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Editoria: una pagina di giornale costa meno di 50 € ma la vendono dai 6.000 € in su
22 Giugno 2014 Comunicati
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EQUO COMPENSO, GIORNALISTI IN RIVOLTA: «VENTI EURO A PEZZO E’ UNA TRUFFA»

PRESS

Finalmente, dopo un anno e mezzo, sono stati stabiliti i minimi dell’equo compenso giornalistico, la legge promulgata a dicembre 2012 che dovrebbe, almeno nelle intenzioni, proteggere i tantissimi giornalisti non assunti, ad oggi oltre il 60% degli iscritti all’Ordine, dallo sfruttamento. Il compito di stabilire questi minimi spettava alla Commissione governativa presieduta dal sottosegretario Luca Liotti (prima di lui c’era stato, ai tempi del governo Letta, Giovanni Legnini), il presidente Fnsi Giovanni Rossi, il direttore generale Fieg Fabrizio Carotti, il presidente Inpgi Andrea Camporese e il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino. L’unico, per la cronaca, ad aver votato contro e ad aver immediatamente reso pubblico e criticato, sulla sua pagina Facebook, il documento con tutti i dettagli dell’accordo.

>> Download Parametri Equo Compenso approvati 19.6.2014 <<

Il risultato raggiunto dopo tanta attesa va infatti in senso contrario rispetto alle aspettative: la tabella dei compensi finisce per rendere i giornalisti autonomi potenzialmente ancora più poveri. «È un decreto truffa, contro il dettato della legge e contro quanto prescrive l’articolo 36 della Costituzione» tuona ad Articolo 36 Maurizio Bekar, coordinatore della commissione lavoro autonomo Fnsi. «L’aspetto pratico della delibera è una sotto retribuzione, non solo rispetto alle aspettative, ma rispetto alla possibilità di campare con questo lavoro. Poi certo quelli sono i minimi, ma voglio vedere se un editore applicherà di più». I numeri di cui parla Bekar sono effettivamente pessimi: secondo l’accordo sottoscritto, il trattamento economico minimo per un collaboratore coordinato e continuativo che lavora per un quotidiano producendo 144 articoli l’anno (di minimo 1.800 battute, dunque non “brevi”) dovrà avere un trattamento annuo di almeno 3mila euro, pari a 250 euro al mese. Calcolando una media di 12 pezzi al mese, significa 20 euro ad articolo. Peggio della peggiore delle aspettative.

E man mano che la produzione di articoli sale c’è la contraddizione di veder diminuito il corrispettivo. «Siamo all’assurdo che più lavori meno vieni pagato. E si entra poi nella logica di dire che nonostante la frequenza della collaborazione non devi per forza essere inquadrato come articolo 1 o articolo 2, quindi come dipendente, ma puoi rimanere cococo o collaboratore esterno. Sottopagato». Sì, perché superati i 144 articoli, se il collaboratore che scrive per un quotidiano ne produce tra i 145 e i 288 sempre da 1.600 battute gli potrà essere applicato un equo compenso che sia non meno del 60% del trattamento economico minimo stabilito per i primi 144 pezzi, quindi per un totale in più all’anno di 1.800 euro.

Uno dei punti cruciali è «se si sta al di sotto dei 3mila euro l’anno e dei 144 articoli l’equo compenso non potrà essere applicato». C’è poi un altro aspetto non di poco conto a cui evidentemente Fnsi e Fieg non hanno pensato e che invece l’Ordine dei giornalisti, per voce del presidente Enzo Iacopino, ha evidenziato con un testo scritto presentato proprio durante l’incontro tra le parti: «Ci sono due punti essenziali che non ci consentono di valutare positivamente la proposta di accordo tra Fieg e Fnsi che nel testo richiama al “lavoro autonomo”: il primo è il continuo riferimento ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, in contrasto con quanto prevede la legge sull’equo compenso che al suo articolo 1 prevede che gli interessati siano “i titolari di un rapporto di lavoro non subordinato in quotidiani e periodici, anche telematici, nelle agenzie di stampa e nelle emittenti radiotelevisive”». Non solo, continua a scrivere Iacopino, «prevedere “per lo stesso committente” un numero di articoli (144 annuali) di almeno 1.600 battute per un importo di 3mila euro complessivi con una media di 250 euro mensili significa continuare a condannare alla fame migliaia di colleghi».

Inoltre il testo, secondo Iacopino e molti altri, è in palese violazione rispetto all’articolo 36 della Costituzione che parla del diritto di ogni lavoratore ad avere una retribuzione sufficiente a garantire a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. «La ratio della legge sull’equo compenso» conferma Bekar «doveva essere che un giornalista autonomo avrebbe dovuto avere un reddito per vivere. Ma con quelle tariffe sfido chiunque a poterci riuscire». Il vero problema di fondo secondo il coordinatore della commissione lavoro autonomo della Fnsi è che la legge invece di essere stata applicata è stata interpretata. «Bisognava applicare l’articolo 1, vedere la retribuzione dei dipendenti, i parametri di retribuzione oraria, trovare degli schemi che, ammetto, non erano facili. Come Commissione lavoro autonomo Fnsi avevamo proposto di pattuire con il datore di lavoro un tempo di lavoro, quindi il calcolo diventava matematico: se lavoravi 12 mesi da autonomo per quel datore di lavoro percepivi la stessa retribuzione lorda del dipendente. Si è però voluta introdurre artificiosamente una restrizione dell’area dei collaboratori a cui applicarla, solo e unicamente per venire incontro alle esigenze degli editori. Si sono inventati il parametro dei 3mila euro, e abbiamo pure avuto “fortuna” che non l’abbiano fissato a 5mila».

La proposta della Clan Fnsi era sul tavolo della commissione presentata ufficialmente, «ma nessuno l’ha voluta portare al voto. Mai approvata e mai respinta». Così, prosegue Bekar, «dall’applicazione della legge si è passati a una trattativa tra le parti. Da questa logica è scaturito a questo obbrobrio giuridico contro la legge. E oltre alla parte giuridica, diciamoci la verità, ma uno come cavolo può campare con quelle cifre?» chiede animandosi sempre di più. Il testo concordato da Fieg e Fnsi potrebbe portare a ricorsi giudiziali. Per tanti aspetti: primo fra tutti perché si applica solo ad alcuni tipi di contratto, e poi perché introduce delle categorie limite di pezzi al mese. Mentre l’articolo 1 della legge sull’equo compenso, come riporta anche il testo presentato dall’Ordine, identifica come destinatari tutti i «titolari di un rapporto di lavoro non subordinato».

Questo testo poi finirà per applicarsi, come spesso capita, solo agli sfortunati, quindi a quelli che non hanno un potere contrattuale tale da poter contrattare con il direttore il valore monetario del proprio lavoro. Per questo motivo Bekar lancia una provocazione: «Se chi ha approvato quella delibera ritiene che sia un punto di avanzamento per gli autonomi, sia coerente: abbandoni il lavoro di contrattualizzato e vada a lavorare da autonomo a quelle condizioni».

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