7% nel secondo cui è seguito il terzo con – 4,8%.

La variazione tendenziale evidenzia il raffreddamento delle dinamiche.

La produzione, che dal quarto trimestre 2010 al primo 2011, aveva mostrato di recuperare in modo robusto, da + 9% a + 10,2%, è rallentata nel secondo segnando una crescita del + 5,7% per decelerare ulteriormente nel terzo, + 0,5%.

Dal punto di vista della domanda interna il supporto è stato modesto, + 1,2% nel primo trimestre, + 3% nel secondo, + 2,9% nel terzo, mentre più dinamico è risultato l’apporto della componente estera, + 13,8% nel primo trimestre, + 8,3% nel secondo, + 7,4% nel terzo.

Il rallentamento è evidente nel giudizio sull’evoluzione delle scorte: nel primo trimestre l’80% delle imprese dichiarava scorte adeguate, nel terzo il 77%; di converso il giudizio su scorte in esubero ha registrato la crescita dei consensi, dall’11 al 16%.

L’utilizzo degli impianti si è rafforzato dall’80,8% del primo trimestre all’83,9% del terzo indicando una maggiore intensità di impiego, mentre i livelli occupazionali mostrano una tendenza riflessiva, – 0,7% nel terzo.

L’indagine qualitativa condotta dalla Banca d’Italia tra un campione di imprese industriali regionali di almeno 20 addetti ha evidenziato come il 56% delle imprese segnali un aumento del fatturato nei primi nove mesi dell’anno rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente a fronte del 22% che ha registro una contrazione.
Le previsioni per i sei mesi successivi risultano improntate a maggior pessimismo.
Tali valutazioni trovano corrispondenza negli esiti dell’indagine congiunturale di Confindustria FVG che mostra una chiara tendenza decelerativa.

Se risulta migliorata complessivamente la redditività (le imprese in utile sono salite dal 51 al 60% ma la quota delle aziende che prevedono di chiudere in perdita è rimasta attorno al 32%, 1 su 3), il clima di incertezza trova riscontro nella valutazione sugli investimenti effettuati ed in prospettiva. Solo l’11% delle imprese industriali ha effettuato una spesa per investimenti fissi superiore a quella programmata a fine 2010, a fronte del 29% che ha investito meno del previsto.
Per il 2012 poco meno del 15% delle imprese dichiara di espandere la spesa per investimenti mentre una quota del 20% prevede di ridurla.
Rimane stabile la quota delle imprese, 90%, che prevede il proprio fabbisogno finanziario costante o in aumento per il 2012.

Sostenuto resta il contributo del commercio estero alla formazione del prodotto.

Le esportazioni sono cresciute del 10,1%, da 8.718 milioni di euro a 9.597, + 10,1%.
Il maggior contributo proviene dalla provincia di Udine (da 3.482 milioni di euro a 4.004) con un incremento di 520 milioni di euro, + 15% nella variazione tendenziale, seguita da Trieste (da 1.510 a 1.939), + 428 milioni di incremento, + 28,4% di variazione tendenziale, e da Pordenone (da 2.276 milioni di euro a 2.516),+ 240 milioni di incremento.
La provincia di Gorizia ha segnato un andamento negativo (da 1.448 milioni di euro a 1.138) a fronte di un decremento di 310 milioni di euro, – 21,4% nella variazione tendenziale.

I prodotti di riferimento dell’export regionale identificati per l’incidenza sul totale dell’export nazionale sono rappresentati dai mobili con una quota del 15,8% rimasta stabile tra il 2010 ed il 2011 (l’incremento relativo è stato del 5,2%), dal legno e prodotti in legno con una quota dell’8,6%, un punto in meno rispetto al 2010 (l’incremento relativo è stato del 5,1%), dalle macchine ed apparecchi non altrimenti classificati con una quota del 5,3% in flessione rispetto al 5,7% del 2010 (l’incremento relativo è stato dell’8,7%), dei prodotti in metallo comprensivi dei prodotti siderurgici la cui quota è salita da 4,7% a 5% (con un incremento relativo del 33,5%).

Il mercato di riferimento resta l’Unione Europea (l’UE a 27 incide sul totale dell’export manifatturiero per il 54%): le esportazioni verso quest’area hanno registrato una contrazione del 7,8%, da 5.505 milioni di euro a 5.072 per effetto del crollo delle esportazioni verso il Regno Unito (- 67%, da 1.283 milioni di euro a 418) mentre si consolida il peso della Germania (+ 11,6%, da 1.156 milioni di euro a 1.290) e della Francia (+ 21,8%, da 726 milioni di euro a 884).

Le esportazioni nell’area extraUE a 27 crescono del 42,6%, da 3.059 milioni di euro a 4.362 per impulso in particolare dei rapporti con gli Stati Uniti verso i quali le esportazioni sono aumentate del 269,8%, da 222 milioni di euro a 820.

