DOSSIER LAVORO: LA SICUREZZA DI ‘STO CIPPO

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Gli infortuni sono in calo ma la sicurezza negli ambienti di lavoro e la tutela dei lavoratori non è per tutti: i precari dell’informazione non hanno alcuna copertura assicurativa.  Alcuni desistono dal denunciare gli incidenti. Sotto gli occhi dell’Inpgi, con strani accertamenti dell’Inail e il mobbing fiscale.

PRESS

Si conta in Italia un esercito di morti e feriti causati dalla mancata osservanza di regole di sicurezza, spesso basilari, sui luoghi di lavoro.
L’Inail ha registrato l’anno passato 744.916 infortuni in ambiente di lavoro, dei quali circa 800 con esito purtroppo mortale: le “morti bianche” sono in calo (-6% rispetto al 2011 e -27% rispetto al 2008) come pure gli infortuni denunciati (-9%;rispetto al 2011 e -23% rispetto al 2008). L’indice di sinistrosità conferma la tendenza a calare: in ragione di un anno, 2,6 addetti ogni 100 subiscono un infortunio mentre i casi mortali si mantengono al livello di 4 ogni 100.000 addetti. 
Analisti e commentatori imputano questa contrazione soprattutto alla crisi economica ed al calo del dato ‘lavoro‘ in generale.
Ma cronaca giudiziaria e resoconti di vita insinuano comunque un dubbio atroce, ossia che tanti incidenti vengano occultati, sia nell’ambito dell’economia sommersa (il lavoro nero), sia nella sfera della flessibilità spinta, in cui segnalare un incidente può implicare l’automatica perdita del posto di lavoro.
Anche riguardo alla tematica della sicurezza nell’ambiente di lavoro, quindi, si evidenzia l’incredibile disparità tra lavoratori tutelati e lavoratori che si devono arrangiare, adeguandosi ad un’anarchia regolamentativa assolutamente non degna d’un Paese civile.

01 Tabella Inail denunce infortunio 2008-2012

Inail denunce infortunio 2008-2012 – 17 Giugno 2013

L’assicurazione obbligatoria Inail copre ogni incidente avvenuto per “causa violenta in occasione di lavoro” dal quale derivi la morte, l’inabilità permanente o l’inabilità assoluta temporanea per più di tre giorni. Si tratta di tutte le situazioni, comprese quelle ambientali, nelle quali si svolge l’attività lavorativa e nelle quali è imminente il rischio per il lavoratore.
A provocare l’eventuale danno possono essere elementi dell’apparato produttivo, situazioni e fattori propri del lavoratore, situazioni ricollegabili all’attività lavorativa.
L’Inail tutela i lavoratori anche nel caso di infortuni avvenuti durante il normale tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo di lavoro. Il cosiddetto infortunio in itinere può verificarsi, inoltre, anche durante il normale percorso che il lavoratore deve fare per recarsi da un luogo di lavoro a un altro, nel caso di rapporti di lavoro plurimi, oppure durante il tragitto abituale per la consumazione dei pasti, se non esiste una mensa aziendale.

Questa è la regola per chi lavora come dipendente: ma il parasubordinato, l’autonomo “di comodo”, il precario, il Cococo insomma… non beneficia di queste tutele.

