Il DIS-Ordine dei Giornalisti

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Professionisti e Pubblicisti: una divisione cervellotica che trasforma la serie A in serie B. Sotto l’ombra di una terribile crisi occupazionale. E nessuno ne parla.

La manovra Finanziaria (per quel che se ne sa) prevederebbe la soppressione di alcuni ordini professionali, tra i quali quello dei Giornalisti.

Non è ben chiaro il perché (fastidio?) o il percome (chi controllerà i giornalisti?) ma qui è in gioco una categoria professionale non da poco: il Quarto Potere.
Alle scuole di giornalismo, infatti, la professione viene presentata come il cane da guardia dei tre poteri fondamentali dello Stato: far sapere all’Opinione Pubblica cosa fanno, cosa mal-fanno e cosa non fanno Esecutivo, Legislativo e Giudiziario è una funzione, democratica, non da poco.

L’Ordine che ci sta a fare?

Dovrebbe (il condizionale è tristemente d’obbligo) assolvere due funzioni fondamentali: la tenuta dell’Albo, regolamentando l’accesso alla professione, e la giurisdizione interna, valutando caso per caso eventuali infrazioni commesse dai giornalisti (deontologia professionale etc.).

Per sommi capi questi sono i motivi per cui esiste l’Ordine dei Giornalisti: la Legge sulla Stampa (69/1963) lo istituisce e lo regolamenta nel dettaglio.
Insomma, come per Ingegneri, Medici e Avvocati, così i Giornalisti hanno un Ordine che li autorizza (iscrivendoli) ad esercitare la professione e li controlla, nei limiti del possibile, secondo dinamiche, interne all’Ordine, di autodisciplina.

Sembrerebbe tutto logico e trasparente, in teoria.
Nella pratica le cose non vanno così.
La Corte Costituzionale ha in passato parificato i Giornalisti Professionisti e Giornalisti Pubblicisti, eliminando quei sacrosanti distinguo tra chi esercita esclusivamente la professione giornalistica e chi invece fa anche dell’altro: ad esempio, il direttore responsabile (chi tiene il timone di una testata) può essere sia un professionista (uno che ha fatto pratica e poi ha sostenuto un esame di stato) che un pubblicista (iscritto con l’unico requisito di due anni di semplici collaborazioni, se regolarmente retribuite).

Raffrontando diritti e doveri delle due categorie di giornalisti, pochissime sono le differenze sostanziali: solo il professionista può opporre il diritto al segreto sulle fonti fiduciarie, solo il pubblicista può far parte dei servizi d’informazione dello Stato (i professionisti non possono divenire 007), il professionista può fare solo il giornalista (esclusività professionale: ma nella pratica non è così, visto che pullula, ad esempio, di professori universitari iscritti nell’elenco dei Professionisti, addirittura privi dell’iscrizione all’Inpgi) mentre il pubblicista può svolgere anche altri lavori, autorizzando una pericolosa commistione tra, ad esempio, giornalismo e commercio pubblicitario… il termine “pubblicista” evoca da sé la “pubblicità”.

Per il professionista quindi tanti oneri (solo sostenere l’esame con corso preparatorio, tasse e trasferte costa circa 1.600 euro e bisogna trovare qualcuno che ti faccia scrivere per un anno e mezzo con contratto di praticante -impossibile-) e pochi vantaggi pratici.

Tant’è che, tra i giovani ed i meno giovani, ci si chiede se valga la pena di affrontare fatiche, spese e stress dell’esame a Roma (scritto ed orale) per avere sì un titolo lusinghiero ma che, nella pratica, vale ben poco.

I tempi son cupi per l’occupazione in generale: nel settore giornalistico è una tragedia.
Uno direbbe: beh, se è professionista, ha titoli maggiori, quindi si inserirà professionalmente prima del pubblicista… Le balle di Noè! Perché, in generale, non solo i piccoli ma adesso anche i grandi editori, preferiscono utilizzare i servigi dei pubblicisti che, essendo ibridi per definizione, svolgono spesso l’attività con finalità accessorie, creando il reddito principale con altre attività, dimostrandosi così meno esigenti in termini di retribuzione e contribuzione.

È “grazie” anche a tanti pubblicisti per caso, che magari scribacchiano solo per vedere mamma sorridere mentre legge la loro firma o li sente sintonizzandosi sulle microfrequenze di qualche radiolina di quartiere, che, al di là dei contenuti di bassa lega delle informazioni da questi veicolate (sia chiaro, non da tutti, ci sono anche bravissimi pubblicisti che per sfiga o noia non hanno superato l’esame d’idoneità), i tariffari giornalistici sono crollati verso il basso: capita che qualche editore proponga corrispettivi a pezzo che, divisi per le ore effettive di lavoro, danno come quoziente la metà del compenso orario di un cameriere cinese irregolare (due-tre euro all’ora).

Addirittura due anni fa l’Antitrust ha cancellato, inspiegabilmente, i tariffari minimi per collaboratori, partite iva e occasionali del giornalismo. Ma ha lasciato quelli dei notai, degli avvocati e dei geometri… i giornalisti sono proprio antipatici! Meritano la giungla ed il far-west…

Per non parlare poi dei “pezzi” redatti da chi non è nemmeno giornalista. L’escamotage dell’editore – sempre con la finalità di azzerare i costi di confezionamento della notizia – è semplice quanto legale: vuoi diventare pubblicista? Allora scrivi per me, ti do due lire (mille euro in due anni) e dico al direttore di vidimarti i pezzi per iscriverti nell’elenco dei pubblicisti. Se sei bravo, non nello scrivere ma nel procacciarmi pubblicità o nel vendere “abbonamenti”, ti farò lavorare ancora, sempre però con tariffe bassissime. Potrai fare più soldi con vere e proprie provvigioni: guadagno io, guadagni anche tu.

Chiaro no?

È così che un pubblicista trova lavoro più facilmente di un professionista e se lo “beccano” a far qualcosa che stride con la deontologia giornalistica può sempre dire “faccio un altro lavoro”.

Fatto sta che in Italia, unico Paese con l’Ordine dei Giornalisti, paradossalmente i giornalisti fanno una vitaccia, sempre soggetti a ricatti e pressioni clientelari… o esclusi da occulte assemblee.

Sulla stampa convenzionale troviamo pochissimi accenni all’argomento, quasi che per i giornalisti parlare del loro Ordine sia un tabù.

 Come mai? ( segue )

Tommaso Botto

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