Sul piano del mercato del lavoro, con riferimento alla Rilevazione trimestrale curata dall’Istat sulle forze di lavoro, la variazione tendenziale tra il terzo trimestre 2011 ed il corrispondente periodo 2010 evidenzia segnali di miglioramento, la variazione congiunturale del terzo trimestre 2011 rispetto al trimestre precedente segna un andamento complessivamente negativo.

L’occupazione che nel terzo trimestre 2010 si attesta su 502 mila unità un anno dopo si riposiziona su 512 mila (+ 1,8%) ma sul piano congiunturale segna un regresso del – 2,3% (da 524 a 511mila unità. Di conseguenza il tasso di occupazione migliora da 63,01% sul piano tendenziale a 64,3%, si flette su quello congiunturale dal 65,08% del secondo trimestre.

Le persone in cerca di occupazione si riducono sia sul piano tendenziale (da 28 mila unità del terzo trimestre 2010 a 22mila dello stesso periodo del 2011) sia su quello congiunturale (da 23 mila del secondo trimestre 2011 a 22mila del terzo). Sul piano tendenziale questo è l’effetto del miglioramento dell’occupazione e del rafforzamento dell’attività (il relativo tasso passa da 66,5% a 67,06% con la contrazione del tasso di inattività da 33,47% a 32,94%) ma nella variazione congiunturale si registra la netta inversione di tendenza con il calo dell’attività (da 68,64% a 67,06%), la contrazione dell’occupazione (da 65,8% a 64,3%) e l’incremento dell’inattività (da 31,36%a 32,94%).

Il tasso di disoccupazione presenta un andamento simmetrico: si abbassa sul piano tendenziale da 5,23% a 4,07% per effetto del rafforzamento (relativo) dell’attività ma si contrae sul piano congiunturale scontandone il raffreddamento con il conseguente incremento delle situazioni di inattività.

La tendenza decelerativa si traduce anche nell’inversione della curva del trend del prodotto regionale.

Nel 2009 (dati Istat) il Pil regionale ha subito una flessione del 6,1% che unita a quella del 2008, -1,6%, ha portato la variazione media annua per il periodo 2000/2009 al – 0,1% (a fronte del + 0,1% a livello nazionale).

Secondo le stime di Svimez nel 2010 il Pil regionale avrebbe fortemente recuperato con una crescita del + 2,3% (inferiore nei confronti delle altre Regioni solo al + 2,8% del Veneto) con un riposizionamento nel 2011 al + 1% (superiore alla media nazionale, + 0,6%, ed a quella del centro-nord, +0,8%).

Per il 2012 l’indagine Unioncamere – Prometeia stima un andamento riflessivo del Pil regionale allineato con quello nazionale, – 0,5%, più accentuato dell’area del nord est, – 0,3%. Peserebbe la flessione degli investimenti fissi lordi, – 0,6%, e la crescita zero dei consumi delle famiglie. Il sostegno proverrebbe dalle esportazioni, + 2,3%, mentre il tasso di disoccupazione si attesterebbe sul 5,4%.

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L’ECONOMIA DELLA PROVINCIA DI UDINE

L’evoluzione della struttura produttiva

L’analisi del movimento delle imprese iscritte al registro delle imprese curato dalla Camera di commercio di Udine rappresenta un indicatore significativo dell’evoluzione della struttura produttiva sotto il profilo della consistenza e della composizione.

Complessivamente il numero delle imprese attive, nel confronto tra il terzo trimestre 2011 ed il corrispondente periodo dell’anno precedente, evidenzia un andamento in moderata contrazione pari a – 0,3%, da 47.763 imprese a – 47.634. Tenuto conto del rapporto tra iscrizioni e cessazioni rispetto al totale delle imprese registrate il tasso di crescita è passato da 0,33% a 0,27% per effetto della riduzione del saldo da 176 imprese del terzo trimestre 2010 a 144 dello stesso periodo dell’anno successivo.

Il comparto dell’agricoltura presenta un andamento riflessivo, da 9.810 imprese a 9.474, – 3,4%, il manifatturiero presenta una riduzione pari a – 0,6%, da 5.059 imprese a 5.031, mentre le costruzioni passano da 7.731 imprese a 7.735, + 0,05%.

Nel campo del terziario il commercio segna una riduzione del – 0,4%, da 10.193 imprese a 10.098, il trasporto del – 1,1%, da 1079 imprese a 1.067, mentre la ristorazione cresce da 3.705 imprese a 3.782, + 2,1%. Nell’ambito dei servizi rari i servizi dell’informazione e della comunicazione aumentano da 997 imprese a 1.014, + 1,7%, come le attività immobiliari, da 2.144 imprese a 2.218, + 3,4%, le attività professionali, scientifiche e tecnologiche, da 1.766 imprese a 1.796, + 1,7%, le attività di noleggio ed agenzie di viaggio, da 949 a 983 imprese, + 3,6%. In calo invece i servizi finanziari, da 899 imprese a 887, – 1,3%. I servizi culturali e di intrattenimento passano da 449 imprese a 464, + 3,3%, mentre i servizi alla persona da 2.054 imprese a 2093, + 1,9%.

