L’Aralia di Giusi

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La terribile testimonianza postuma di un malato ‘raro’.

 

Premessa. Abbiamo conosciuto Giusi Causa leggendo le sue memorie, pubblicate privatamente su di un libello trovato per caso. Lo diciamo sin d’ora: questo scritto meriterebbe una pubblicazione in cinquanta milioni di copie, tradotta in almeno venticinque lingue. La copertina di cartoncino azzurro presenta il titolo: “L’Aralia ovvero: il diario di un pezzo di vita”.

La lettura, iniziata in piedi, con indolenza, sbirciando se quelle 95 pagine meritassero attenzione o potessero essere gettate nei rifiuti, è tracimata in un’angosciante e terribile attrazione per le vicende e per le riflessioni ivi descritte.

Divorati quei fogli, disarmanti nella loro struggente ma composta drammaticità, avremmo voluto, prima di tutto, non averli letti: la constatazione che, in questa epoca storica, una persona debba affrontare le pene che ha affrontato Giusi, non ha dato tregua alle nostre nottate insonni.

Ma la caparbietà professionale, la volontà di trasmettere questa denuncia, ci ha fatto stringere i denti, tentando, con un magone soffocante, di contribuire a diffondere il verbo di Giusi, la sua testimonianza ultima. Si discorre tanto di progressi in medicina, di necessità di rispondere ai bisogni di salute, di benessere psichico del ‘paziente’ (ora definito anche ‘esigente’ in rapporto con il ‘curante’), di personalizzazione delle terapie nella lotta ai tumori, di sociologia della salute, di mutare l’approccio dall’oggetto-paziente al soggetto-paziente, di organizzazione di équipes di orientamento personalizzato alla cura… Ecco: la storia di Giusi descrive l’esatto opposto. Giusi ci spiega come non si deve fare. Punto.

Dal punto di vista psicologico, organizzativo, ospedaliero, fino ad alcuni particolari ‘tecnici’ che solo un paziente con questa lunga – e terribile- esperienza ha valutato, sulla propria pelle. Solo comprendendo la sua vicenda ‘sanitaria’, solo prendendone, dolorosamente, coscienza, si può capire come andrebbe ‘trattato’ un malato di tumore. Non sarebbe cosa sbagliata, perdonate il semplicistico populismo, educare le nuove generazioni di medici, introducendo questo testo negli Atenei… Etica del reclutamento?

Giusi Causa. Giusi era una donna semplice, abitava a Palermo e si definisce “un po’ bassina e rotondetta”.

Dopo un paio d’anni dal suo matrimonio, Giusi si accorge della comparsa, sul lato sinistro della nuca, di un’escrescenza, che lentamente aumenta di volume.

Va dal dermatologo e qui inizia il suo calvario, durato quattordici anni.

Giusi non cita nome e cognome del dermatologo, né identifica gli altri medici; li chiama attribuendo loro un numero: Dr. N.1, Dr. N.2, Dr. N. 3, etc. Non segnala neppure i nomi delle strutture sanitarie dalle quali rimpalla. Giusi non fa nomi: quindi, chi si dovesse leggere nel suo racconto, stia pure tranquillo per la sua reputazione. Per la coscienza individuale, però… Il Dr. N. 1 la invia dal Dr. N.2 per rimuovere la neoformazione nucale.

