La città del futuro: come sarà?

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Sperimentazione e sviluppo nei singoli territori come base per il consolidamento di un’idea differente di città, una “foresta urbana” diversa dalla concezione ottocentesca, proiettata verso un futuro che dovrà trovare nella partecipazione la sua forma basica di sostentamento.

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Se ne è parlato ieri al Future Forum di Udine, rassegna dedicata al futuro che durerà fino a 29 novembre.
Ne hanno discusso Francesco Cazzaro – presidente della Federazione Comuni del Camposampierese -, Claudio Cipollini – presidente Italia 2020 -, don Antonio Loffredo – sacerdote imprenditore – Andreas Delleske – Forum di Vauban – e Bernardo Secchi, professore emerito dello Iuav di Venezia

A prendere la parola per primo è stato Cipollini: «E’ completamente cambiato il contesto in cui viviamo rispetto a 200 anni fa, in cui sono nate le concezioni filosofiche su cui poggiamo ancora adesso. Per sopravvivere dobbiamo adattarci alle situazioni, non ci sono più punti di riferimento, se non la ricerca di noi stessi. Le relazioni, a questo punto, diventano fondamentali, la cosa più importante, di più rispetto al possesso dei beni, all’avere. Oltre alla natura del contesto muta anche il modo di affrontare le cose, non più da trattare per compartimenti stagni, ma in modo sistemico. E’ necessario sperimentare nei singoli luoghi, andare sul piccolo territorio e portare evoluzione, effettuare una sorta di “agopuntura urbana”. Per arrivare a tutto questo vanno tenute in considerazione due grandi assi portanti del futuro, senza le quali non si fa sviluppo, la cultura e l’innovazione. Queste vanno associate a digitalizzazione e svecchiamento della classe dirigente, specialmente in Italia. Solo così ci garantiremo gli anni a venire».

Andreas Delleske, del Forum di Vauban, ha portato in dote la sua esperienza di cittadino di un quartiere di Friburgo, un vero e proprio distretto sostenibile totalmente autogestito dalla comunità di residenti, modello per lo sviluppo. Nella prima metà degli anni ’90 i 5000 futuri residenti si riunirono nel Forum per portare il loro contributo di idee e progetti. Oggi Vauban, che prende il nome da una vecchia caserma francese abbandonata dall’esercito nel 1992, funziona come un maxi-condominio dove i cittadini si riuniscono in assemblea, discutono, partecipano attivamente alla gestione, risolvono i problemi. Tutto sotto il coordinamento del comune. Il quartiere è un vero e proprio modello socio-ecologico: chiuso al traffico delle auto, con aree verdi, piste ciclabili ed edifici a basso consumo energetico, alimentate con energie rinnovabili. Innovare in questo senso per Delleske è possibile ovunque, chiaramente non seguendo gli stessi dettami perché ogni territorio ha le sue caratteristiche. Infatti è necessario «fare attenzione ai particolari, cambiare i dettagli, lottare con le amministrazioni locali per far valere i propri principi». Così facendo «il distretto ha attratto molte famiglie giovani, il traffico su gomma è ridotto, le auto non circolano nel quartiere, le spese per l’energia sono ridotte al minimo».

Per Francesco Cazzaro il segreto del progetto che gli undici comuni che presiede stanno portando avanti è stato originato dalla volontà di «non dare mai nulla per scontato, di sperimentare e provare sempre prima di adottare un provvedimento». La federazione, una città diffusa di 100 mila abitanti nella più grande zona manifatturiera d’Europa, è nata per gestire le spese nell’ambito della Polizia locale e ora si occupa di altri ambiti come la gestione personale, l’assetto territorio, la protezione civile, e la cura del’ aspetto idrogeologico. «Non si parla mai di politica partitica. Lo stare assieme e conoscerci personalmente ci ha aiutato ad affrontare le questioni amministrative».