Non di un operaio, non di un agricoltore, non di un muratore, non di un camionista, non di un artigiano (forse un po’ si, nel senso etimologico termine, riferito al web)… bensì parliamo di un giornalista: giornalista professionista, per la precisione, free-lance, come va di moda, precario, come da definizione vittimistica, sotto-occupato come da congiuntura economica, con bassissimo reddito, come da realtà, nonostante lavori ogni giorno almeno 12 ore, festivi compresi.
Ricondurre questa particolare fattispecie di lavoratore al tema della sicurezza sui luoghi di lavoro può sembrare azzardato: “significa tirarlo proprio per i piedi” parrebbe il commento ovvio e naturale a quest’abbinamento.
E’ luogo comune intendere il giornalista come un molle ometto, seduto ad una comoda scrivania, in redazione, al calduccio d’inverno, climatizzato d’estate, con un bel computer dallo schermo grande, un telefono fisso, un tablet, un i-phone di ultima generazione; un molle ometto che ogni tanto, quando non è al caffè a leggere qualche giornale, penetra mollemente a qualche conferenza stampa, si adagia molle-molle tra l’uditorio e magari fa qualche domanda.
Rischi di sicurezza? Praticamente nulli, risponderebbe il senso comune.
Al massimo, argomenterebbe la vox populi, potrebbe incappare in una scoliosi o potrebbe incidentarsi con l’auto andando alla conferenza stampa.
Un paio d’esempi propongono, invece, tutt’altra realtà.

Innanzitutto il nostro free-lance non ha una redazione, lavora “in remoto”, una volta si diceva “da casa”: ha sì un piccolo studio ma non ci sta mai, è sempre in giro, a cercar notizie.
Teniamo fisso un dato che pochi conoscono: il 70% del “pubblicato” è prodotto dai free-lance, fuori dalle redazioni, la cui consistenza va progressivamente riducendosi. Questa atipicità giuslavoristica, quindi, si sta affermando, invece, come la prassi.
Lavorando sul web (il primo sbocco di notizie ed articoli che poi vengono declinati sugli altri media), la tempestività è tutto: armato di desktop, netbook, registratore e videocamera, compila i suoi pezzi (che siano “brevi”, “articoli” o “reportage”) direttamente in loco; non proprio sul luogo dell’omicidio -giusto per fare un grottesco esempio-, a fianco del cadavere, sulle tracce ematiche del poveretto ma un po’ più in là, su qualche panchina, in un bar, nell’abitacolo della su auto (lato passeggero, il volante ingombra).
Operando su web, particolare non irrilevante, le sue incombenze non si limitano a scrivere le dieci righe: sovente gli spetta di pubblicare il pezzo, impaginandolo, formattandolo, “linkandolo” “taggandolo” (ora il “mercato del lavoro” chiede anche quella cosa lunga e complicata che si chiama SEO-writing). Il tutto da farsi in tempo zero, perché Google non aspetta nessuno, la concorrenza è spietata e se si vogliono quei 20, 10 o 6 euro, bisogna adattarsi, farsi una ragione di questo spietato nomadismo e seguire il principio ricattatorio “no play, no pay”, che tradotto significa: “se non lo fai, non ti do più lavoro e ti perdi anche ‘sti quattro soldi, capito?”.

Che c’entra questo con la sicurezza? C’entra, c’entra…
L’occhio fisso su un monitor di 10 pollici per sei ore di fila, starà bene dopo un lustro di questa “cura”? E dopo dieci anni?
L’orecchio costantemente al telefono (con o senza auricolare cambia poco), in mezzo a mille altri rumori e sottofondi, funzionerà sempre bene dopo anni di questa frenetica rincorsa a quei 20, 10 o 6 euro?
Quelle dita svelte e ritmiche che strimpellano su tastiere d’ogni tipo, che “scrollano” mouse o touch-screen, in posizioni precarie se non addirittura in piedi senza alcun appoggio, potranno sempre contare su quelle magnifiche articolazioni (polso, gomito, spalla) che Madre Natura ha donato al nostro giornalista?
La sindrome del tunnel carpale, cos’è? Un complotto sulla costruzione della terza corsia del Corridoio 5 o un disturbo evitabile con specifiche prevenzioni, di sicurezza, appunto, sul luogo di lavoro?