Qui Giusi deve distogliersi dal filo conduttore del suo racconto (“quella cosa alla nuca”), per narrare, purtroppo, del suo aborto: con saggia signorilità, non dà un numero al medico “per negargli un’identità”. È al quarto mese di gravidanza e si reca “da un ostetrico tra i più rinomati di Palermo, privatamente” (abbiamo scoperto che in Sicilia usa molto così). Un dì avverte qualche perdita; va dal dottore, è costretta ad attendere ore sulle scale, in mezzo al tanfo di sigaretta, finché, stremata, dopo una giornata d’attesa, torna a casa. L’indomani, ormai, sarà troppo tardi: “Loro hanno sempre ragione! Lo stile era quello dei mafiosi! Non sono anch’essi, infatti, che, se condotti in Tribunale, si difendono negando ogni addebito? E non c’è forse mafia, non c’è forse quell’indegno rispetto dei titoli (compresi quelli di Borsa) fin dentro gli ospedali? Se fossi stata presentata da qualcuno ‘di rispetto’ la mia creatura non sarebbe finita nella spazzatura… la mia creatura già morta anche per la loro incuria ”. Quindi la necessità di un ‘raschiamento’, “bisognava ‘fare pulizia’ come se mi fossi liberata di qualcosa di sporco”. “La flebo vuota con l’ago ancora infilato…provai a chiamare e nessuno rispose. Seminuda e gelavo di freddo. ‘Ma lei non ha assorbenti?’, ‘C’è qualcuna che può dare assorbenti a questa qui?’. E la vicina di letto mi fece la carità di un assorbente!”. “Debbo raccontare altri orrori?… che nei nostri ospedali non esiste carta igienica? Ero contenta di scappar via da quella bolgia infernale in cui si uccide la vita, s’uccide la speranza, s’uccide la gioia”.

Purtroppo – ma gliene siamo grati-, il racconto di Giusi è uno spietato resoconto di quei mausolei alla malattia che sono certi ospedali.

Il Dr. N. 2 “era un anziano primario, uno di quelli che, avendo ingerito troppa ‘importanza’ s’era irrigidito in una sorta di teca invisibile che gli impediva di dare la mano, di rispondere al saluto, di mostrare, oltre la faccia da sfinge, qualcosa di riferibile ad un essere umano”.

Intervento in anestesia locale ed esame istologico: ‘cisti trichilemmale proliferante’. Il chirurgo asportò la parte più profonda ma lasciò la parte più recente della formazione che, in sei mesi, crebbe come una nocciola.

Secondo aborto, purtroppo: un’iniezione errata, dopo un’errata informazione da parte del laboratorio che dichiarava negativo il test di gravidanza, senza nemmeno chiedere a Giusi se fosse incinta. “Bisognava ripulire l’utero.., presso una certa clinica privata, previo il pagamento di trecentomila lire per l’anestesia…”. “Rimasi distesa non più di due ore, con il solo materasso, senza neanche un lenzuolo, poi tornai a casa… ‘- Se viene un’ispezione dell’ENPDEP… Signora, se Lei vuole il suo libretto sanitario, deve pagarci cinque giorni di degenza in clinica’. Capii… dicono che in Sicilia la sanità costi più cara che in altre regioni italiane. Perché mai?”

Quella protuberanza non regredisce. Secondo intervento alla nuca: il Dr. N. 3 “è un gran medico ed ha un gran nome; qualcuno giura che è infallibile… la nocciola è radicalmente estirpata. Il Dr. N. 3 non si accorge, però, che, un centimetro più sotto, un’altra brutta neoformazione fa capolino. Compare un nodulino sul collo, anzi due: “- Dottore, potrebbe esserci relazione..? – No, assolutamente, ora le prescrivo una bella cura di antibiotici…” Un altro chirurgo di fiducia valuta, però, di togliere quella “cosuccia sulla nuca… presso l’elegante clinica in cui opera (lì ci si trova in una struttura pubblica)”.

Terzo intervento: “s’impegna talmente a sradicare quelle piccole neoformazioni nascenti… che dimentica di togliere la principale. Decide, quindi, di non fare analizzare nulla, tanto si sa che è una cosa tranquilla”.

Il nodulo, quindi, permane.

Assistente del Dr. N. 3: “- Di quella cosa alla nuca (frattanto cresciuta) non deve preoccuparsi: è grasso. Vede, lei ha la pelle grassa…”

Giusi non ci crede, per cui altra sala d’attesa: “un medico mi chiama a voce alta e lì, davanti a tutti e da lontano, mi chiede qual è il mio problema. Riservatezza? Tatto? Privacy?”