Nell’ambito del manifatturiero le imprese industriali propriamente dette mostrano una riduzione da 1.503 unità a 1.497, – 0,4%, mentre le imprese artigiane risultano scese da 3.556 unità a 3.534 con una contrazione del – 0,6%.

Alla contrazione delle imprese appartenenti al settore del mobile, da 284 a 270, – 4,9%, ed a quello dei prodotti in metallo, da 280 imprese a 268, – 4,3%, corrisponde l’incremento delle imprese di costruzione di macchine ed impianti, da 180 a 189, + 5%, il consolidamento della metallurgia, da 27 a 30 imprese, + 11,1%, il rafforzamento del settore dei prodotti in legno, da 117 a 122, + 4,3%.

Le imprese industriali di costruzione sono passate da 1.533 a 1.494, – 2,5%, mentre le imprese artigiane si sono consolidate da 6.198 a 6.241, + 0,7%.

Dal punto di vista della natura giuridica per quanto riguarda le imprese industrialmente organizzate si registra la sostanziale stabilizzazione delle società di capitale, da 1.336 a 1.337, mentre le imprese costituite in forma di società di persone scendono da 199 a 193, quelle in forma di imprese individuali da 118 a 115.

Dal movimento delle imprese organizzate industrialmente emerge una situazione di sostanziale stabilizzazione che riflette comunque tendenze prive di dinamiche espansive.

La produzione industriale

  1. Tendenze evolutive.

Il percorso di recupero si è arrestato a partire da quest’estate dopo che il primo semestre ha mantenuto un andamento positivo anche se con dinamiche meno accentuate delle tendenze che si erano manifestate nel 2010. L’arretramento è evidenziato dal fatto che il terzo trimestre 2011 segnala un andamento riflessivo sia sul piano tendenziale, – 0,1% rispetto allo stesso periodo del 2010, sia su quello congiunturale, – 3,3% rispetto al secondo trimestre 2011.

Dopo il picco della caduta della produzione tra il secondo ed il terzo trimestre 2009 che ha abbassato la media dell’anno a – 16%, la produzione sul piano tendenziale si è ripresa nel 2010 con un andamento del + 7,4%. Nel primo semestre 2011 la media si è riposizionata sul + 4,95% per poi cedere nel terzo assumendo una intonazione riflessiva del – 0,1%.

L’inversione di tendenza è determinata dal raffreddamento delle vendite e dalla decelerazione degli ordini. L’incremento delle vendite totali nella media del periodo gennaio settembre è scesa dal + 6,8% del 2010 al + 3% del 2011, il mercato domestico ha rallentato la sua dinamica, da + 7,4% del 2010 al + 3,8% del 2011, quello estero da + 7,4% a + 2,1%.

Evidente la flessione degli ordini, da + 11% del 2010 a + 1,6% del 2011 dovuto al buon andamento del primo trimestre mentre quelli successivi hanno mostrato un trend negativo, -0,8% nel secondo e – 2,1% nel terzo.

Sul piano congiunturale la produzione ha registrato una evoluzione altalenante, – 1% nel primo trimestre, + 5,2% nel secondo, – 3,3% nel terzo. Vi ha concorso la decelerazione delle vendite che nel terzo trimestre ha assunto una intonazione negativa, -3,2%, sospinta dalla flessione della domanda interna, – 9,6%, mentre quella estera ha tenuto ma con una riduzione netta rispetto al semestre precedente (+ 0,4% a fronte del + 4,6% semestrale).

Gli ordini si sono avvitati da una variazione positiva nel primo trimestre, + 5,4%, alla flessione del secondo, – 4,2%, e del terzo, – 4,4%.

La tendenza è improntata ad una sensibile contrazione destinata a protrarsi nella prima parte del 2012.

  1. Andamenti settoriali.

Sul piano settoriale il legno-mobile continua a mantenere un profilo negativo, – 3,9% nella variazione tendenziale, che sconta un basso profilo della domanda e degli ordini, mentre anche l’alimentare risente della contrazione dei consumi, – 2,5%, penalizzato in particolare dalla domanda interna.

La siderurgia mantiene un andamento positivo, + 7,5%, sostenuto sia dalla domanda interna che da quella estera.

La lavorazione di minerali non metalliferi evidenzia segnali di recupero, + 7,5%, sulla spinta della domanda interna mentre quella estera ha mostrato di flettersi.

