FAVIGNANA, 50 SFUMATURE DI ‘MUNNIZZA’

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Una breve gita tra i rifiuti nel bel mezzo dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi (Tp) assieme ad uno studioso inglese.

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A Ferragosto è tornato sull’isola di Favignana lo psichiatra inglese che ci ha rappresentato un mese fa lo strano -malato- approccio di alcuni siciliani con i rifiuti che essi stessi producono.

Ci ha voluto nuovamente rappresentare questo ambiguo rapporto con i propri ‘scarti’, preziosa preda per la Mafia che lucra su questo disordine (“concettuale”, sostiene lo studioso che vuole mantenere forte il suo anonimato): un’ ennesima passeggiata tra i rifiuti, la totale assenza di senso civico di alcuni maleducati e la loro patologica inclinazione a maltrattare il territorio esemplifica questo problema d’atteggiamento che, altrimenti, si potrebbe definire “gup antropologico”.
Tenendo comunque sempre a debita distanza le generalizzazioni (non tutti i siciliani si comportano così, un’esigua minoranza rende vani i tentativi di normalizzazione di molti), questi scatti rappresentano quel che un normale turista può trovare lungo la strada nel raggio di appena 50 metri.

Scherzandoci sopra, l’inglese ha utilizzato l’espressione “50 sfumature di munnizza”…

Follow me, please!”, ci esorta lo psichiatra inglese, nel tentativo di risvegliare le coscienze e far intervenire le autorità con le opportune sanzioni. (E turiamoci il naso).

Saliamo dal mare: calcinacci, rottami e addirittura pezzi di amianto-cemento tipo Eternit buttati in grossi mucchi alla mercé del vento e della pioggia…

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E di Eternit si muore… Lo segnaliamo da anni, qualcosa è stato fatto ma la bonifica è ancora incompleta.

Quindi, i cassonetti: c’è di tutto, soprattutto a terra (cartoni, nylon, batterie d’auto, una vecchia pompa…).

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Il cassonetto della carta è pieno di tutto, addirittura con il classico grosso sacchetto che ne ostacola l’apertura per un giusto conferimento…

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Pensate: mentre la Sicilia scoppia di rifiuti e già qualcuno si frega le mani per il ricco business della spedizione di centinaia di ecoballe da smaltire in Germania, lo scrupoloso lavoro di differenziazione dei rifiuti di tanti viene pregiudicato dallo scempio di pochi: questa carta, compromessa nella sua selezione, verrà smaltita nel compattatore dell’indifferenziato…

Sulla strada, a pochi metri, troviamo quindi una vecchia auto scassata e abbandonata: un disgusto alla vista e un sicuro pericolo per la circolazione e, con i suoi liquidi, per la sottostante falda acquifera.

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Colpo di scena! Nel campo attiguo giace la carcassa d’una vacca, uccisa o crepata da sola, non si sa, che attenderà qui, con le mosche, i ratti ed i volatili che la deprederanno, per un paio di giorni.

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Un ritrovamento misterioso: forse la vacca aveva mangiato qualche rifiuto ‘speciale’?

Quindi un cortile, con un caseggiato intero che rovina su se stesso (un super rifiuto molto pericoloso) e una vecchia barchetta abbandonata da un decennio, sicuro rifugio per i topi, i tanti topi che qui prolificano grazie all’accumulo incontrollato di rifiuti d’ogni tipo (ramaglie, pezzi d’auto, batterie etc.). Addirittura un paio di bombole di gas, mezze piene e abbandonate sotto il sole cocente della caldissima Estate siciliana (che sicurezza..!).

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Il più di questi detriti giace nel campo di fronte: se ne sono sbarazzati così, riversandoli sul terreno, assieme a montagne di ramaglie buttate dietro i muri a secco, con spregio delle numerose ordinanze che vietano tale anarchico smaltimento.