Primo dubbio: se dovesse insorgere una malattia professionale, il giornalista professionista free-lance (Cococo, Copro, partita Iva o, sempre più spesso, “collaboratore occasionale”) potrà farsela riconoscere?
Sarebbe meglio evitarla -la malattia professionale- ma come si fa?
Quei cretinetti di politici che si gongolano ad avere un plotone di giornalisti microfonati e cameramen che li assedia, sui gradini di qualche palazzo, anziché concedere loro un minuto in più, in uno spazio più comodo, cosa pensano, effettivamente, della sicurezza sui luoghi di lavoro?
Ora “il mercato del lavoro” richiede che il prode giornalista free-lance riprenda anche in video l’intervistato: una mano tiene la videocamera, l’altra il microfono (o perché “non si sa mai che l’audio sia disturbato” o perché, più probabile, il committente vuole tre “prodotti editoriali” separati, ossia testo, video e audio).., il taccuino e la penna, con cosa li regge? Con la bocca? E come fa a parlare, a porre una la domanda, con la bocca altrimenti occupata?
Spintoni, calpestii, gomitate: o colleghi nelle stesse misere condizioni (ormai non vi è più cavalleria, dopo le quote rosa vince il più grosso, si passa sopra anche a Madre Teresa) o uomini in divisa o bodyguard da 100 chili, tutti allegramente minacciano la sicurezza sul luogo di lavoro del giornalista free-lance.
Lacrimogeni, petardi, bombe carta, razzi etc.: parliamo di sicurezza degli inviati allo stadio? Durante un picchetto sindacale? Durante una manifestazione studentesca?
Non tiriamo in ballo il giornalismo di guerra, ovviamente, restiamo nell’italica quotidianità.
Lasciamo perdere le aggressioni intimidatorie, violenze che il nostro giornalista professionista d’assalto ha dovuto subire da mafiosetti di provincia…
E quei tuguri di micro-redazioni multimediali dove le sedie son rotte, lavorano in quattro in cinque metri quadri, pieni di macchinari in funzione e con ‘ciabatte’ elettriche da venti prese cadauno? Saranno mica luoghi di lavoro salubri e sicuri?

Sicurezza assente, verrebbe da dire.
Anche perché, se al nostro giornalista professionista free-lance accadesse qualcosa di spiacevole, pensiamo all’infortunio, chi bada a lui?
E qui tocca fare un distinguo che tira in ballo l’incredibile disparità tra giornalisti assunti e i collaboratori free-lance, tra dipendenti e fantomatici “autonomi”.
I primi hanno tutte le garanzie previste dagli statuti dei lavoratori: hanno un reddito certo e molto elevato; se s’ammalano, stanno a casa, comunque pagati; hanno un orario di lavoro settimanale prefissato di 37 ore, con recuperi per festivi e notturni; hanno le ferie pagate; l’editore gli paga i salatissimi contributi; se devono pagarsi il dentista o particolari cure mediche per se e tutti i familiari, ci pensa Casagit; avranno una gratificante e sicura pensione; se c’è l’infortunio, ci pensa l’Inpgi. “Tutti i giornalisti, con rapporto di lavoro subordinato, nel caso di infortunio dal quale derivi un’ invalidità permanente parziale o un’invalidità permanente totale, e i loro aventi causa se l’infortunio ha per conseguenza la morte”, dichiara perentorio l’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani, la cassa previdenziale della categoria giornalistica: quel “con rapporto di lavoro subordinato” è la discriminante.
I secondi, quelli privi di “rapporto di lavoro subordinato”,dei quali fa parte il nostro prode giornalista professionista free-lance, sgobbano e basta: attrezzature e telefono a proprie spese, compensi da fame, rimborsi auto ogni morte di Papa, si pagano i contributi previdenziali (il 2% a carico del committente di Cococo, Copro e le Collaborazioni Occasionali della durata di anni, resta sempre solo sulla carta), avranno pensioni, se arriveranno vivi a quell’età, di qualche decina di euro al mese e, esperienza diretta del nostro rampante giornalista professionista free-lance, se s’infortunano… s’attaccano! Dove? Al cippo..!