Le industrie chimiche, dopo un andamento positivo nel primo trimestre, + 26%, segnalano nei trimestri successivi una flessione pari a – 6,1%, con il calo della domanda estera e degli ordini.

Le industrie meccaniche registrano un andamento positivo della produzione, + 3,5%, ma con una tendenza netta alla decelerazione sotto la spinta del raffreddamento della domanda interna e del rallentamento degli ordini. Il comparto della costruzione di prodotti in metallo mostra un andamento incerto, – 0,3%, per l’arretramento della domanda interna e degli ordini mentre la produzione di macchinari mantiene un trend positivo, + 3,1%, in presenza però del rallentamento della domanda e della riduzione degli ordini. Sostenuto risulta l’andamento del comparto del materiale elettrico ed elettronico, + 12,7%, dovuto al buon andamento della prima parte dell’anno mentre si manifestano segnali di rallentamento sia della domanda che degli ordini in particolare nell’ultimo trimestre.

Il settore dell’abbigliamento presenta un andamento tonico, + 12,3%, determinato dall’espansione del primo trimestre sotto lo stimolo della domanda interna, mentre il comparto della carta e stampa mantiene un profilo costante, + 3,9%, così come quello della gomma e plastica, + 5,8% nella media, con una tendenza progressiva al rallentamento della domanda e degli ordini.

  1. Previsioni.

Il confronto delle previsioni tra quelle formulate nel secondo trimestre per il terzo dell’anno e nel terzo per il quarto evidenziano la percezione di un avvitamento della congiuntura.

Le previsioni per la produzione registrano l’inversione del saldo tra coloro che pronosticano l’aumento della produzione e coloro che, invece, ne pronosticano il calo: da positivo nel secondo trimestre, + 3, a negativo, – 13 nel terzo. Rileva come scenda dal 92 al 75% la quota di coloro che prevedono una situazione di stabilità. La previsione è quindi per il peggioramento.

Questo si riflette anche sulle previsioni della domanda.

Per quanto riguarda la domanda interna il saldo negativo passa da – 1 a – 16 con il calo della quota di coloro che giudicano la situazione stabile dal 77 al 51%.

La domanda estera mantiene un saldo positivo che scende da + 14 a + 2 con l’invarianza della quota dei giudizi di stabilità, 82%.

Anche nel caso delle previsioni sull’occupazione il saldo negativo si rafforza, da – 5 a – 13: nessuno prevede un incremento dell’occupazione mentre la quota di coloro che stimano un andamento invariato si riposiziona da 89 a 87%.

Il mercato del lavoro

La dinamica del ricorso alla cassa integrazione è nel complesso fortemente rallentata: infatti il totale delle ore integrate nel 2011 è cresciuto da 7.482.120 ore a 7.576.590, + 1,3%, ma questo è il risultato di due andamenti opposti, la gestione ordinaria in netta diminuzione, da 1.173.490 ore a 590.308, – 49,7%, la gestione straordinaria che presenta un incremento peraltro polarizzato del + 10,7%, da 6.308.630 a 6.986.282 ore.

Per quanto riguarda la gestione ordinaria tutti i settori di attività presentano un andamento cedente. Si passa dalla meccanica, il settore che più incide sulla gestione ordinaria, che registra la diminuzione delle ore integrate da 504.455 a 188.943, – 62,5%, alla riduzione del legno, da 256.653 ore a 190.344, – 25,8%, e della chimica, da 136.588 ore a 57.091, – 58,2%. Questi tre settori incidono sul totale del ricorso alla cassa integrazione ordinaria nella misura del 73,9%.

Sul piano della gestione straordinaria la crescita delle ore integrate è polarizzata su tre settori: in ordine di rilevanza quantitativa dello stock il legno, da 873.790 ore a 1.514.927, + 73,4%, la chimica, da 369.521 a 507.665, + 37,4%, la lavorazione di minerali non metalliferi, da 55.815 a 477.584, + 657,6%.

La cassa integrazione in deroga è calata invece dell’89,8% passando da 1.310.131 ore a 134.042.

Per il totale delle ore integrate (gestione ordinaria e straordinaria) i lavoratori equivalenti a tempo pieno si calcolano in 4.673 (nello stesso periodo del 2010 si contavano in 4.535). Se ci si riferisce alla sola gestione straordinaria il rapporto si pone tra 3.823 lavoratori equivalenti del 2010 e 4.234 nel 2011.

Sul totale delle ore integrate il peso della cassa integrazione straordinaria cresce da 84,3% a 92,2%. L’effetto di trascinamento della crisi fa sentire la sua criticità in termini di incremento del ricorso alla cassa integrazione straordinaria mentre si allenta la pressione della gestione ordinaria.