“Quattro chiacchiere e una visita meticolosa convinsero il medico a prescrivermi delle costose analisi, non mutuabili, ed eseguibili – vedi caso – esclusivamente presso il laboratorio di certi suoi amici”. Esito: estrazione di un dente per un granuloma.

“Il bernoccolino intanto cresceva assumendo una forma bizzarra e ‘mammellonata’”.

Altra visita presso il Dr. N. 3, “sensibilizzando economicamente il primario con la richiesta di una visita privata”. “Togliere quella schifezzuola dalla nuca e, tanto per tagliare la testa al toro, togliere anche uno dei linfonodi ed esaminarlo.”

“Alle sette del mattino siamo dietro ai vetri del ‘Complesso operatorio’ ma si è presto cacciati via da lì. Dove si deve aspettare allora? Non c’è salvezza: sulle scale. Quelle scale di marmo gelato… dove ci si sente diventare tutti di marmo”. “Alle ore quattordici ci vien detto: si ritorni fra due giorni!”. Si ripete la lunga attesa, “dopo aver trafficato più del previsto per estirpare la ben radicata neoformazione dalla nuca, i due lembi della cute non riuscivano più a mettersi assieme,.. il chirurgo, afferrando gli stessi come si fai coi bordi d’un sacco.., tirò su in più riprese tutta la cute del cranio… Urlavo ‘basta!’, che la smettessero.., perché mi pareva che Dio m’avesse abbandonata nelle mani d’uno squartatore!”.

Esame istologico: “la sentenza raccapricciante di ‘epitelioma sebaceo’ per il nodulo alla nuca; sue metastasi nel linfonodo”.

“Quando fummo in istrada mio marito ed o ci abbracciammo a lungo piangendo, si abbracciarono la mia e la sua disperazione e ci sentimmo affogare in esse… Di lì a poco mia casa sarebbe stato l’ospedale.”

E che ospedale!” “Caldo giugno siciliano con temperature estive… più di sessanta persone usavano quotidianamente questi servizi… Se poi era l’orario delle visite, poteva capitare che a servirsene fossero anche degli uomini. In fondo vi era poi un box per la doccia, forse mai usato, e pieno fino al soffitto di sedie rotte, scatole ed altri oggetti. Questi locali – definiti impropriamente ‘igienici’ – ospitavano ciascuno due grossi contenitori per la spazzatura eternamente scoperti… In essi gli ammalati buttavano i resti del cibo, assorbenti e pannoloni usati… Una gran quantità di mosche si levava ronzando. Per il caldo notevole si era costretti a dormire con le porte aperte e la notte nella stanza c’eran nuvoli di zanzare che ci pungevano dappertutto.”

“…Tanti in attesa d’intervento aspettavano così tanto: appunto per tenere occupati i letti, cosicché negli uffici potevano sempre dire ‘non c’è posto’.”

“Le infermiere molto vecchie usavano un linguaggio da carrettieri e non avevano voglia di fare niente. Alcune, molto giovani, erano carine e gentili… quelle di mezza età somigliavano di più alle vecchie con, in più, la baldanza ed il menefreghismo. Era il gruppo più numeroso. Ogni sera vociavano conversando nell’ampio corridoio.., correndo con i grossi zoccoli di legno, sbattevano continuamente il cancelletto.., risalivan con i colleghi ed erano chiassate e chiacchiere e scorribande ridanciane fino alle due di notte. In questa piccola bolgia trascorsi un mese.” “Giunse la viglia del giorno fissato per l’operazione, mi fu fatto il clistere di rito e mi fu raccomandato di non mangiare e di non bere dalla mezzanotte. Nottata senza sonno, mattinata d’ansia, caldo… ed aspettammo anche questa volta fino alle due del pomeriggio… a causa di uno sciopero degli anestesisti il mio intervento era stato rinviato.”

