I banchieri banditi l’hanno fatta franca a nostre spese

Share Button

Federico Rampini l’ha scritto in un libro (Banchieri – Il nuovo banditismo globale, Mondadori) e l’ha ben spiegato ier sera a circa duecento persone che hanno partecipato all’appuntamento “L’altra marea – Approdi d’autore” alla Tonnara Florio di Favignana: l’opera dissennata e spregiudicata delle banche e dei loro manager ci ha trascinati nella profonda crisi che stiamo vivendo. Loro sono i responsabili.

banconote false
Non solo la casta dei banchieri, seguendo una sorte di scienza esoterica, basata su speculazione esasperata e feticismo monetario, ha fatto crollare la nostra economia (prima negli Usa e quindi in Europa): hanno lucrato, sia come istituti che come singoli individui, si sono accaparrati immensi volumi di denaro e perseguono in questo perverso sistema che drena capitali dall’economia buona, quella reale, quella del mondo produttivo e delle famiglie, per destinarli a quest’assurdo baraccone.
Chi paga? Pantalone! Ma perché? E perché godono di quest’impunità?
Se, come afferma Rampini, Obama ha colpito le banche responsabili della finanza tossica con pesanti sanzioni pecuniarie, il “sistema delle porte girevoli”, soprattutto in Europa -e quindi anche in Italia- ha sconfitto l’eguaglianza e la giustizia.
Conflitti d’interesse grandi come montagne sono infatti la motivazione alla base di quest’assurda situazione: la presunta competenza dei tecnocrati ha fatto si che i vertici del management bancario si siano introdotti ai vertici delle banche centrali, ossia i controllati sono divenuti gli stessi controllori, entrando e uscendo, appunto, e dalle banche e dagli istituti di controllo.
Rampini ha detto, ad esempio, che Passera, ministro dello Sviluppo Economico con Mario Monti (all’epoca in cui di sviluppo non ve ne fu proprio, tutt’altro) e Draghi, attualmente al timone della BCE, sono uomini di banca, sono “coloro che scrivono le regole ma anche coloro che andrebbero sanzionati per le loro responsabilità”.
Per cui, mentre negli Stati Uniti si è scelta la via del pragmatismo (la Federal Reserve ha inondato l’economia con 4.000 miliardi di dollari, ha svalutato la moneta di un buon 30%, ossigenando l’export, ha acquistato i crediti dell PMI, ha lasciato tranquillamente schizzare il deficit al 12%), a casa nostra, invece, si è fatto l’esatto contrario, si è optato per il feticismo monetario, si è presa la via drammatica dell’austerity, del rigorismo tutto tedesco, quasi religioso, per cui debito è uguale a peccato (in verità, die Schuld significa sia ‘colpa’ che ‘debito’).
E in Italia, ricorda Rampini suscitando rabbia sgomenta nell’uditorio, le banche hanno ricevuto 250 miliardi di euro per sanare i propri bilanci ma, a differenza degli Usa dove la ciclicità economica volge al bello già da un quinquennio, nulla degli aiuti è finito dove serviva e, soprattutto nei Paesi mediterranei, viviamo il dramma economico: questi capitali pubblici sono stati infatti ‘riciclati’ dalle banche che li hanno convogliati nell’investimento più sicuro e remunerativo, per loro, ossia i titoli di Stato, trasformando paradossalmente il rimedio in un’ennesima arrogante e sfacciata speculazione ai danni della collettività.
Quali i rimedi da approntare, allora, per uscire da questa bieca e banditesca spirale?
Per il giornalista Rampini abbiamo bisogno, più che di un singolo messia, di un pensiero forte, scevro dalle ideologie di qualche defunto economista, che ci allontani dal rigorismo della cancelliera Merkel secondo la quale, forse perché figlia di un pastore protestante, ai sette anni di vacche grasse devono seguire, come espiazione, sette anni di vacche magre.
Serve rivedere gli indici economici: PIL e spread non sono attendibili, sono indici patologici e perversi che misurano la ricchezza di ristrette minoranze in un contesto storico in cui la forbice tra pochi ricchissimi e una moltitudine di sempre più poveri va ampliandosi, confermandosi la corsa sfrenata alla diseguaglianza.
Rampini propone di introdurre l’indice di sviluppo umano, capace di integrare aspetti qualitativi con quelli, necessari, quantitativi: ma parlando di numeri, ammettiamolo, non è così facile elaborare questo sistema di valutazione economico e sociale.
Necessitiamo, in buona sostanza, di una massa critica, di una borghesia illuminata, che forse si è già formata in America, consapevole che questo sistema, quello della società patrimoniale e della finanziarizzazione macroscopica, non è più sostenibile.
Vanno riabilitate le teorie keynesiane, per cui “quando manca la fiducia e non ci sono risorse, deve subentrare lo Stato”, evitando la paura del debito pubblico.
E si dovrebbero istituire processi politici e morali contro i banchieri.

 

 

 

Tommaso Botto

Commenti

Nome *

Sito web

Ultime news