I flussi del mercato del lavoro, sulla base dei dati curati dall’Osservatorio sul mercato del lavoro della provincia di Udine, evidenziano l’incremento delle assunzioni per il complesso delle attività economiche tra l’annualità compresa nel periodo quarto trimestre 2009 – terzo trimestre 2010 e quella del periodo quarto trimestre 2010 – terzo trimestre 2011, che sono passate da 81.322 unità a 85.805 con un incremento del + 5,5%. L’industria in senso stretto ha dato il maggior contributo relativo in quanto le assunzioni relative sono passate da 12.520 unità a 13.990 + 11,7%, mentre il comparto agricolo (da 4.865 unità a 4.800, – 1,3%) e le costruzioni ( da 4.443 unità a 4.336, – 2,4%) mostrano un andamento riflessivo. I servizi hanno mantenuto un trend positivo, da 59.482 unità a 62.679, + 5,4%.

Sul totale delle assunzioni va rilevato che dal versante congiunturale, il terzo trimestre 2011 sul secondo si registra una flessione del – 1,9%.

Il fenomeno delle cessazioni per il totale delle attività economiche resta consistente cresciuto da 81.753 unità a 87.003, +6,4%.

L’industria in senso stretto presenta anch’essa un andamento incrementativo, da 13.351 unità a 14.389, + 7,8%, mentre il comparto delle costruzioni segna una flessione pari a – 2,3%, da 4.910 unità a 4.797.

Il saldo assunzioni/cessazioni per il totale dei settori rimane sostanzialmente inalterato, da 0,99 a 0,98, mentre quello dell’industria in senso stretto si è rafforzato, da 0,94 a 0,97.

Per quanto riguarda la mobilità i dati di stock, la consistenza del fenomeno, mostrano complessivamente tra il terzo trimestre 2010 ed il terzo trimestre 2011 un decremento da 6.484 unità a 6.454, – 0,4%, ma la componente rappresentata dalla mobilità indennizzata (L. 223/91), quella utilizzata prevalentemente dall’industria, evidenzia un incremento del 4%, da 1.943 unità a 2.020. Il canale della mobilità con assegno di disoccupazione (L. 236/93) mostra una contrazione da 4.541 unità 4.438, -2,3%.

I flussi, cioè le messe in mobilità mostrano una tendenza riflessiva, presentando nei due canali un andamento cedente: nel caso della L. 223/91 i flussi nel terzo trimestre 2011 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente passano da 295 unità a 255, – 13,6%, in quello dalla L. 236/93 da 527 unità a 470, – 10,8%; il totale dei flussi presenta un calo del 12%, da 822 unità a 725.

Il commercio estero

Sia le indagini congiunturali che quelle di ordine qualitativo indicano il ruolo del supporto del commercio estero alla produzione.

Infatti le esportazioni hanno mostrato un andamento positivo costante nei tre trimestri del 2011 rispetto ai corrispondenti periodi dell’anno precedente, + 24,8%, nel primo trimestre, + 6,7% nel secondo, + 16,4% nel terzo. Sono sei trimestri consecutivi, a partire dal primo trimestre 2010 che ha segnato una flessione dell’11,3%, in cui i flussi di esportazione hanno continuato ad esprimere valori positivi.

In media d’anno le esportazioni provinciali sono cresciute da 3.482 milioni di euro a 4.003, + 15%, superiore alla media nazionale, + 13,5%, e regionale, + 10,1%.

Il maggior incremento in valore assoluto lo segnalano i prodotti della siderurgia, + 297 milioni di euro, da 643 a 940, + 46,2%, che costituiscono la seconda voce di esportazione. La prima spetta ai macchinari ed impianti le cui esportazioni crescono da 1.192 milioni di euro a 1.286, + 93 milioni di euro con una variazione pari a + 7,9%.

Seguono i prodotti in metallo le cui esportazioni sono salite da 275 milioni di euro a 341, + 65 milioni di euro, per una variazione positiva del 23,8%. La voce prodotti in metallo ha superato al terzo posto per importanza nella classifica merceologica delle esportazioni il mobile che ha mantenuto, dopo una caduta ininterrotta dai primi del 2000 con la perdita di due terzi del valore dell’export, in cui era il primo prodotto di esportazione, a 334 milioni di euro il valore del contributo alle esportazioni con una variazione del tutto marginale, + 0,1%, ma significativa perché ferma la tendenza cedente sinora manifestatasi.

Le apparecchiature elettriche consolidano il contributo all’export, da 197 milioni di euro a 199, + 2 milioni di euro per una variazione pari a + 1,1%. L’export di prodotti chimici tiene, da 165 a 166 milioni di euro, + 0,8%, mentre gli articoli in gomma e materie plastiche crescono da 126 a 153 milioni di euro, + 21,2 milioni di euro con una variazione di + 21,3%. Anche i prodotti alimentari seguono il trend positivo, da 94 milioni di euro a 112, + 17,7 milioni di euro pari ad un incremento del + 18,9%.

