Die Wettermaschine (la macchina del meteo)

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RACCONTO ESTIVO

 

LICHENI LARICE Flechte_Wolfsflechte

“Crisi agricola: scarseggiano le derrate alimentari”.
“Esodo: l’Unione Africana attua i respingimenti”.
“Il gelo eterno: Nord Italia senz’acqua, allarme sanitario”.
“Nord Africa: si agli europei che depositano un milione di euro”.
Titoli di giornali, gli ultimi, dell’anno prima: ne era pieno un furgone, ritrovato in fondo alla scarpata, venuto giù con la strada dopo la sesta galleria.

La chiamavano la “strada dei sette nani”, quando la percorrevano i turisti.
« Faccia raccogliere il carburante, portate su anche tutti i giornali! Fate presto!», ordinò il Capitano Primo al Tenente Pupazzi. Ma gli Alpini si erano già messi a succhiare con un tubicino il prezioso liquido, riempiendo le taniche; portavano a spalla le pile di carta, salendo in quel cunicolo di neve dura verso il loro improvvisato rifugio.
Da due settimane erano bloccati lì, in quella galleria ostruita dalle terribili slavine dell’anno prima e dal disumano gelo: l’ultimo anticiclone polare aveva portato aria a -50 gradi.
In più s’era aggiunta la sete: una beffa, sotto metri di neve, neppure una goccia d’acqua.

Nemmeno s’udivano più i colpi di tosse: venti militari giacevano a terra, consumati dal freddo e disidratati. Ora, con quel fuoco, avrebbero potuto sciogliere il ghiaccio e finalmente bere.
Pupazzi rammentò l’ordine del Comando, visto che sopravvivere, in quei giorni, era divenuta la priorità: “Raggiungere località Sauris -ad ogni costo-. Portare a termine operazione TALLA”.

Ci avevano provato quelli dei Servizi Segreti, dieci mesi prima: l’ultima ondata glaciale li aveva sterminati, lasciando tra i ghiacci, che continuavano ad inspessirsi, un telefono satellitare ed un paio di taccuini scritti in cinese.
Radunati gli Alpini ancora abili, sistemati gli infermi con il dubbio di ritrovarli ancora vivi, il Capitano Primo ed il Tenente Pupazzi proseguirono il loro cammino il giorno seguente.
Da sotto la spessa coltre di neve s’accorsero che qualcosa era cambiato: quell’acuto riverbero non era più così forte, probabilmente in superficie non splendeva più il sole, le nubi erano forse arrivate.
Dovevano approfittare di quella corrente umida dall’Adriatico: se la temperatura fosse salita almeno a -25 gradi avrebbero potuto raggiungere la superficie e finalmente il loro obiettivo.
D’altronde, mancava solo una galleria da percorrere ma chissà cosa c’era là sopra!

I ‘motopic’ tornarono a martellare, alimentati dal carburante prelevato dal furgone: i Genieri erano all’opera, bucavano e sgusciavano in alto, come marmotte che cercano la Primavera.
La Primavera! Era il 12 Luglio, ed era Inverno da 20 mesi!
20 lunghissimi mesi in cui le temperature erano precipitate, ogni giorno di più, con tre ondate polari che avevano sterminato il Nord Europa e tutta la fascia alpina. Il Nord America aveva visto scomparire la popolazione canadese in un paio di settimane. L’Alaska aveva resistito di più, grazie ad una corrente calda che si era mossa dal Messico, complice la bizzarria climatica globale: era divenuta un enorme campo per i profughi provenienti dalla Siberia, attraverso lo stretto di Bering.
Poi anche dall’Alaska non giunsero più notizie: il 24 Febbraio la calata dal Polo fu devastante e repentina, anche le comunicazioni satellitari cessarono di funzionare, l’elettronica non resistette alle temperature più basse mai registrate sul Pianeta.