Episodio numero uno: inviato su un’isola in mezzo ad una laguna infestata di zanzare (luogo di culto di una assessora regionale celtica che ha voluto organizzare proprio lì una conferenza stampa), in fase di sbarco dal motoscafo, inciampa con le sue belle scarpette di pelle estive ed impatta il piede contro una britta metallica: resiste al dolore, fa il suo lavoro, torna in auto allo studio, confeziona il pezzo (audio e testo per il web) e, dopo sette ore dall’incidente, va all’ospedale. Diagnosi: frattura di un dito del piede. E’ il primo incidente della sua vita professionale, non sa bene cosa fare, invia il referto all’editore che risponde: “Che ne devo fare?”. “Mah, sul cedolino della busta paga c’è scritto Inail, magari è da informare l’Inail”, azzarda la precaria di amministrazione, laureata in lettere antiche e ‘assunta’ con contratto di formazione a 400 euro al mese.

02 INAIL (2)

L’invitto giornalista professionista free-lance, passato qualche tempo, roso dal dubbio, gira la domanda dell’editore (“Che ne devo fare?), per il quale ha dovuto continuare a lavorare, essendoci un implicito rapporto di cottimo, all’Inpgi (la ‘previdenza’ dei giornalisti) che risponde: “Ci faccia inviare il referto dal datore…”.
Parte allora un fax… Esito: Boh? Non ne ha mai più saputo nulla, non ha mai ricevuto alcunché, ha continuato ad andare in giro con i sabot e due dita del piede “steccate” con lo scotch. Un mese di imbarazzanti difficoltà, essendo la regola sempre quella: “no play, no pay”.

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Episodio numero due: andando in redazione (una delle redazioni che frequenta, come direttore, con contratto CoPro da 300 euro al mese), per strada, inciampa in una buca creatasi nell’acciottolato indebolito da un nubifragio e si procura il fatidico “crik” alla schiena. Curvo come un giunco spazzato da un fortunale, si trascina al Pronto Soccorso: niente di rotto ma la prognosi è di sette giorni (successivamente prolungata di altri dieci) e il Pronto Soccorso la stampa su un foglio dove c’è l’intestazione “INAIL”.

03 infortunio giornalista
Nulla di grave, non è morto nessuno ma il giornalista comunica alla redazione che si è praticamente “rotto” e non può muoversi. Non perché faccia solo male ma perché proprio non può deambulare. L’editore mugugna allora che il mensile deve essere completato. Allora, inesorabilmente, il quasi giovane giornalista professionista free-lance si fa accompagnare a un paio di conferenze stampa, dopo un paio di iniezioni e, in seguito, “telelavora” come può. E l’editore gli chiede copia del referto da destinare all’Inail.
Sorpresa! Dopo una settimana, in convalescenza pro-forma, gli viene notificato il licenziamento (con l’escamotage della “cessata attività”, fatto contrario al vero).
Disperato, contatta l’Inail per avere lumi, in quanto formalmente autonomo, in ragione dell’infortunio e del licenziamento in costanza d’infortunio, una violazione dei diritti del lavoratore che ha letto da qualche parte, ancora ai tempi dell’università.
L’Inail replica che l’infortunio in itinere non è confermato dai testimoni (che non erano presenti!), ossia l’editore stesso e il suo fedele grafico, socio in compartecipazione dell’editore e figlio di un responsabile degli ispettori dell’Inail. Il giornalista professionista free-lance non ci sta, l’infortunio è in itinere, la legge lo prevede. Chiede lumi all’Inail, accennando a voce, dopo le ritrosie iniziali, della strana parentela…
Un accenno che fa scattare, all’improvviso, una sfilza di uscieri ed impiegati, sino ad allora nascosti in chissà quale meandro di quegli uffici…
Nell’imbarazzo del palazzo, non una, non due ma tre sono le lettere, uguali, che gli vengono recapitate, per posta ordinaria e a mezzo raccomandata, dall’Inail che dichiara, avendo scoperto (dopo lunghissime indagini?) che si tratta di un giornalista professionista, che l’Inail non ha nessuna competenza riguardo al caso specifico e consiglia di contattare l’Inpgi.
Ma con l‘Inpgi aveva già provato in quell’altra dolorosa occasione e nulla, nemmeno ‘sta volta, ottiene dall’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani. Ci parla solo al telefono, un annoiato “Per gli autonomi non è previsto…” fa interrompere la breve comunicazione e cascare le braccia.

