Imperdonabili disparità tra giornalisti contrattualizzati e autonomi (di nome)

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Ripartiamo dalla legge sull’equo compenso, finalmente approvata dal Parlamento dopo anni di impegno del sindacato dei giornalisti e di tanti gruppi di base che hanno sollecitato l’azione dei nostri deputati e senatori.

Oggi nell’azione sindacale abbiamo uno strumento in più: una legge che impone agli editori di retribuire in maniera adeguata quell’esercito di collaboratori, freelance, lavoratori cosiddetti autonomi, precari giovani e meno giovani, il cui lavoro è sempre più necessario per la realizzazione dei nostri notiziari, ma che finora è stato retribuito quasi sempre con compensi ridicoli, a volte sufficienti a malapena a recuperare le spese.

I famosi cinque o dieci euro lordi ad articolo non saranno dunque più possibili.
Chi tenterà di applicare ancora queste “tariffe” sarà chiamato a risponderne davanti a un giudice.
E i giornali vedranno condizionati i contributi pubblici al rispetto di questa legge, che – ripeto – è un successo del nostro sindacato unitario, con tutte le sue strutture, centrali e periferiche.

Una legge che sarà uno strumento per tentare di migliorare una situazione drammatica. Fatta anche di numeri.
Oggi gli iscritti all’Ordine dei giornalisti sono in Italia oltre 112.000 (il triplo dei francesi, il doppio dei britannici).
Ma nemmeno la metà di questi (per la precisione: il 45%) è ufficialmente attiva, soltanto uno su cinque (il 19,1% degli iscritti) ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato, con un reddito mediamente cinque volte superiore a quello di un freelance.

In questi dati del Rapporto sulla professione giornalistica in Italia, presentato recentemente alla Fnsi, a cura di Lsdi, c’è tutta l’emergenza del lavoro giornalistico in Italia.
Caratterizzata da un netto divario economico fra contrattualizzati e non contrattualizzati.
Aumentano i giornalisti con una posizione all’Inpgi: dai 43.300 del 2009 ai 46.243 della fine del 2011.
Una crescita dovuta però soprattutto al lavoro autonomo, visto che l’ area di quello dipendente continua a restringersi, con un calo dei rapporti di lavoro del 5,1% dal 2008 alla fine del 2011.
Aumentano anche gli stati di crisi.
Nel solo 2011 sono stati trattati 55 accordi, di cui una decina ancora aperti, relativi a una cinquantina di testate e ai maggiori gruppi editoriali italiani.
Ciò significa tanti prepensionamenti e il sostanziale blocco del turn over.

Sono scesi i praticanti: da 1.306 del 2009 a 868, mentre negli ultimi tre anni sono stati tagliati 3300 posti di lavoro soltanto nei tre maggiori gruppi: Rcs, Espresso e Mondadori.
Cresce dunque lo squilibrio nel rapporto fra giornalisti attivi e pensionati, con conseguenze negative sulla salute degli istituti di categoria.
Il rapporto fra attivi e pensionati continua a scendere, passando da 2,58 del 2010 a 2,45 del 2011. Tra l’altro, la maggiore contrazione riguarda il settore dei contratti Fieg/Fnsi – quelli che producono la parte più consistente della massa retributiva -, scesi a 14.951 rispetto ai 15.172 del 2010.

Fin qui i numeri.
Che dicono solo in parte della grande difficoltà in cui si trova a operare il sindacato unitario dei giornalisti. Impegnato sempre più a difendere il lavoro giornalistico, il pluralismo dell’informazione, la centralità delle redazioni. A lavorare per la tutela delle fasce più deboli della professione.
A chiedere una nuova legge sull’editoria, una riforma della Rai che la restituisca ai cittadini, il rifinanziamento del Fondo per l’editoria debole (nel Fvg i giornali della minoranza linguistica slovena), interventi mirati capaci di garantire al settore qualità e prospettive di sviluppo.
A opporsi a tutte le leggi bavaglio, ai conflitti di interesse, alle riforme peggiorative dell’attuale normativa sulla diffamazione, al carcere per i giornalisti.

Nel 2013 partirà la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro. Dobbiamo difenderlo perchè rappresenta quella rete di solidarietà e sicurezza economica e normativa uguale per tutti, così importante soprattutto per le realtà più piccole. Ma dobbiamo anche innovarlo, perchè oggi metà della professione non è contrattualizzata, gli editori approfittano della crisi per tagliare, tagliare e ancora tagliare.
Lo vediamo anche nel Friuli Venezia Giulia, dove il Gruppo Espresso continua a ridurre gli organici del Piccolo e del Messaggero Veneto, nonostante bilanci in attivo. Nel nuovo contratto, dunque, saranno necessarie nuove forme di maggiore tutela anche per i tanti collaboratori, vero anello debole della catena.
La legge sull’equo compenso e un’applicazione puntuale della Carta di Firenze saranno d’aiuto.
Ma nell’agenda del sindacato c’è anche il diritto al contratto giornalistico negli uffici stampa (da difendere e allargare nella pubblica amministrazione) e per l’emittenza radiotelevisiva, che vive una crisi drammatica.
Da ultimo ma non per ultimo, la difesa dell’Inpgi, della Casagit e dell’intero impianto di welfare dei giornalisti di oggi e di domani.

Carlo Muscatello
presidente Assostampa Fvg

Redazione

1 comment

  1. sbudella says:

    Gen 3, 2013

    Rispondi

    E LA MALATTIA ?
    E GLI INFORTUNI ?
    E LE FERIE ?
    E LA CASAGIT ?
    E LA TREDICESIMA ?
    E LA QUATTORDICESIMA ?
    E I CONGEDI PARENTALI ?
    E LA MATERNITA’?
    E LA TUTELA LEGALE ?

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