Lo psichiatra inglese (in pensione) non si avvilisce: addirittura ride di questa paradossale e pericolosa situazione (qui ci vivono e ricevono anche ospiti e turisti).
“In Camerun potete trovare situazioni del genere, anche in Tunisia, in Libia… Ma in Africa c’è miseria e non si sono ancora organizzati per gestire i rifiuti.
Qui in Sicilia, che è in Europa, scopriamo che, oltre alla Mafia che nel disordine trova il suo motivo d’essere, c’è un ancestrale difetto, una patologia della quale parla in altri termine una ben nota letteratura: ‘la roba’.
Mica tutti, eh! C’è comunque una componente sociale, stratificata nelle generazioni, che necessita di dimostrare di possedere la ‘roba’. Non si tratta di un Mastro Don Gesualdo che voleva incrementare la sua ricchezza.
E’ più un fenomeno istintuale: come fanno i cani, girano e pisciano (sporcano, imbrattano, disperdono nell’ambiente) per far vedere che è ‘roba’ loro.
Qui il Calvinismo -che vede nel lavoro un valore in sé, al di là della ricchezza che ne potrebbe derivare- non è mai arrivato.
In taluni gruppi (non parliamo nemmeno di famiglie, la famiglia qua è ben più disgregata che in altre società), la refrattarietà al lavoro e la subcultura consumistica televisiva, miscelati all’iperindividualismo di quest’epoca egoistica, hanno generato questo meccanismo perverso che induce a consumare troppo, a produrre rifiuti e ad esibirli: a far vedere che si possiede ‘roba’, anche se ti cade in testa come queste case sbrindellate.
Le bombole del gas esposte sono emblematiche, un caso clinico tipico: suggerisco a chi guarda che ho da mangiare… Non una ma due bombole: ho tanto da mangiare che non so dove metterlo. Sembra banale ma il meccanismo mentale è proprio questo.
E i Siciliani che non vogliono più sottostare a questo retaggio culturale, quelli che lavorano e che spazzano il marciapiede davanti casa (che non è ‘cosa loro’), vengono sovrastati dal vetusto-pensiero: se puliscono un cortile o una piazzola di conferimento dei rifiuti, ad esempio, il mattino successivo vedranno il loro lavoro offeso ed umiliato da una catasta di rifiuti piovuta lì nottetempo. I Siciliani, una buona parte, lo sanno: tendono allora, giocoforza, a farsi gli affari propri, ad accettare comunque questo opprimente meccanismo della ‘roba’ che prevale sul lavoro, sul ‘fare’.
Perché lo scontro culturale è fortissimo e le ripercussioni per chi vuole realmente cambiare le cose, migliorare la vita di tutti possono essere terribili: insulti, minacce, agguati mafiosi, diffamazioni, aggressioni, dispetti, danneggiamenti etc., quanto di peggio può partorire la mente umana quando è in difficoltà, quando si sente vittima di se stessa, si vergogna ma vomita il proprio disagio sugli altri.
Per questo motivo, purtroppo, un angolo di paradiso come questa magnifica isola è bistrattato come non meriterebbe nessun posto al mondo. L’alternativa per chi non ce la fa più è sempre quella: emigrare altrove, scontrandosi quotidianamente però con lo stereotipo (giustificato in parte da queste evidenti situazioni) del ‘terrone sporcaccione’ se non addirittura del ‘maccheronaro mafioso’, come sento dire nel Nord Italia o in Germania”.

Pochi casi isolati quindi, rovinano una società intera, mortificando i tanti che si rimboccano le maniche e dimostrano nei fatti di amare la loro terra e di voler cambiare in meglio la società.

Forse una sanzione, la classica multa, funzionerebbe come deterrente: ma qui lo Stato, dov’è?

Forse lo Stato, ogni tanto, si fa vedere anche qui: a pochi metri -non manca proprio nulla in cinquanta metri!- un’area intera è sottoposta a sequestro giudiziario per l’utilizzo improprio come discarica di inerti (e probabilmente altri rifiuti pericolosi e tossici)…

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Poco più in là ancora (ma ormai abbiamo superato i 50 metri, purtroppo la sfilza di ‘munnizza’ è interminabile), troviamo un angolo di paradiso dove la forza del Mediterraneo si fonde con i colori delle rocce e della vegetazione, beneficando il visitatore di salubrità e saggezza della Natura.
Ma gli sporcaccioni sono arrivati anche qua: hanno scaricato calcinacci, mobili e una vecchia cucina, proprio sui cespugli di mirto, arsi dal sole…

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Insomma: regole di convivenza civile normalmente accettate in tutto il mondo occidentale non vengono recepite da alcuni.
Lo psichiatra inglese ci ha dato la sua interpretazione scientifica… Noi riportiamo, con dovizia di foto, senza voler offendere nessuno.

A corollario, a dimostrazione che una società siciliana sana esiste (eccome!) riportiamo quanto invece abbiamo udito in un noto bar dell’isola: “Le regole vanno rispettate, comunque“.
Lo ha detto il gestore del locale, criticando l’atavica consuetudine di alcuni a raggiungere comunque in auto la banchina del porto (il cui accesso è regolamentato e riservato a pochissimi che vi lavoravano e a chi deve imbarcarsi) e a sostarvi nell’ozio e nel menefreghismo più scellerato. Un pessimo esempio di questo vecchio-pensiero: “E’ roba mia, tutto… e faccio quello che mi pare.” Un atteggiamento alla vita che non può dare buoni frutti: solitudine, pazzia e miseria sono in agguato.

 

Ricopiamo qui sotto il celebre articolo, tra i più letti di quest’Estate, che tanto ha fatto riflettere sulla maleducazione di pochi sporcaccioni e sui problemi di igiene ed ordine pubblico (quando il mucchio è troppo grande, scoppia sempre un incendio).

Rifiuti, Sicilia, Terzo Mondo

Annotiamo le osservazioni di un turista inglese, psichiatra in pensione, che studia la Sicilia, ed i suoi ‘malati’, da parecchi anni…

rifiuti sicilia terzo mondo

“Il siciliano (la siciliana) medio (a) ha un problema psichiatrico: il suo rapporto con i rifiuti che egli (ella) stesso (a) produce”.