Giusi entra così nuovamente in lista, passa un’altra settimana, clistere e raccomandazioni di rito: “Cominciarono gli altri interventi, udii le urla del parroco di … che veniva operato in anestesia locale… attesi così fino a mezzogiorno… E l’intervento venne eseguito questa volta dall”Illustrissimo’… per la prima volta in anestesia generale… Giorni dopo mio marito si accorse che, tra i capelli che ricrescevano, emergeva un rigido filo verde: quello dimenticato un mese prima dal Dr. N. 3. Il filo fu rimosso, la zona disinfettata ma l’irritazione rimase e si allargò poi notevolmente.”

Bombardamento Atomico. “Fu prospettata l’opportunità di consultare un oncologo: … ci fu chi fece il nome di un palermitano, stimatissimo anche in Milano”

Il Dr. N. 5, “uno scienziato” che riceveva in una struttura pubblica nella quale rilasciavano, almeno, la ricevuta fiscale. Dichiarò l’opportunità delle applicazioni radioterapiche, “il bombardamento atomico”.

“Ed era fuoco da mese d’Agosto che pioveva dal cielo mentre aspettavo i vari autobus, fuoco che pioveva sulla mia nuca e sul collo per le radiazioni, penetrava in profondità bruciando la mia gola che divenne tutta una piaga.”

Quindi, ogni tre mesi analisi molto complicate in un laboratorio di fiducia del medico (“com’è che ogni medico ha un laboratorio esclusivo di sua fiducia?”) e “quel gonfiore alla nuca si era allargato a causa dell’infiammazione provocata dalle radiazioni”. Dopo quasi due anni: “Bisogna fare una bella pulizia” disse il Dr. N. 5 riguardo a quel gonfiore e consigliò un chirurgo plastico di sua conoscenza. La lettera di presentazione non bastò a Giusi: “l’agenda del primario zeppa di appuntamenti per più di sei mesi”.

Insomma, Giusi, “per comparire davanti a quella ‘maestà’… chiese ad un altro se poteva, nella sua qualità di parente di una persona ‘onorevole’ … di fare qualcosa e … ottenne in pochi minuti l’appuntamento necessario.”

“E, finalmente, incontrai il Dr. N. 6: una bella intelligenza, certo; una forte grinta d’uomo, decisione e vigore s’univano in lui a una grande serietà. Doveva possedere anche una notevole bravura; aveva solo il difetto… di saperlo troppo.”

Un buco sul cranio. Altro ricovero, con le solite follie logistiche Giusi s’accorge che dalla sua stanza poteva distinguere i balconi di casa sua: “…all’ora convenuta, ogni sera mio marito accendeva e spegneva per tre volte le luci del salone per darmi la buonanotte”.

L’intervento fu molto esteso e si approfondì sino al periosteo che venne rimosso perché infiltrato. Venne aggiunta pelle asportata dal gluteo.

Esito dell’esame istologico: epitelioma sebaceo.

Giusi viene consigliata a ripetere l’intervento, per agire a maggiore profondità.

“Le porte con le sale operatorie sono aperte e, per quanto cerchi di non guardare, è impossibile non vedere camici sporchi di sangue e oggetti e cose che rivoltano lo stomaco. Ero impressionata da queste scene dovute osservare per forza… mentre, seminuda e tremante di freddo, aspettavo il mio turno. Chiesi di poter vedere mio marito… ma me lo negarono… e allora rifiutai l’intervento. Con una preanestesia già fatta che mi stordiva… mi riportarono in stanza.”

“Fui in lista la settimana appresso. L’operazione ebbe corso e un’altra volta la pelle per coprire la parte operata venne tolta dal gluteo… innestata direttamente sull’osso, senza che sotto ci fosse il periosteo, presentava diversi problemi di epitelizzazione.”