Sul piano della distribuzione geografica rileva come il 57% delle esportazioni sia concentrato nell’area dell’UE a 27, la cui quota relativa è cresciuta del 20%, mentre la quota dei paesi extra UE è salita dell’8,9%.

Germania e Francia si confermano i principali clienti dell’export friulano, la Germania con un fatturato di 643 milioni di euro, +18,5%, la Francia con uno di 398, + 26,1% seguita dall’Austria, 274 milioni di fatturato ed una variazione di + 27,6%.

Nell’Europa non UE rilevano i flussi di esportazione verso la Russia (201 milioni di fatturato da 137, + 46,8%) mentre quelli verso la Turchia sono scesi del 70%, a 89 milioni di euro da 297.

Le esportazioni verso l’Africa sono diminuite del 9,3%, da 218 a 198 milioni di euro scontando la crisi dei paesi nordafricani con riguardo in particolare alla Libia verso la quale l’export è sceso da 50 milioni di euro a 3.

Robusto l’incremento dell’export verso le Americhe cresciuto del 52,5%, da 199 a 304 milioni di euro. I maggiori contributi derivano dagli Stati Uniti, 300 milioni di fatturato all’export con un incremento di + 54,8%, dai paesi del Mercosur con una crescita dell’export dell’82,8%, da 40 a 73 milioni di fatturato, del Brasile, + 81,8%, da 35 a 63 milioni di euro.

Le esportazioni verso l’Asia Centrale registrano un calo del 14,4% determinato dall’export verso l’India, – 27,7%, da 83 milioni di euro a 60.

L’Asia Orientale conferma un trend di crescita nei flussi di esportazione, complessivamente + 54,9%, trainato dall’export verso la Cina (+ 71,6%, da 90 a 154 milioni di euro) ed il Giappone (+ 38,7%, da 10 milioni di euro a 13,8).

Cresce anche il Medio Oriente, + 71,6%, grazie al recupero delle esportazioni in particolare verso l’Arabia Saudita, + 320,1%, da 43 a 181 milioni di euro.

L’export friulano rafforza complessivamente la sua presenza internazionale confermando la capacità di penetrazione globale dei mercati del mondo.

Anche le importazioni sono cresciute rafforzando il grado di apertura ai mercati esteri dell’indutria friulana, + 22,7%, da 2.083 milioni di euro a 2.556.

La principale voce dell’import è rappresentata dai prodotti della metallurgia, da 600 milioni di euro a 853, + 42,1%; seguono i rifiuti, materie prime seconde, ferro e legno in particolare, da 309 milioni di euro a 448, + 45%, i prodotti chimici, da 214 milioni di euro a 243, + 13,8%, mentre si flettono le importazioni di macchinari, da 176 a 158 milioni di euro, – 10,1%.

Il primo paese di importazione è divenuto l’Ucraina, da 257 milioni di euro a 411, + 59,6% (le importazioni sono concentrate per il 99% sui prodotti della metallurgia).

Seguono la Germania, da 280 milioni di euro a 313, + 11,8%, la Russia, da 157 a 122 milioni di euro, in diminuzione del 22,6%, il Belgio, da 91 milioni di euro a 116, + 27,4% e l’Austria, da 80 a 108 milioni di euro, + 35,2%.

Data la natura delle importazioni che rappresentano per gran parte l’input della produzione industriale friulana, questo evidenzia il mantenimento di condizioni di continuità produttiva ancorchè inserito in un contesto che permane incerto.

INDAGINE CONGIUNTURALE RAPIDA

Nella settimana che va dal 9 al 13 gennaio 2012 è stata condotta, a cura dell’Ufficio Studi di Confindustria Udine, una indagine congiunturale rapida che ha coperto un campione di 70 industrie manifatturiere associate.

La finalità dell’indagine è quella di cogliere una prima valutazione tra le industrie associate sull’andamento registrato nel 2011 e sulle previsioni per il 2012.

Alla domanda sulla valutazione dei risultati nel 2011, il 46% dei rispondenti ha dichiarato che l’anno è stato contrassegnato da un andamento in crescita, il 22% ha registrato una diminuzione, per il 32% è risultato stabile. Quindi il saldo è risultato positivo, + 14.

Le previsioni per il 2012 sono improntate all’inversione di tendenza. Infatti la quota di coloro che pronosticano un andamento di crescita scende al 20% mentre si rafforza al 24% la quota di coloro che stimano una diminuzione della produzione. Per il 56% dei rispondenti il giudizio è di stabilità. Il saldo diventa quindi negativo, – 4.

Sulla tendenza dei mercati il giudizio è netto. Il mercato nazionale risulta in contrazione per il 46% dei rispondenti mentre il 19% lo giudica in crescita con una quota del 35% dei rispondenti che constata una situazione di stabilità. Il saldo è inequivocabilmente negativo, – 27.