05 INAIL (1)

Ma “il nostro”è giornalista, anche se claudicante, e chiede un accesso agli atti all’Inail per leggerci chiaro in quel primo rifiuto, quello del mancato riconoscimento dell’infortunio in itinere.
Risposta: “non essendo di nostra competenza”, anche se era stata avviata, condotta e chiusa la procedura ascoltando due testimoni, “per il rispetto della privacy” (è la scusa ormai adottata anche dal fruttarolo che ti vende le mele marce), l’accesso agli atti viene rifiutato.
Inoltre, come se non bastasse, Inail comunica che il numero dei testimoni s’è ridotto, da due ad uno, in quanto, scrivono proprio così, l’uno avrebbe reso le dichiarazioni dell’altro (quello legato familiarmente all’Inail). Anzi, Inail informa il lavoratore infortunato che -leggera contraddizione- non vi fu acquisizione di testimonianza formale: prima due, poi uno, quindi nessuno. Boh?

04 INAIL

Ma, spiace deludere gli insabbiatori del caso, di questo strano accertamento, questo episodio è e sarà sempre il chiodo fisso del bravo giornalista professionista free-lance.
Anche perché, fiutando un certa ambiguità in quel primo risoluto gran rifiuto, l’astuto giornalista professionista free-lance, si prodigò in un accesso agli atti parallelo, ossia destinato ad altro ufficio: questi venne serenamente accolto e, curiosità della Cosa Pubblica, ne venne fuori uno statino dal quale risultava che il nostro caparbio giornalista professionista risultava assicurato all’Inail, poiché ogni mese, dalla sua misera busta paga, veniva trattenuta una cifra destinata proprio alle casse dell’Inail. E a guardar le carte, le buste paga, i Cud, la dizione “INAIL” salta fuori ovunque.
Ovunque, per tutte le collaborazioni di una quindicina d’anni.
E mò? Che si fa?
La schiena fa male, dopo questa sceneggiata ancora di più.

 

Episodio numero tre: che si fa per campare? Si assume l’incarico anche dei più improbabili uffici stampa. Ski-journalist, c’è chi fa questo mestiere…
Uno di questi riguarda un comprensorio sciistico niente male ma, per clientelismo e familismo, la comunicazione per l’Italia (la stazione sciistica è subito al di là del confine austriaco) è affidata ad una commerciante di detersivi in braghe di tela, finanziariamente esposta e totalmente incapace di distinguere un comunicato stampa da un tweet.
Il divario cognitivo e culturale è immenso ma il giornalista professionista free-lance fa buon viso a cattivo gioco e si mette a lavorare d’impegno (ma, col senno di poi, non lo farebbe assolutamente, risponderebbe alla chiamata con una prolungata pernacchia), per il periodo contrattuale, i suoi rinnovi ed oltre (addirittura quattro mesi!) pur scoprendo subito una strana tranche esentasse transfrontaliera esterovestita da 50mila euro e un vizio costoso della committente che dovrebbe essere trattato dal Sert di riferimento…
Dopo un lungo inverno in cui l’ufficio stampa “in pianura” si alterna a frequenti escursioni sulla neve ( le chiama ski-safari) alla guida di giornalisti, fotografi, cameramen, blogger etc., unico aspetto piacevole del sottopagato accordo -un conto è l’accordo, ovviamente, un altro il contratto vero e proprio-, capita al nostro giornalista professionista free-lance sciatore, al penultimo giorno di apertura degli impianti, verso sera, un brutto incidente.