Un assistente medicò questa ferita con la tintura di iodio: comparve una bolla di bruciatura grande come una noce. Il Dr. N. 6 la strappò. Si formò una crosta. La crosta si staccò e rimase un buco. “Il fondo del buco era bianco e duro: era osso del mio cranio. Impiegò un anno per richiudersi”.

Un nuovo ciclo radiante, questa volta fatto bene! L’oncologo, il Dr. N. 5, consiglia “un nuovo ciclo radiante, però, questa volta, fatto bene!”.

Quindi, “in Alta Italia”

A Milano, prima Giusi si sente dire dal Dr. N. 7: “In Sicilia ci sono le infrastrutture, usate quelle vostre”.

Poi, il Dr. N. 8 dice che “non occorre fare radioterapie, perché l’intervento è stato fatto in maniera radicalizzante. Non sprechiamo un’arma che potrebbe esserci utile in seguito”.

Intanto, dopo sette anni dal primo sintomo, Giusi avverte alla nuca un gonfiore ed un forte prurito.

Dr. N. 1: “una pomatina”, che, ovviamente, non cambiò nulla.

La ‘nuova’ bolla venne tolta, esito dell’esame istologico: epitelioma sebaceo.

“Si vola un’altra volta a Milano”; “va bene per la radioterapia ma prima un intervento deciso”, magari da un chirurgo di Parma.

“Dove sarà Parma?”, si chiede spaesata Giusi. Tre ore di taxi in mezzo alla nebbia e la prospettiva di un intervento che intacchi il cranio, molto difficile. Intervento che, a detta del chirurgo, avrebbero potuto eseguire anche a Palermo.

Giusi rientra in Sicilia e viene ricoverata in una struttura nuovissima che si dimostra, però, “un posto da incubo, in cui bisogna portarsi da casa le lenzuola, ed il guanciale con la federa e anche qualche coperta… anche quando i locali son nuovi, le menti di chi li governa son sempre quelle vecchie”. Decimo intervento: il chirurgo si arrestò davanti al forame occipitale che sembrava infiltrato, sicché la zona non era più operabile e consigliò un nuovo ciclo di radioterapia.

Disparità regionali. Inizia per Giusi uno dei “tanti viaggi della speranza che dal Sud d’Italia costringe tanti e tanti ad allontanarsi dalla propria casa, dalla propria famiglia… per mendicar la salute.”

“Cominciano da molte parti le critiche ai tanto ripetuti interventi del Dr. N. 6, ritenuti non sufficientemente radicalizzanti,.. eseguiti da persona non sufficientemente qualificata per operare in quella zona”.

Ricovero per alcune settimane in un reparto d’oncologia di Milano.

Giusi scrive: “Se confronto il trattamento radioterapico subito a Palermo con quello cui fui sottoposta in questo centro, io, che pure non mi intendo di medicina, riscontro una differenza enorme. E nella preparazione, e nell’esecuzione: una differenza tale che le applicazioni di Palermo mi pare siano state soltanto una gran brutta presa in giro… L’unica difesa è scappar via anche per farsi curare un raffreddore…”

Non si può scavare all’infinito in un cranio! Dopo qualche mese, Giusi si accorge di un nodulino sul collo. Ciò che la preoccupa, però, è la formazione di una vescichetta sierosa sulla nuca. Riparte per il Nord. “- Si tratta sicuramente dello stesso malanno di prima”. Esami e controlli: “si è dell’idea che la radioterapia fatta non sia servita a niente e l’orientamento dei medici è per un ulteriore intervento, lungo, delicato ed altamente rischioso”.

Il Dr. N. 6 dimostrò la sua “indisponibilità metodica, continua”: “inutili attese di cinque-sei ore, negarsi ad appuntamenti pur concessi dalla segreteria, dire che il dottore è partito mentre si sa che non lo è.” Questi “(strenuo oppositore alla esterofilia)… disse che era giustamente geloso del lavoro da lui fatto e che non tollerava che altri vi mettessero le mani rovinando tutto. Disse che a lui dovevo la vita e che egli aveva sempre fatto molto di più di quello che era suo dovere.”

