Lavoro e committenti precari: il mobbing fiscale

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Una grottesca vicenda figlia dei nostri squallidi tempi, con cinque possibili soluzioni…

 mobbing nein danke

Un 730 bloccato per un Cud irregolare? E’ l’ultima frontiera della sfrontatezza ‘imprenditoriale’.

Imprenditoriale per modo di dire: siam sempre più convinti della necessità di vincolare la tenuta della fantomatica partita Iva ad un test di logica elementare e ad un quiz di etica spicciola.

Attilio Befera (Agenzia delle Entrate) e qualche Magistrato del Lavoro sono pregati di prendere appunti: il fatto è realmente accaduto, restiamo a disposizione per eventuali ‘approfondimenti’, la nostra fonte (il collaboratore) ha tutta la documentazione del caso.
Fonte che abbiamo veramente preso a cuore, considerando quanto gli accaduto come emblematico di questo schifo di anarchia lavorativa / professionale che è la prima vera causa della crisi: dello spread non se ne fotte nessuno, bensì il fatto che, da dieci anni, le migliori menti abbiano il reddito di operai della Corea del Nord… questo si che ci ha mandati tutti in recessione… Ministra Frignero Fornero: si faccia una settimana così, poi ne riparliamo !

La ‘genialata datoriale’ è tale, in questa vicenda, che è in lizza per il Guinness dei Primati: i committenti sono precari, spesso più dei collaboratori che prosciugano… perchè pigliano lavori, senza saperli gestire, spesso ignorando proprio la ‘materia’ e atteggiandosi a grandi businessmen, facendo errori micidiali soprattutto con le risorse umane e la delicatissima contabilità/amministrazione/burocrazia..

In costanza di lavoro nero (cioè senza contratto e scaduti tutti i termini per sanare eventuali ‘ritardi’), dopo un Cococo, già rinnovato, che segue alla classica Collaborazione Occasionale, il collaboratore, già esasperato da tante incombenze che non gli spetterebbero, viene in questo modo ricattato:
Premesso che, siccome comunque ci hai rotto le palle a chiederci questi quattro soldi, stai sicuro che non ti daremo più da lavorare, se non rivedi le tue pretese (il contratto, quei quattro soldi di contributi e due miseri rimborsi di spese d’auto), sostituendole con fittizi rimborsi spese… ti facciamo perdere il credito d’imposta.”

Come? Con la consegna di un Cud (di quelli con tutte le caselline in bianco… ovviamente consegnato un mese dopo il termine di legge) in cui risulta non esserci più credito d’imposta (quei soldi che lo Stato dovrebbe restituire al lavoratore ma lo fa vigliaccamente tramite il datore di lavoro che li sottrae a quanto da esso dovuto allo Stato).

Il meccanismo idiota, complice -pare- un consulente del lavoro (che si dichiara al telefono ‘dalla parte dell’azienda’ -?-) poco avveduto e con un volume di lavoro pressocché nullo, comporta questo per il collaboratore (che intanto scopre di essere l’unico ‘prodotto’ che l’azienda offre in subappalto, percependo  meno di un quinto di quanto incamera l’azienda, la solita unipersonale con un unico collaboratore a spot, per il suo unico ‘prodotto’ ): si vede rifiutato dal Caf il Cud perché quell’importo (che gli sarebbe spettato percepire ma non ha percepito, anche se risulta da una comunicazione che si chiama 730/3 ) è scomparso, implicando un ventaglio di scenari possibili.

Uno: perde il credito (col 730 se lo vedrebbe rimborsato con la prima busta paga utile nel periodo Luglio-Dicembre).

Due: perde il credito (che è una banale partita di giro) che l’azienda, nel caos contabile che la attanaglia, potrebbe riuscire paradossalmente a far risultare come pagato al collaboratore e detrarsela dalle imposte, guadagnando quella cifra (le vie contabili sono infinite).

Tre: il collaboratore non ci sta, segnala l’incongruenza, il 730 viene ‘bloccato’, non può aggiornare l’Isee, la Carta Famiglia etc. e attende l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate che comminerà sanzioni alla Jack lo Squartatore all’azienda del piffero.

Quattro: è come lo scenario Tre, solo che il collaboratore, che ha tutti i coltelli dalla parte del manico, perde le staffe, non firma il contratto che -come al solito- gli verrà consegnato ‘da firmare’ con una data di un mese prima, e scatena la Terza Guerra Mondiale contro l’azienda (che, intanto, ha tentato di fare la voce grossa con richieste pretestuose tipo il backup delle e-mail e puttanate varie giusto per far lavorare senza contratto, è un vizio…).

Cinque: l’azienda chiede scusa.
Si, proprio ciò che di questi tempi non accade mai: chiede scusa, consegna una breve lettera di referenze, riconosce la massima diligenza ed operosità del collaboratore, in un contesto molto particolare e delicato, iperspecializzato, con implicazioni spesso ‘h24 7 su 7’, proponendo da subito un contratto ‘serio’ -redatto da altro consulente rispetto al ‘vecchio’ che ci pare essere, dalla descrizione della nostra fonte, una viscida tarma assuefatta dalla natftalina- per i mesi che verranno, di modo che il collaboratore possa organizzare la sua esistenza terrena senza vivere come la pallina di un flipper e si crei un vero clima collaborativo, che si regga sulla fiducia ‘umana’, clima imprescindibile per lo sviluppo di eccellenze intellettuali e professionali. L’ umanesimo …

 

1,2,3,4 o 5 ?

Come andrà a finire?
Staremo a vedere…

 

 

 

Tommaso Botto

2 commenti

  1. chiara says:

    Apr 15, 2013

    Rispondi

    a me, dopo che mi hanno cantato per mesi la solfa “stiamo crescendo, contribuisci anche tu, ti diamo visibilità” non mi è rimasto che stare ferma, lavorando il minimo minimo, l’azienda ha perso il cliente, ho trovato un posto per fortuna da un altra parte e dopo venti giorni ho ricevuto il curriculum del grande imprenditore che stava crescendo che però stava cercando lavoro e mandava curriculum…

  2. claudio says:

    Ott 8, 2013

    Rispondi

    Credo che la strada più semplice sia agire a monte e cioè denunciare ALL’INPS il falso rapporto cocopro e le condizioni di lavoro.
    Gli ispettori hanno la possibilità di trasformare il rapporto in un rapporto subordinato.

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