La casta: cosa ne pensano i politici?

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Vox populi, vox dei: i privilegi della casta sono il male di tutti i mali.

Privilegi non solo economici hanno beatificato alcuni cittadini italiani, rendendoli intoccabili, assoluti e spesso inavvicinabili.
Il tutto grazie alla rappresentanza politica.
C’è stata così un’inversione di ruoli: chi dovrebbe servire il popolo, in verità, ha asservito il popolo.
Il popolo gregge è in parte complice di questo sconquassato sistema, dove intrighi, clientelismo e opportunismo individuale hanno sopraffatto giustizia, democrazia e meritocrazia, in tutte le sfere, alte o basse che siano, della gestione della cosa pubblica.

Il popolo, a parole almeno, s’è stufato e reclama un’ immediata inversione di tendenza.

Alcuni politici abiurano questa tesi, rivendicando la necessità della politica per far le cose per bene e negando di far parte della casta.

Altri, invece, ne parlano in coscienza.

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Franco Baritussio (PDL), Consigliere Regionale FVG

“Con la parola “casta”, almeno nel suo uso estensivo, si intende “un gruppo di persone che, caratterizzate da elementi comuni, hanno o pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti o privilegi” (Zingarelli).

Alla luce di questo, il riferimento alla classe politica che gode di privilegi a cui non vuol rinunciare, ci sta.

Da un punto di vista emotivo, l’uso frequente di questo termine ci ricorda oggi l’uso che si faceva all’inizio degli anni ’90 della parola “tangentopoli”.

Pur trattandosi di cose diverse (essere accusati di casta o di tangenti), rimane il fatto che, come nei primi anni ’90, si percepisce l’approssimarsi di uno scossone politico imminente”.

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On. Carlo Monai (IDV), Deputato

“La casta è concetto abbinato alla classe politica da quando il libro-inchiesta uscito il 2 maggio 2007 di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, due giornalisti del Corriere della Sera, ha svelato privilegi e vantaggi di certi ambienti del potere.
Da allora alcuni eccessi sono stati cancellati e IDV si è fatta promotrice, a volte in solitaria, di molte proposte tese a sfrondare la politica di persistenti sperperi e benefit, che riguardano meno il livello locale ma che crescono con le dimensioni della responsabilità coinvolta.
Ritengo che il mandato elettivo parlamentare debba essere indennizzato in modo adeguato ma limitatamente allo svolgimento della funzione, cioè mettendo al bando le rendite di posizione (penso agli assegni vitalizi).
E’ poi impellente imporre il divieto del conflitto di interessi nella gestione della cosa pubblica, l’ineleggibilità dei condannati e l’incompatibilità tra ruoli di governo e l’essere sotto processo per gravi delitti: un Ministro imputato per associazione esterna alla mafia può continuare a governare solo al fianco di un premier imputato di sfruttamento della prostituzione minorile, di concussione o di corruzione in atti giudiziari: se questa è la seconda repubblica, al ricordo di com’è finita la prima, che ne sarà della terza?

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Stefano Salmè, (Fiamma Tricolore FVG)

“Se l’efficace definizione di Gianantonio Stella ha sdoganato il termine “casta” in Italia, così lontano dai suoi originari lidi indiani, vuole significare che detta definizione ha sintetizzato bene l’umore popolare nei confronti della classe dirigente del paese, politica in primis.
Casta nell’accezione popolare  viene intesa una classe politica inamovibile, camaleontica, in grado di trasformarsi a seconda del momento politico per conservare il proprio potere.
Una idea di politica lontana ormai anni luce dall’accezione scolastica di “servizio alla comunità” e ormai divenuta una professione, sempre più “ereditabile” da padre in figlio, esattamente come le caste indiane.
Ma il punto più dolente non è, a mio parere, la sempre più pesante “professionalizzazione” della politica, per certi versi inevitabile in un mondo ormai iperprofessionalizzato.
Quello che invece rinvia meglio alla definizione di casta, è la resa incondizionata della classe politica italiana alla decadenza del nostro tempo, quasi che non spettasse proprio a loro scuotere la nazione per reagire prima del crollo.
Una casta sì, certamente, che non crede più nel poplo che governa, che si affida senza più lottare a organismi stranieri più o meno sovranazionali (solo per noi) per assumere quelle decisoni impopolari che essa non sa prendere. Quasi una dichiarazione di impotenza.
Una casta, sì, certamente, che non educa più al patriottismo, condizione storicamente e universalmente determinante di ogni nazione che aspiri alla grandezza o perlomeno a un futuro da soggetto attivo della storia e non al traino di altri.
Casta sì, certamente, che non osa più ricordare un passato glorioso da cui attingere orgoglio e pungolo, per paura di accorgersi di quanto è miserabile il presente che ci ha consegnato”.

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Kristian Franzil, (Rifondazione Comunista) Assessore Comune di Udine.

La distanza tra i cittadini e la politica non nasce da un giorno all’altro. Penso sia un processo lungo almeno trent’anni di cui oggi vediamo emergere il rancore accumulato attraverso l’indignazione. Due sono secondo me i fattori:
1) l’effettivo cercare, da parte di una grande fetta della politica, di accaparrarsi privilegi eticamente condannabili. Ci sono molte cose che sono gratuite per un Parlamentare che invece sono pagate con molta fatica da chi non arriva a fine mese (e nella crisi è la maggior parte della popolazione). E’ il caso tipico, tra i più odiosi, del vitalizio rispetto alla pensione.
2) Penso che il bipolarismo e i sistemi elettorali maggioritari in genere siano uno dei motivi del distacco tra una politica basata sulle idee e una fatta di personalismi. L’elezione diretta di Sindaci, Presidenti di regione ecc. fa spesso mettere in secondo piano i contenuti rispetto alla bella faccia di qualche candidato, a qualche bel discorso. Inoltre si tratta di mettere in evidenza se stessi e non le proposte del proprio partito, movimento, associazione. Per questo modo d’intendere le campagne elettorali servono sponsor, non sempre il buona fede.
Ciò che colpisce è che spesso, per risolvere la questione, l’ipercasta (ovvero i partiti maggiori) non pensano a ridurre i privilegi, ma a limitare la democrazia. Ad esempio riducono il numero degli eletti ma non i loro stipendi. Rispetto alle proposte di questi giorni discusse in Regione, perché si è deciso di ridurre i Consiglieri e non le indennità? Ogni consigliere in meno aumenta la soglia di sbarramento per l’accesso al Parlamento regionale. Basta che siano di meno i privilegiati per eliminare un privilegio? Io penso che il dimezzamento delle indennità e l’abolizione dei vitalizi sarebbe stata una scelta coraggiosa che tutelava la rappresentanza. Oggi molti pontificano su questi temi, ma quanti hanno votato a favore del referendum per abrogare i vitalizi?

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Tommaso Botto

2 commenti

  1. […] La casta: cosa ne pensano i politici? […]

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