Si convinse, comunque, ed operò Giusi: “tumore trichilemmale proliferante”, saltò un pezzo d’osso del cranio ampliando una cavità già esistente e la pelle, prelevata da una coscia, non attecchì, “formando dei buchi di varie dimensioni entro i quali biancheggiava candidamente l’osso”.

Telefonata al Nord: “- Il suo è un male che cammina lentamente e questo lo rende inattaccabile alla radioterapia. Per lei c’è solo la chirurgia. – Ma non si può scavare all’infinito in un cranio!”, si sfoga Giusi.

Ingannata e truffata. Dopo dieci anni Giusi non demorde. Continua a combattere. Alcuni sfoghi drammatici s’inanellano, nel suo racconto, ai particolari più crudi della malattia.

“Tenermi i buchi… non mi riusciva di aprire molto bene la bocca.., crampi che andavano lungo il viso.., una specie di tic nervoso, c’era un piccolo gonfiore. Eran trascorsi sei mesi dall’ultima ‘toilette’ e il male, puntualmente, ribussava all’uscio.”

“Caro Dr. N. 6, non le è venuto in mente che una T.A.C. poteva essere utile ed evitare brutte sorprese? La premiano forse per l’economia fatta? Che premio dovrebbero darle adesso che, per salvare il salvabile, sono ricoverata in un ospedale di Parigi (ndr: a carico dell’azienda sanitaria siciliana, dopo ‘salti mortali’ burocratici che hanno del miracoloso)?”

“Poi, quasi a farmi dispetto, questa pelle mi fu prelevata dal gluteo destro. E solo dopo ho scoperto che di prelievi, me ne erano stati fatti due. Che importa se, essendo interessata la zona cervicale sinistra e, insieme, il gluteo destro, non c’era poi per me una posizione in cui potessi riposare stando a letto?”.

Altro esame istologico, a firma di un diverso anatomo-patologo: “basalioma”, il verdetto.

“La cavità dietro all’orecchio è orribile a vedersi..: in fondo alla cavità è già un leggero gonfiore… Il male si sta già riproducendo.”

“Mi sento, ancora una volta, ingannata e truffata… Venga lunedì mattina alle otto e quindici, a parlare con il Dr. N. 6. … Il mattino del lunedì sono lì in attesa: passa il chirurgo (quindi, è in sede). Io aspetto, aspetto inutilmente, come in tante altre disperanti volte… il consueto quanto inumano sorriso beffardo mi dice che praticamente è impossibile perché c’è già troppa gente in attesa”.

Andate a Parigi. “A Parigi è stato preliminarmente programmato un intervento molto delicato e suddiviso in tre tempi: uno neurochirurgico, uno chirurgo-plastico;.. il terzo riguarda la sistemazione ‘estetica’ dei tessuti che ricoprono il cranio.”

“Il primo contatto medico è stato con un dermatologo anatomo-patologo, un giovane vietnamita… Egli ha ascoltato con attenzione e pazienza, preso appunti, ricevuto i vetrini da me portati e tutta la documentazione, quindi ha fatto fare una decina di foto sull’orribile cavità della mia testa.”

“Mi guardavano e mi dicevano tutti con commiserazione: ‘Guardate cosa le hanno fatto a Palermo!’ e a me che cercavo ancora di difendere l’operato del chirurgo palermitano ed esponevo la sua teoria sulla copertura leggera della parte operata onde riconoscere subito le eventuali recidive, hanno detto come si parla di una cosa immorale: ‘Non si fa’.”

Il parere dell’Anatomia Patologica dell’istituto parigino diede la quarta diagnosi: Porocarcinoma.

Il neurochirurgo all’inizio ha cercato tanto di scoraggiarci, protestando che dall’Italia si mandano qui i casi più difficili. Poi, improvvisamente, prese interesse al caso… Da allora mi ha dedicato generosamente l’opera della sua bella intelligenza e della sua bravura,.. tuttavia, per il gran lavoro che ha fatto, non credo egli pensi… di aver fatto più del suo dovere.”