Udine era spettrale: un unico blocco di ghiaccio, scendendo implacabile dalle Alpi, aveva amalgamato ruderi, tronchi ed animali, rendendo le strade impraticabili. Gli Alpini del Capitano Primo erano riusciti a raggiungere Ampezzo, approfittando di un’insperata clemenza meteorologica, utilizzando i mezzi invernali fatti scendere per tempo, in pianura, poco prima della catastrofe.
Impiegarono otto giorni a percorrere quei 70 km: le strade non esistevano più, proseguivano sulla neve, scansando montagne di ghiaccio, in un saliscendi imposto dalla geografia sconquassata.
I reparti alpini di Venzone e Tolmezzo erano stati annientati: le caserme erano impenetrabili, incassate nel permafrost mortale.
Poi, giunti in Carnia, iniziarono a fare i conti con una realtà spietata: transitata una veloce perturbazione, la temperatura crollò in un paio d’ore di circa trenta gradi centigradi.
L’ordine di ripararsi dentro i mezzi e di mantenere tutti i motori accessi venne dato per tempo: ma all’alba, quando si rese necessario alimentare i BV-206, il carburante stipato all’esterno congelò.
Due Alpini rimasero assiderati, nel giro di venti minuti, tentando di riscaldare un paio di barili con un fuoco improvvisato. Ne caddero altri sei nel giro di due ore, sinché alle mute di guardia venne data la consegna di mantenere accesi i falò e di starci attaccati, con i barili. Ma la lotta con il freddo durò altri quattro giorni: ripresero la marcia solo con tre mezzi dei dieci partiti da Udine.
Lasciarono ad Ampezzo gli uomini agonizzanti, con la certezza che il freddo non li avrebbe risparmiati.
Ma ripartirono con un campo d’alta pressione che non lasciava scampo. Era impossibile stare all’aperto: dopo un paio di minuti la faccia, anche se coperta dal passamontagna artico, si copriva di ghiaccio. La morte sopravveniva per soffocamento: l’umidità del respiro non perdonava, ghiacciando nelle prime vie respiratorie.
Uscendo dal cunicolo, rompendo l’ultima crosta ed intravvedendo dalla prima fessura il refolo di gelo che scendeva implacabile verso di loro, gli Alpini ebbero paura.
Ma il Tenente Pupazzi sfondò con la pala lo strato di ghiaccio e si gettò all’esterno con due Alpini: corsero per una decina di metri, buttandosi dietro uno sperone di ghiaccio, alla luce di un debole raggio di sole filtrato tra le nubi.
Qui incendiarono immediatamente un paio di fumogeni, altri due Alpini li raggiunsero, gettandovi un po’ di carburante e due pile di giornali. Provvidenziale fu trovare una massa legnosa aggrovigliata nella neve e nel ghiaccio: rovesciarono il falò su quell’enorme matassa.
S’accorsero che avevano fatto tutto in apnea e tossirono prima di respirare, non appena il fuoco iniziò ad ardere, creando tutto intorno zampillanti rivoli d’acqua che si trasformavano, dopo un paio di metri appena, in pesantissime stalattiti di ghiaccio.
Dalla galleria udirono strilli di esultanza ma anche l’ordine perentorio di chiudere il passaggio.
Il Tenente Pupazzi ed il Capitano Primo, urlando, si misero d’accordo per organizzare dalla galleria due piccole squadre.
Queste, spaccato nuovamente il coperchio di ghiaccio, sgattaiolarono da quella trincea trascinando con sé più materiale possibile.
Il movimento che iniziarono era questo: si defilavano in gruppetti di tre, avanzando verso l’alto di massimo venti metri; qui incendiavano il combustibile che avevano con loro, portandosi anche pezzi di legno e fronde d’abete che strappavano dal ghiaccio.
Così facendo, in un paio d’ore giunsero in vista dell’obiettivo.
Erano allo stremo delle forze e due Alpieri erano piombati giù nel canalone, cristallizzati dal gelo mentre temporeggiavano, fatalmente, ad innestare un ultimo chiodo di sicurezza sulla parete.
Quell’estremo sacrificio permise al gruppetto di scavalcare l’ultimo baluardo, un pezzo di volta della strada, crollata a ridosso dell’ultima galleria: da qui salirono spediti, facendo due tappe ‘di fuoco’ sul lungo costone di roccia.
L’ingresso della vecchia centrale idroelettrica era lì davanti a loro, con l’enorme cancellata di acciaio: la fecero saltare, stazionando dall’altra parte del ponte dove accesero le ultime fiamme.
I due guastatori riuscirono miracolosamente a tornare indietro, mettendosi al riparo dall’esplosione e dal gelo.
La deflagrazione fu potente e crepitò lungo tutta la vallata: si diffuse un’eco di umanità che rinfrancò gli spiriti degli Alpini esausti.
Il tenente Valentino Pupazzi sapeva cosa fare: aveva letto le informative su quei passaggi sospetti di “cinesi, a gruppi di sei, otto o anche dieci elementi” che raggiunsero Ampezzo ed “l’abitato di Sauris di Sotto”. Sapeva che qui, dentro la centrale, avevano impiantato un laboratorio e creata la galleria che raggiungeva il fondo del lago, dove c’era il paese morto, la vecchia Sauris coperta dall’acqua del lago artificiale.
L’operazione TALLA consisteva in questo: raggiungere il laboratorio, scovare la galleria sotterranea, eliminare chiunque vi trovassero, “verificare la presenza della ruota e bloccarla, rimuovendo il piccolo scrigno all’interno del dispositivo”.
Ai cinesi era scappato di mano quell’esperimento epocale.
Ritrovare il diario di Engel Hönigen von Eisberg aveva portato con sé una catastrofe immane.
I tedeschi l’avevano capito, per tempo, ma erano stati eliminati dai cinesi; un drammatico incidente, si disse: morirono tutti annegati nel lago.
Von Eisberg aveva tramandato, nel Seicento, al tempo dell’esodo di queste genti bavaresi, attraverso il Tirolo, sino appunto a Zahre (nome germanofono di Sauris), l’antica filosofia dei druidi, una tradizione orale che tramandava ricette, magie e segreti che Engel Hönigen von Eisberg aveva appunto annotato su un libriccino.
Il libriccino era andato perduto, sinché un glottologo l’aveva scoperto, per caso, nel sottotetto di un vecchio stavolo.
Quel paragrafo fu all’origine del disastro: “Qui ha attecchito l’antica Alga, il nutrimento della Wettermaschine”.
E quel macchinario, alla fin fine, fu semplice da replicare e l’equipe di linguisti, storici e botanici fece la grande scoperta: “l’antica Alga” era diffusa nei boschi di Sauris, importata da quelle antiche genti che si erano chiuse tra quelle montagne per secoli, con la loro lingua e le loro tradizioni.
Si trattava in verità d’un rarissimo licheno, originario del Mare del Nord, che cresceva copioso, ma solo qui, in lunghi filamenti cadenti dai larici.
Il suo colore biancastro, con venature violacee e verdi brillanti lo rese subito riconoscibile agli occhi degli studiosi.
Iniziarono in gran segreto, gli esperimenti: la centrale idroelettrica venne acquistata, col placet degli amministratori locali, dalla RCE (Renewable China Energy), venne ed allestito il laboratorio segreto.

