Generazione Chernobyl: come cambiò il futuro 30 anni fa

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I ragazzi di Udine continuarono a giocare all’aperto. I bambini con le mamme comunque e sempre nei parchi.

chernobyl
Si seppe qualcosa ma non lo si capì subito: le autorità si svegliarono dopo cinque giorni.


Per almeno dieci giorni non cambiò nulla, dal lato pratico.
Quanta pioggia, in quella Primavera, ci prendemmo giocando a calcio!
Dopo una settimana l’apprensione divenne allarme: frutta e verdura sparirono letteralmente.
Il latte fresco non si beveva più: scoprimmo quello UHT. Ci scherzavamo, pensando alla vacca robot: come i bio-robot, quei disgraziati sbattuti a spalare le macerie della centrale nucleare esplosa.
A scuola smisero di somministrare la pastiglietta di fluoro (quella per i denti), dopo quindici giorni, perché risultò essere sostanza dannosa in ambiente contaminato. Se ne accorsero tardi?

Siamo stati esposti alle radiazioni anche noi: Italiani ma molto più vicini di altri connazionali alle correnti provenienti dall’Ucraina, da Chernobyl.
Deboli radiazioni ma sempre costanti: non si parlava d’altro dei contatori Geiger posizionati a Tarvisio, sull’estremo confine.
Tutti comunque lavoravano, continuavano a vivere, a studiare, a giocare… e a correre dietro a una palla sotto la pioggia.

Da trent’anni viviamo con questo dubbio, senza drammatizzare: quante ne abbiamo prese, di radiazioni, sotto quella pioggia?

Tommaso Botto

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