Gibellina mon amour

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Ovvero come costruire una nuova città dopo il disastro.


Trent’anni fa
nel cuore dell’antico Val di Mazara (Tp), si diede inizio alla fondazione post-terremoto del Belice (14-15 febbraio 1968) di una cittadina dal toponimo arabo Gebel Zghir (piccola montagna), nella terra che prima dei greci, fu abitata dagli Elimi e dai Sicani.  

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Gibellina_chiesa madre dello Studio Quaroni

 A pochi chilometri a valle del paese originario, completamente distrutto dal sisma, fu costruita la Gibellina nuova, in prossimità della linea ferrata tracciata durante il regno borbonico delle Due Sicilie e alla moderna autostrada Palermo-Mazara, strategicamente voluta dallo Stato repubblicano con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno.
In Sicilia non accadeva dal lontano 1693, quando dopo appena tre mesi dal terribile sisma che distrusse il Val di Noto, alcuni principi illuminati dettero forma al Barocco siciliano: lo stile che restituirà i nuovi e antichi agglomerati di Grammichele (la Palmanova siciliana), la nuova Noto, Ragusa Hibla, Catania e la gran parte dei piccoli e medi centri urbani dell’Oriente siciliano.  

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Anche nel Continente, per risalire alle più vicine esperienze di edificazione di nuove città, bisogna ricordare le bonifiche dell’Agro-Pontino del “ventennio” (realizzata con l’opera di tecnici e braccianti delle Tre Venezie) con la fondazione delle città di Sabaudia, Littoria poi Latina, Aprilia e Pomezia.  

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Gibellina_ il sistema delle Piazze di F. Purini e L. Thermes

Nuove città a cui, nei concorsi di progettazione, parteciparono i protagonisti del Razionalismo: i mai premiati Adalberto Libera, Saverio Muratori e il giovane Ludovico Quaroni che ritroviamo 50 anni dopo a Gibellina con la più interessante chiesa del Moderno italiano.  

Questo nel pieno furore dell’eredità futurista del Razionalismo italiano.  

Nell’altra isola italiana di Sardegna, fu edificata nel 1938 la città mineraria di Carbonia.  

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In Italia, un altro disastroso evento degli anni Sessanta del secolo scorso, il Vajont (Pn), fu occasione della ricostruzione della Valle del Moderno operata da insigni architetti dell’epoca.  

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In questi anni che ci separano dal Laboratorio per il Belice, dove si cimentò buona parte dell’Accademia nazionale ed europea e, dalle successive realizzazioni architettoniche di Gibellina, se ne sono lette di tutti i colori.
Per riportare l’elenco dei contributi di protagonisti, di critici della città contemporanea o di giornalisti sociologi, non basterebbe il quotidiano stampato in quel di “Brasilia” o di “Chandigarh”, le quali furono disegnate da singole maestrie, in paesaggi deserti: la prima da O. Niemeyer e la seconda ad opera di Le Corbusier, nel colore ocra che somiglia tanto al nostro colore dei tramonti.

Il limite del nostro Principe, forse, è stato quello di non prevedere la coltura di un pomodoro tipico o di un carciofo esemplare (cito il pomodorino di Pachino, paese anch’esso fondato da un principe nella Val di Noto, o la Cerda dei famosi carciofi con le spine) assieme allo stralunato paesaggio di arte contemporanea, di teatro dei mondi e il campionario di architetture dei nostri, e forse ormai demodé.

Gibellina_ piazza del Municipio di G. e A. Samonà e Torre civica di A. Mendini

Per fondare un’economia sostenibile a Gibellina nuova, non si poté espropriare il terreno bastante per l’installazione di un megacarciofo o di un gigantesco pomodoro autoctono.  

Forse la bacchetta principesca che incise la terra disegnando la città, non tracciò i nuovi latifondi da conquistare.  

E’ vero che l’immaginifica “Castalia” di Sicilia (v. il gioco delle perle di vetro di H.Hesse) non appartiene a tutti gli indigeni di Gibellina?  

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La cittadina meta di variopinti migranti, architetti sognanti, amanti fagociti di arti visive, sarà in grado di ospitare la comunità dei prossimi abitanti?  

Ci auguriamo che non sia abitata da disoccupati di lungo corso, intenti a rattoppare le crepe telluriche prodotte dai vulcani Empedocle o Marsili, o da restauratori del Cretto di Burri colato sulla topografia del vecchio paese, ma da generazioni che siano le portatrici d’acqua di pensiero e realizzazione di futuro; con l’ostinatezza, gli errori e i rimedi di chi lotta in questa terra da millenni, con la stessa determinazione di chi crede che da un disastro possa nascere un paese dove vale la pena di vivere.  

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Gibellina_ scorcio del Meeting adibito a bar e Teatro di Consagra ancora oggi incompleto

Chiedo venia per l’enfasi e le continue citazioni nascoste tra le righe.  

L’intendimento di non dire cose ovvie o già dette, si è trasformato nello sfogo di chi vive e lavora in questo luogo.  

Una terra impastata di storia d’argilla e roccia, di colore e di dolore, di una irredimibile bellezza, ha suggerito questo scritto di botto.  

Più che presentare gli illustri artefici di questo mon amour , primo tra tutti il sindaco-senatore Ludovico Corrao tragicamente scomparso la scorsa estate, ho parlato dalla mia Portaerei in bilico tra tre giganti, dove arrivano uomini di confine e tornano sentimenti cambiati.  

Come quando si va a vedere un buon film della Nouvelle vague.  

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P.S.: ovviamente, se cercate la voce Gibellina nella guida turistica promossa dall’Assessorato Regionale al Turismo della Regione Sicilia di qualche anno fa, non la trovate. La trovate nel web con la critica negativa di cui si è accennato in precedenza.   

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Vito Maria Mancuso  

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fotografie dell’autore

Redazione

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