Ora il Tenente Pupazzi si trovava alla testa di otto Alpini: entrarono, sconquassando tutto e accendendo piccoli focolai per fare luce e riscaldarsi; quindi tirarono dritto, scaraventandosi giù per i 181 gradini scavati nella roccia e nel lungo cunicolo.
Giunti in fondo, trovarono schiacciati ad un portone d’acciaio sette cinesi, morti congelati.
Non smossero i cadaveri, stavano anche loro per morire assiderati: posizionarono una carica, si misero al riparo e si aprirono la via.
Un vento fortissimo li fece cadere al suolo: era un getto d’aria caldissima che bruciava gli occhi.
Proveniva dal laboratorio, scatenato dall’improvvisa escursione termica: qui una ruota di circa sei metri ruotava sul piano orizzontale; aveva luci e display illuminati. Un incredibile tepore li fece quasi addormentare, iniziarono in breve a togliersi gli abiti più pesanti, un Alpino svenne. Trovarono tre cadaveri distesi su di un tavolo e due sedie.
La missione consisteva in questo: rimuovere TALLA, il nome antico di quest’alga dimostratasi micidiale, contenuta in un cofanetto al centro della ruota, che si muoveva piano piano.
Il Tenente Pupazzi si avvicinò risoluto, nonostante il fortissimo vento. Si guardò attorno e procedette a rimuovere dall’ingranaggio il piccolo astuccio con la misteriosa sostanza.
Tedeschi e Cinesi avevano costruito quella macchina, scoprendo quell’antico segreto, per fermare il riscaldamento climatico, complici l’isteria di massa ed il business planetario.
Quell’intervento si dimostrò però catastrofico: eccedettero nel dosaggio, un grosso ciuffo di TALLA rese il sistema incontrollabile, con le funeste conseguenze che portarono alla morte tre miliardi di esseri umani.
Ora il Tenente Pupazzi, sotto gli occhi bramosi dei suoi Alpini, strappava quella piccola scatoletta.
Si udì allora uno schiocco e la ruota, la Wettermaschine, si fermò.
Dall’esterno, s’udì un tuono, l’atteso tuono d’un temporale estivo.

 

Tommaso Botto

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