Il saldo sulla tendenza della domanda estera è simmetricamente opposto mostrando un segno positivo, + 19. Il 39% la giudica in crescita, il 20% in diminuzione, il 41% stabile.

L’industria ha recuperato sui prezzi alla vendita nel 2011 dei prodotti industriali utilizzando il riequilibrio del rapporto tra domanda ed offerta. Infatti il 30% dei rispondenti dichiara che i prezzi sono cresciuti, il 46% che sono rimasti stabili, il 24% che sono risultati in diminuzione: un saldo, quindi, di segno positivo, + 6.

Il ritorno ad una fase recessiva, in particolare nella prima parte del 2012, dovrebbe indurre alla riduzione del ricarico sui prezzi. Il 15% dei rispondenti prevede che sono destinati a crescere, il 67% che resteranno stabili, il 18% che diminuiranno. Quindi il saldo diventa negativo, – 3.

Il recupero in particolare nella prima parte del 2011 è stato sostenuto dagli investimenti: infatti il 52% dei rispondenti dichiara di aver investito in corso d’anno,

Si inverte la previsione per il 2012: per il 57% dei rispondenti non si procederà a nuovi investimenti, mentre scende al 43% la quota di coloro che stimano di effettuare investimenti.

Per quanto riguarda l’occupazione, il 28% dei rispondenti dichiara che è cresciuta nel 2011, il 46% che è rimasta stabile, il 26% che è diminuita.

Le previsioni non favorevoli per il 2012 si riflettono sui giudizi sull’andamento dell’occupazione. Scende al 13% la quota di coloro che prevedono un incremento dell’occupazione, il 76% giudica che rimarrà stabile, l’11% che diminuirà.

L’accesso al credito resta un elemento di criticità. Se il 70% dei rispondenti dichiara una situazione di invarianza, il 25% denuncia interventi di restringimento a fronte del 6% che ha ottenuto l’ampliamento del credito. Il saldo è negativo.

Dall’indagine emerge come l’industria friulana abbia “tenuto” nel 2011 utilizzando in particolare la leva della domanda estera, recuperando sui prezzi alla vendita e contando sulla ripresa degli investimenti.

L’inversione recessiva che prospetta il 2012 determinerà una situazione opposta caratterizzata dalla contrazione della produzione, da politiche meno espansive sui prezzi, dalla riduzione degli investimenti, dalla riduzione delle imprese che aumenteranno l’occupazione.

L’accesso al credito resta un fattore critico per l’ispessimento delle scelte selettive degli istituti di credito.

Il quadro di riferimento resta opaco per il prevalere di fattori di volatilità la cui evoluzione resta incerta. Se a livello internazionale si prevede l’avvio di un nuovo ciclo di recupero a partire dal secondo trimestre 2012 che prefigurerebbe una ripresa seppur debole e lenta nella seconda parte dell’anno, questo favorirebbe la possibilità per l’industria friulana, che conta su un significativo grado di apertura nei confronti dei mercati esteri, di agganciare la nuova fase.

Diventa importante, sotto questo profilo, il sostegno al miglioramento delle condizioni competitive complessive.

L’indagine è stata estesa anche alle imprese edili – ne sono state contattate 10 – che hanno dichiarato unanimemente il calo dell’attività per il 2011 che proseguirà nel 2012 a causa della contrazione dei lavori pubblici e le difficoltà del settore privato.

I dati dell’indagine rapida sono confermati dai consuntivi curati dalla Cassa Edile di Udine.

Il numero delle imprese iscritte è calato tra il terzo trimestre 2011 ed il mese precedente dello 0,8%, da 1.106 a 1.097, mentre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente il calo è stato del 5% (1.159 erano le imprese iscritte), rispetto allo stesso periodo del 2008 (1.335 imprese iscritte) il calo è stato del 17,8%.

La tendenza contrattiva è confermata dal trend dei lavoratori denunciati: lo stock mensile è sceso sul piano congiunturale dell’1,9% (da 5.637 del secondo trimestre 2011 a 5.531 unità), su quello tendenziale del 2,9% (a novembre 2010 i lavoratori iscritti erano 5.698), rispetto a novembre 2008 del 14,9%. Parimenti per quanto riguarda le ore lavorate. Tra gennaio e febbraio 2011 si è lavorato per 7.241.000 ore, il 3,6% in meno rispetto al 2010, – 17,3% rispetto al 2008.

Redazione

2 commenti

  1. BRUNELLO ZANITTI Giuliano says:

    Gen 17, 2012

    Rispondi

    Corridoio Baltico e futuro della Portualità dell’Alto Adriatico.