La cavità viene colmata con un muscolo prelevato dalla zona toracica.

Pelle è stata tolta dalla coscia sinistra: “hanno ritenuto semplicemente doveroso evitarmi un’altra cicatrice”.

“Ho trascorso i primi otto giorni in sala rianimazione: lì, su un materasso antidecubito… quella paresi… divenne poi completa…a causa degli ultimi interventi fatti a Palermo”.

“Non dimenticherò mai la bontà e la gentilezza che ho incontrato… nell’accudirmi, nel darmi da mangiare, nel lavarmi e massaggiarmi e, finanche, nel profumato fresco olezzo della lavanda.”

“E’ tranquilla questa mia stanza: essa ospita, oltre al mio letto ed ai servizi, un comodino, un piccolo armadio, una poltrona con le ruote ed uno sgabello. Vi è poi un piccolo tavolino… e un minuscolo frigorifero in cui tengo la caraffa con l’acqua, della frutta, dello yogurt , un budino”.

“Ogni giorno qui viene cambiata tutta la biancheria del letto, compreso il copriletto. … malati sono forniti di pigiama, camicie da notte e pantofole marchiati dall’ospedale;.. qui danno ad ognuno anche l’accappatoio per la doccia, spazzolini per i denti e dentifricio, manopole per lavarsi, asciugamani e tante altre cose…” “Nei locali della doccia c’è shampoo e bagno schiuma a volontà”.

“E’ sempre a disposizione un carrello con tanti cassetti… dai guanti di gomma agli slip usa e getta, dalle saponette ai grandi rotoli di carta asciugatutto, dal pacco degli assorbenti da donna… Mi vien da pensare a Palermo, quel reparto di ostetricia nel quale non avevano neanche un assorbente… dove un primario fa il proprio comodo e gestisce la cosa affidatagli come se ne fosse l’indiscusso padrone… La morale che vige in quell’istituto è quella del reciproco: ‘Tu perdona i peccati a me, che io li perdono a te’. Mi ha ferito… la frase udita qua da un medico-primario che, commentando l’orrore prodotto su di me negli ultimi interventi, diceva: “A Palermo sanno solo sparare le bombe!”.

Sopravvivere. “Così è finita la parte chirurgica”: 15 interventi in undici anni”. “Io dovevo solo cercar di sopravvivere”.

“Sopportarne la conseguente sofferenza fatta di tanti pungenti dolori, del gonfiore del viso sempre paralizzato che quasi chiude l’occhio”. “Hanno parlato di terapie sperimentali.., in Italia le additavano con paura. Si prospetta, probabilmente, un’altra scelta di quelle nelle quali non si è in grado di valutare tutti gli elementi”. “C’è tanta stanchezza!”.

“Il silenzio, l’ordine ed il lindore davano sensazioni di pace, di serenità, di rispetto per tutti ma, soprattutto, per chi non sta bene.” “L’amica psicologa..: lei mi diceva che noi il male dobbiamo annullarlo nella nostra mente, negandone l’esistenza”.

“Sono viva! Sono viva! Sono viva!”

“Mio marito… come sempre, lui ha capito troppo”.

Rientrata a Palermo, dopo poco Giusi incontrò il Dr. N. 6.

“Volli essere cortese e dirgli ‘buongiorno’ mostrando gli effetti deturpanti prodotti sul mio viso dalla paresi, questa che lui definiva semplicemente come un ‘risentimento cicatrizionale’. Non rispose al saluto e, continuando a camminare, disse soltanto: ‘- Signora, ma cosa ha fatto? Non si è fatta più sentire’. Sebbene io mi soffermassi per rispondergli, lui andò via.”

 

Giusi si spense a Palermo diciotto mesi dopo.

Tommaso Botto

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