CENTRALI A BIOMASSA: LICENZE FUORI CONTROLLO

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Sulle centrali a biomassa se ne sono dette di tutti i colori, compreso che possono risultare pericolose per la salute se poste in prossimità di centri abitati.

A dire il vero questo è sempre stato il Leitmotiv di coloro che non ne vogliono una vicino casa, in ossequio al celebre motto “non nel mio cortile!” (NIMBY) In Italia, si sa, tutto quello che può offrire un alternativa di miglioramento, o per un motivo, o per l’altro, è sgradito ai più.

Non parliamo, poi, di come ci sguazzano le grandi lobby dell’energia.
Lo fanno talmente tanto che il nostro è l’unico Paese in cui scienziati ed ingegneri (gente che dovrebbe avere abbeverato la propria cultura professionale al pozzo della scienza e del freddo calcolo) non sono concordi persino sull’ a-b-c sul quale hanno passato anni di studio.
La ragione è molto semplice: i più rispondono a logiche da libro paga, che siano queste di origine politica o industriale.

Le biomasse, checché se ne dica, rappresenterebbero una fonte energetica intelligente e produttiva. Peccato che, come parecchie cose a casa nostra, sono gestite da cani.

Quando qualcuno dice che sono pericolose per la salute, costui sa benissimo di dire una bella corbelleria, altrimenti mi si deve spiegare perché centrali bio sono in funzione da più di cinquant’anni in tutte le città dei paesi nordici.

A Vienna, tanto per dire, ce n’è una modernissima che opera in centro città e per individuarla bisogna mettersi di buzzo buono essendo mimetizzata da palazzo antico.

Ora, se in Austria, Germania, Svezia e Danimarca in tutto questo tempo non hanno trovato controindicazioni, non vedo per quale ragione dovremmo trovarne in Italia, Paese peraltro “famoso” per la serietà degli enti preposti alla salute pubblica.

Il problema sta altrove.
Risiede nella concessione delle licenze che, di fatto, vengono accordate dagli enti locali con semplici logiche di interesse.
Ciò in assenza di un piano energetico nazionale, o su base regionale, che limiti il numero delle centrali legandolo al materiale di scarto disponibile sul territorio.

Ad oggi, una società interessata ad avviarne una, di fatto, basta che prometta introiti a comune e regione, così il gioco è fatto.
Poco importa se i siti esistenti sono già numerosi e sovradimensionati: si attingerà materiale dai mercati vergini, come quello del legno o dell’alimentare.

In quest’ultimo caso credo che non ci siano parole da spendere: bruciare cibo per ricavare energia è una bischerata che sa di bestemmia.

Per quanto riguarda la filiera del tronco, avendo superato in potenzialità quanto il mercato italiano può garantire rispetto allo scarto, va da se che pur di fare funzionare un impianto il gestore decide di attingere direttamente alla fonte materiale vergine.

Le società private che fanno ciò sono dei giganti che a colpi di mazzette riescono alla bisogna a escludere dall’ingrosso segherie e commercianti di legname da ardere.
Questi, pur di non restare senza materiale, si trovano loro malgrado a seguire i rincari dei costi che naturalmente la situazione produce.

Risultato finale: energia cara; aumento del prezzo sui lavorati del legno.

Questo non potrebbe succedere se il numero delle centrali fosse proporzionato alla massa dello scarto come, guarda caso, accade in Germania e Austria.

L’unico pericolo alla salute che le biomasse possono presentare deriva da quello rappresentato nei confronti del nostro portafoglio da amministratori “pappa e ciccia” con le lobby dell’energetico.

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EmmeU

 

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Redazione

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