    E chiaramente apprezzabile che la Regione F.V.G. sia intervenuta per definire la legge che “Disciplina le competenze regionali in fatto di Portualità” documento che dovrebbe regolare l’organizzazione ed il funzionamento dei nostri sbocchi al mare e portare possibilmente anche alla creazione di un’unica Autorità Portuale, nuova disciplina che dovrebbe favorire lo svolgimento dei servizi funzionali all’organizzazione la realizzazione delle infrastrutture relative alla piattaforma logistica regionale, per essere in grado di supportare con porti retroporti e collegamenti i traffici dei corridoi transnazionali promossi dall’Unione Europea.

    Ma speriamo che questa volta si passi realmente dalle parole ai fatti concreti, poiché considerate le nostre gravi carenze infrastrutturale non penso siano sufficienti le pur apprezzabili nuove regole, ma bisogna assolutamente pianificare e realizzare nuove opere e banchinamenti portuali “ed eliminare pure i colli di bottiglia che attualmente condizionano lo sfruttamento del Corridoio Baltico” sul quale penso dovremmo concentrare le nostre attenzioni, poiché sul Corridoio N° 5 sembra ci siano ancora molte incertezze sia economiche che di cantierizzazione.

    Corridoio Baltico che attualmente è purtroppo una scatola semivuota in quanto da solo non potrà certamente mai fare miracoli, poiché soltanto se sarà adeguatamente supportato da moderne infrastrutture portuali potrebbe in futuro veicolare notevoli volumi di traffico relativi a quei flussi merceologici che per loro natura e destinazione dovrebbero rientrare nei nostri naturali mercati di riferimento e quindi soddisfare quella che è sempre stata una nostra giustificata e comprensibile ambizione “riuscire a spostare un po’ più a sud verso L’Alto Adriatico il baricentro del Sistema Trasportistico Comunitario” per poter beneficiare dei rilevanti e variegati ritorni economici ed occupazionali generati dalla logistica di porto e retroporto.

    Nuove infrastrutture che chiaramente dovranno contemplare anche la realizzazione di un nuovo moderno Terminal Contenitori che per dimensioni e potenzialità dovrebbero essere realmente in grado di movimentare annualmente diversi milioni di contenitori, per poter catalizzare e convogliare verso questo nostro mare una consistente quota di quei traffici dell’Oltre Suez destinati a quelli che consideriamo i nostri naturali mercati di riferimento, traffici che purtroppo ora date le nostre gravi carenze infrastrutturali scelgono forzatamente l’alternativa dei Porti del Nord Europa, andando quindi ad allungare ed appesantire in termini di tempi e costi il loro gia lungo percorso.

    Il nuovo Hub per le merci containerizzate realizzabile sui nostri litorali se adeguatamente dimensionato potrebbe diventare uno dei fulcri della Portualità Comunitaria e nel contempo essere anche in grado di fare da volano per lo sviluppo nell’Alto Adriatico sia degl’altri Comparti Merceologici che delle variegate ed innumerevoli attività legate al mare, incrementando economia e lavoro nei nostri territori.

    Quindi mi sembra abbastanza condivisibile l’affermazione che la Portualità della nostra Regione e dell’Alto Adriatico potrà recuperare un significativo ruolo sulle scene dei Traffici Internazionali ed anche affrontare serenamente le sfide del terzo millennio, soltanto se avremo il coraggio e la lungimiranza di pianificare opere fortemente caratterizzate per dimensioni e potenzialità “che ci consentano finalmente di ritornare a correre” se invece saremo in grado di realizzare “come sembra” soltanto infrastrutture sottodimensionate che non ci permettano di sfruttare tutte le nostre peculiarità, non usciremo mai dalla mediocrità e saremo purtroppo vocati ad una lenta ma inesorabile agonia “poiché con le scarpe strette si può soltanto zoppicare”.

    Penso che dovremo essere ben coscienti che il Corridoio Baltico non avrà futuro se non saremo in grado di porre rimedio ai danni provocati sia dal nostro pluri decennale letargo infrastrutturale che dalle nostre farraginose normative che di fatto allungano i tempi di cantierizzazione delle opere, con il reale rischio di renderle tendenzialmente più costose e già obsolete.

    Sarebbe saggio se per superare l’attuale situazione di stallo fossimo in grado di guardarci un po’ attorno, andando a copiare cosa hanno fatto o stanno facendo e che sistemi di cantierizzazione ed attrezzamento stanno adoperando i nostri concorrenti vicini e lontani per realizzare e gestire i moderni Terminal Contenitori, copiare per poter affrontare serenamente le sfide del terzo millennio e consentire un adeguato interfacciamento tra i nostri Scali e quelle che sono le mutevoli e crescenti esigenze operative dei flussi merceologici e dei nuovi vettori che l’Armamento sta mettendo in linea sulle Rotte Intercontinentali.

    Brunello Zanitti Giuliano

  2. […] è oggi il simbolo concreto dell’Italia migliore, di quel Paese che non fugge di fronte ai problemi ma lotta senza sosta per la […]

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