Disoccupazione: dato reale ben più grave di quello ISTAT

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Per entrare nelle statistiche ufficiali, per far parte dei “disoccupati”, bisogna iscriversi ai fantomatici Centri per l’Impiego: terminata questa trafila si ha diritto all’esenzione dal pagamento del ticket sanitario, nulla di più. Nessuno infatti trova lavoro al disoccupato che deve arrangiarsi con le relazioni e  gli strumenti in suo possesso.

no job no money

Ergo, solo una parte dei disoccupati si iscrive, non nutrendo alcuna fiducia nelle Istituzioni e reputando questa procedura inutile, scomoda e lesiva della propria privacy.
Inoltre, basta lavorare pochi giorni in un anno solare per far parte di un altro gruppo, quello dei “sotto-occupati”: reddito sotto la soglia di povertà ma posizione “regolare” riguardo allo status di “occupato”, entrando così, sulla carta, in questa ambita categoria di Italiani.

E’ per questi motivi che il dato ufficiale diffuso dall’ISTAT sui disoccupati italiani, il 13% della forza lavoro, risulta a molti assai edulcorato.
C’è poi una categoria, molto più diffusa di quel che si pensi, che inficia la validità del termine “occupato”:  molti autonomi, liberi professionisti, piccoli imprenditori, sono “occupati” ma privi di reddito o capaci di racimolare solo pochi spiccioli al mese, a causa della crisi e della mancanza di un salario o tariffario minimo. Queste persone, manco a dirlo, alzano la media, essendo formalmente occupati ma devono, per vivere, fare affidamento su altre persone (parenti, amici, organizzazioni criminali). Ha senso tutto ciò?

Ancora più insensato è il trattamento riservato alle lavoratrice autonome in maternità: la partita iva resta aperta (quindi, per ISTAT sono occupate), si pagano periodicamente i contributi INPS che poi, in parte, tornano loro indietro con l’assegno di maternità ed il congedo parentale. Se cessano l’attività come purtroppo tante sono costrette a fare, non lo possono fare subito: l’INPS va pagata di anno in anno, per dodici mesi, per cui, pur non lavorando, sono costrette a pagare l’INPS, rientrando così per abbondanti semestri nelle statistiche furbe degli “occupati”.

Sul blog di Beppe Grillo un post denuncia questa strana rappresentazione statistica della realtà, sempre incline a raccontare una bella fiaba, per non fare brutta figura con l’Europa e non far scatenare sollevazioni di piazza, lo copiamo qui di seguito.

La bomba atomica della disoccupazione

“C’è qualcosa che non torna nelle statistiche diffuse dall’Istat sull’occupazione!
Come si legge nell’articolo il dato rilevato è il peggiore dal 1977, ma solo perché a partire da questo anno vengono fatte le rivelazioni trimestrali sull’occupazione! Niente, pertanto, si sa degli anni precedenti. Il sospetto è che bisogna risalire all’immediato dopoguerra per trovare dei dati così scioccanti.
Per mia sfortuna, o fortuna questo non lo so, nel 1977 io c’ero e non mi risulta che la situazione Economica e Sociale dell’Italia – pur con i gravissimi problemi in cui si dibatteva (es. terrorismo, ecc ecc) – fosse così pesante da togliere qualsiasi speranza per il proprio futuro.
Non discuto sul conteggio dei disoccupati, ma sul piano strettamente tecnico non torna il raffronto tra gli occupati del 1977 con quelli odierni! Nel 1977 infatti i contratti precari e a termine non esistevano. Ad un contratto a tempo indeterminato sicuramente fa riscontro un occupato in senso proprio, diversamente ad un contratto a tempo determinato non è detto che corrisponda un vero occupato. Se l’Istat ad esempio rilevasse come lavoratore occupato solo quelli che durante l’anno avessero lavorato Almeno per tre mesi, con un contratto a termine, i risultati emergenti sarebbero assai più drammatici di quelli diffusi! Il governo Monti ha avuto sull’occupazione del Paese gli stessi effetti devastanti di una bomba atomica. Per questo ritengo il Presidente della Repubblica il vero responsabile del disastro Italia.
Per quanto riguarda l’attuale governo fantoccio, non è certo a suon di balle che si risolvono i problemi del Paese! La precarietà è il vero nemico per il lavoro, i lavoratori ed il Paese. Altro che disseminarla a piene mani e promettendo effetti miracolosi – quasi una moltiplicazione dei pani e dei pesci in salsa poletti – biascicando concetti come “maggiore flessibilità del lavoro”. Se passasse il Job Acts renziano, credo il sindacato non avrebbe più ragion di esistere”.
Michele Barbieri

Redazione

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