Bando alle generalizzazioni ma qualche esempio antropologico illustra questa peculiarità etnica dal potente, catastrofico, impatto ambientale, fonte inesauribile di guadagni per la mafia, quella vera, che ci sguazza, come ratti nella ‘munnizza’.

Caso patologico n° 1:
Signora di Palermo, con fare disinibito esordisce con una confidenza che le viene dal cuore: “Io la differenziata non la faccio, mi scomoda, ma poi… serve?”. Dicendo ciò guarda ammirata l’interlocutore incontrato al cassonetto: egli, infatti, conferisce le bottiglie di plastica, schiacciate, dentro l’apposito contenitore. Lo fa da più di trent’anni… La signora lo guarda come fosse un extra-terrestre…

Caso patologico n° 2:
La super guida turistica entra nel bar e, con tre (3) bidoni per le immondizie a disposizione, scartoccia il pacchetto di sigarette e getta la plastica, rapido e furtivo, fuori dal locale. La carta trasparente vola, tocca un gabbiano che becchetta al suolo e finisce in mare. Mare, per altro, bellissimo. Adesso anche con questa plastica in più.

Caso patologico n° 3:
Un vigile urbano non resiste: deve lasciare aperti i cassonetti davanti a casa. Chiaramente si tratta di quelli predisposti per la raccolta del rifiuto indifferenziato (ce n’è ancora?). Quelli per la plastica, la carta e il vetro… non li ha mai toccati. Pare che goda a mescolarmi, anziché a differenziarli, a lasciarli in balia dei topi, quasi che i ratti fossero figli suoi. Un macello, una puzza… Il fenomeno riesce addirittura in un’impresa mitologica: butta la sabbia della lettiera del gatto, piena di microbi.., ai piedi dei cassonetti, creando nel tempo una montagnola, di grandi dimensioni, assai suggestiva.

Caso patologico n° 4:
Una signora di Trapani, per il settimo anno di fila, pone il medesimo interrogativo: “Ma come funziona ‘sto Composter? Ma li tritura prima di metterli dentro (ndr: i rifiuti)? Ma anche la plastica?”.

Caso patologico n° 5:
Una vecchia megera mezza esaurita, per dar fastidio al mondo, trasforma un giardino in un deserto, abbattendo tutti gli alberi. Affida l’incarico ad un ominide che si libera del ‘fastidioso’ rifiuto verde buttandolo dietro i muretti a secco che circondano il (fu) giardino. Con fierezza, la vecchia se ne vanta così: “Ha visto che bella pulizia che ho fatto fare?”. Dopo poco, però, la vecchiaccia scappa altrove, trovandosi a combattere con 40 gradi, zanzare e topi. Rimedierà in seguito, installando un climatizzatore (ndr: che, statene certi, terrò acceso a manetta mantenendo le porte aperte…).

Caso patologico n° 6:
Compagnia di Palermitani al mare in una baietta bellissima caratterizzata da una sottile striscia di sabbia bianca che scende sott’acqua. La domenica depredano i fondali di tutti i ricci di mare (trecento?), sbattendosene allegramente del divieto che vige da circa vent’anni.. Li divorano rapidi e rumorosi. Dove buttano i relativi gusci con tanto di spine? Proprio sulla battigia di sabbia bianca dove solitamente giocano i bimbi più piccoli…

Caso patologico n° 7:
Cassonetto per la raccolta della plastica, adiacente a quello per l’indifferenziata. Giunge un’ Alfa targata Palermo. Chi guida porta un sacco di rifiuti appeso allo specchietto retrovisore. Si ferma davanti alla ‘plastica’. Getta il sacchetto, pieno di tutto (vetro, cibo, etc.) nemmeno dentro al cassonetto. Lo lascia proprio sopra al contenitore, impedendo così a chi verrà dopo di lui addirittura di aprirlo…

Caso patologico n° 8:
Paesaggio da fiaba di uno scorcio di campagna sul mare che non trovate su Tripadvisor & Co.
I cespugli di mirto, zeppi di fiori color lavanda, chiamano le api da chilometri e chilometri. È un incantesimo con il mare turchese, gli scogli ed il verde brillante dei pini bassi, dietro ai muretti, che si proteggono dal Maestrale. Un personaggio, nemmeno vecchio, si trascina là sotto con la sua ‘Apa’ (ndr: Ape Piaggio), percorrendo il doppio della strada che impiegherebbe per raggiungere l’ecopiazzola. Qui scarica, sul mirto, una cucina e mobili in truciolare e metallo fatti a pezzi.

Caso patologico n° 9:
Gruppo di cassonetti in aperta campagna, in zona agricola. Giunge un furgone. Scende un omone con parecchi bidoni contenenti vernici e solventi. Li svuota sul terreno, con scrupolosa attenzione. Poi schiaccia bidoni e latte dentro alla campana del vetro.

Caso patologico n° 10:
“Carmelooo, il cassonetto puzzaaaa…”. E, nottetempo, il bravo Carmelo incendia il cassonetto, lasciando a terra una striscia puzzolente di plastica sciolta sulla struttura di ferro. A parte il fumo denso e acre che si è diffuso per un paio d’ore, ora c’è meno puzza.

Redazione

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