05 infortunio skijournalist

Inforca con gli sci, scendendo a valle verso la sua autovettura, un cippo confinario mezzo sepolto dalla neve: un rettangolo di granito alto cinquanta centimetri, non segnalato, e che causa una devastante caduta. “La sicurezza di ‘sto cippo”, penserà più tardi.
Entrambi i polsi slogati, la tumefazione di un ginocchio, una forte botta alla schiena (già logora e scassata) e un leggero trauma alla testa (fortunatamente indossava il casco).
Stordito e preoccupato, il giornalista, tremante, recupera i propri attrezzi: dolorante, conclude la breve discesa e prova a cambiarsi e a prepararsi per la guida. E’ preoccupato: ha paura di non riuscire a concludere, proprio all’ultimo giorno, giornata clou di quel lavoro a termine, comunque importante in un “mercato del lavoro” anarchico ed asfittico e premessa per un proseguo più stabile negli anni successivi.
Non ha paura di essersi fatto male, ha paura di perdere il lavoro.
“Tiene famiglia” e stringe i denti, gli gira la testa e pensa al da farsi: farsi portare in un ambulatorio, quindi curarsi e perdere l’ultimo, importantissimo, giorno di lavoro?
E’ tutto un gonfiore, mentre ragiona s’infila qua e là grumi di neve fredda: sinché vomita.
Si guarda allo specchietto dell’auto mentre il sole cala e il gelo scuro ammanta tutto: pallido, graffiato, con gli occhi spenti.
Non comprende il suo spavento: non è per il volo con gli sci. Il dolore c’è ma c’è dell’altro: l’infortunio gli pregiudicherebbe quell’eventuale lavoro, i precedenti infortuni non li ha riconosciuti nessuno, carte alla mano, se ne sono lavati le mani sia Inail che Inpgi.
Che fare? Farsi coraggio o chiamare aiuto e mandare a carte quarantotto quel lavoro?
Oltretutto: giornalista che si infortuna sciando? Chi gli crederebbe a Roma? Dove? In Austria, proprio sul confine (il cippo!), nella terra di nessuno, sembra la storia d’un film…
E poi, sul contrattino di una facciata quell’attività non è prevista!
Si fa coraggio: guida per novanta chilometri, sino all’ufficio della committente; con una scusa si fa recapitare il materiale per l’indomani direttamente in auto, senza scendere; vede quegli occhi lucidi e vacui che garantiscono l’incapacità d’intendere dell’interlocutrice; accenna, scherzando, al “piccolo incidente” e se ne va a casa. Dove, nonostante le insistenze dei familiari, nulla fa se non imbottirsi di antidolorifici e tentare di dormire. Sveglia alle sei, terribile ingresso in auto, autostrada, strada alpina e parcheggio: s’inventa un garzone, abbindolando un giovane turista di passaggio e si fa portare il grosso scatolone al rifugio dove trascina la sua gamba.
Termina il suo compito dopo tre ore. Ovviamente, non può sciare. Sale la febbre.
Alle quattro del pomeriggio è di nuovo a casa ma non ce la fa ad andare in ospedale.

Non andrà mai in ospedale per quelle botte.

La settimana dopo arrivano i primi grossi problemi con la committente: le scartoffie non sono in regola, manca praticamente tutto per Caf ed Agenzia delle Entrate.
E’ il mobbing fiscale: gli fan capire che se non rinuncia ai rimborsi delle spese auto e al rinnovo del contrattino per l’ultimo periodo di lavoro, quel lavoro non ci sarà più.

Il giornalista professionista free-lance, ancora a letto per l’infortunio, dopo una settimana riceve i primi segnali di crisi, crisi che degenera nella chiusura della ditta che si trasferisce, sulla carta, in Austria e… chi s’è visto, s’è visto.

Figurarsi rivendicare l’incidente!
Polso e ginocchio non funzionano ancora bene, dopo un anno; la schiena, spesso, evoca il trauma di quel brutto “volo” con gli sci e della caduta precedente; soldi per curarsi non ne ha…
Questa è la sicurezza di ‘sto cippo!

 

 

 

 

 

 

Tommaso Botto

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