Don Loffredo, parroco nel rione Sanità di Napoli, ha già posto una piccola base per il futuro nel suo quartiere, popolare e popoloso, ridando vita alle catacombe paleocristiane che scorrono nelle viscere del rione. «Adesso ci lavorano una dozzina di ragazzi, che si sono trovati con le vite trasformate. Dalla prospettiva di non andare nemmeno a scuola qualcuno di loro pensa già all’iscrizione all’università. Soltanto nel primo anno di attività le catacombe hanno registrato un incremento dei visitatori del 300%. Oltre a creare posti di lavoro hanno tolto marginalità al quartiere, restituendo alla collettività una chiesa paleocristiana de 6° secolo che la Asl di Napoli usava come deposito. E senza considerare l’indotto generato, con altri spazi e posti letto. I privati ci hanno dato una grossa mano, pensiamo a una fondazione per il nostro territorio. Vedo bello il futuro e ricco di bellezza se basato su musica, cultura, arte, cose che noi abbiamo scelto e che ci distinguono dagli altri animali!».

Questione ambientale, diseguaglianze sociali e mobilità. Per Bernardo Secchi, professore emerito dello Iuav di Venezia, sono questi i problemi che la trasformazione urbana dovrà affrontare per lo sviluppo futuro, come ha confermato al Future Forum, affiancato dall’assessore regionale alla pianificazione territoriale Mariagrazia Santoro. Proprio la città, ha evidenziato Secchi, va riposta al centro della pianificazione per il futuro. «Purtroppo invece – ha detto – non si mette mai la città al centro della costruzione della politica urbanistica, un gravissimo errore, non sempre innocente, di quasi tutte le classi dirigenti europee e statunitensi». La città diventa dunque il paradigma della programmazione, come ha evidenziato anche l’assessore Santoro. E la una costruzione delle politiche diventa sempre più “bottom-up”, con l’ascolto e la proposta da parte dei cittadini. «Prima di dare avvio a un piano, però – ha aggiunto Secchi – è necessario avere una visione, capire e studiare le possibili alternative, intendere quali ci interessano di più e come costruirle». Per fare questo, ha evidenziato il professore, «ci vuole un lavoro interdisciplinare spinto. In questo l’urbanistica è avvantaggiata perché ha sempre rifiutato che il progresso dipenda dalla specializzazione, confrontandosi sempre, al contrario, con campi di sapere diversi».
Politica ambientale. Per Secchi, dovrebbe dare luogo a seri progetti di ricostruzione. «Sta venendo fuori in Europa un tema molto interessante, quello della montagna – ha detto Secchi –, si comincia a ragionare sulla montagna come una sorta di madre di tutti gli sviluppi successivi e dunque come occasione e punto di una nuova partenza». Ma politica ambientale è anche affrontare i problemi delle acque, la biodiversità, e non tanto la costruzione di parchi (considerati da Secchi «consolatori») quanto investendo in “ambiente” ogni metro quadro del territorio.
Disuguaglianze sociali. Secchi ha citato il suo ultimo libro “La città dei ricchi e la città dei poveri”, in cui l’urbanista ha sollevato la questione, «con l’illusione, essendo uscito il libro lo scorso gennaio, di dare alcune idee a un governo che si stava formando. Ma niente, non c’è stata alcuna reazione». Nel libro Secchi evidenzia come dal 1970 le diseguaglianze sociali stiano aumentando in modo drammatico, anche in Italia. «Da sociali, stanno diventando disuguaglianze “spaziali” – ha affermato –. Parigi in questo è emblematica, con i ricchi in alcune zone e i poveri relegati in altre, con la conseguente creazione di ulteriori “ingiustizie spaziali” che ricadono sui poveri, più svantaggiati negli spostamenti, nei servizi, nell’accessibilità».
Mobilità. Per Secchi la questione è cruciale. Ma «non serve che casa e lavoro siano più vicini, è un pensiero ottocentesco. Dobbiamo puntare su una nuova visione della società, che privilegi una mobilità capillare, diffusa, che permetta a tutti migliore e più facile accesso ai servizi di trasporto, in tutte le zone».

 

Redazione

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