Archeologia: Archeorete Egadi 2012

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Sensazionali risultati della collaborazione tra Regione siciliana e RPM Nautical Foundation. Indagini subacquee e preziosi ritrovamenti. Localizzato il braccio di mare della Battaglia delle Egadi.

 

Un animo romantico e velatamente ilozoista direbbe: “Chissà cosa provano questi reperti romani e cartaginesi, dopo 2.250 anni di silenzio sui fondali marini, seguiti al frastuono fragoroso della Battaglia delle Egadi, ad udire dialoghi inglesi ed il ‘ciabattare’ balneare del porto di Favignana?”.

Chissà…

Un prezioso rostro (quell’ariete fissato sul dritto di prua delle imbarcazioni, a forma di becco d’uccello, utilizzato per distruggere le navi avversarie) è stato oggi recuperato a 80 metri di profondità e presentato, assieme ad alcune anfore -incredibilmente integre-, al pubblico, sulla nave da ricerca Hercules, ormeggiata a Favignana (Tp).

Non è il primo: altri sei sono emersi negli ultimi anni.
Uno venne sequestrato dai Carabinieri, illegalmente detenuto da un dentista (!).
Un altro venne onestamente consegnato alle autorità dal Capitano Maltese (comandante di un peschereccio trapanese che lo issò casualmente a bordo con il pescato).

Gli altri furono recuperati sempre dalla nave oceangrafica R/V Hercules, di proprietà della statunitense RPM Nautical Foundation, organizzazione senza scopo di lucro che ha motivo di esistere e di operare, al di là dei lodevoli propositi storico-culturali, perchè la legge Usa prevede notevoli agevolazioni fiscali per le società che si applicano in questa branca del no-profit.

La Hercules incrocia queste acque dal 2005, cogliendo appieno l’obiettivo della sua missione.

Infatti, in stretta collaborazione con la Soprintendenza del mare della Regione siciliana, lo staff di bordo (archeologi, ingegneri e informatici) ha scandagliato la bellezza di 210 chilometri quadrati, ottenendo una mappatura dettagliata dei fondali dell’arcipelago delle Egadi, riuscendo a determinare la posizione esatta (3-4 miglia NW dell’isola di Levanzo, l’antica Phorbantia) dello scontro navale decisivo per la prima guerra punica.

Questa ricerca sistematica, effettuata tramite tecniche sonar e robot ‘fotografi’ subaquei ( il filoguidato Rov ed il prototipo teleguidato Auv) ha permesso quindi di appuntare sulla mappa i luoghi ove giacciono i relitti, affondati, il 10 marzo del 241 a.C., dopo lo scontro tra la flotta cartaginese, che scortava 200 imbarcazioni di rifornimenti (destinati al fortino di Erice, enclave punica, presidiata da Amilcare Barca, in un territorio già conquistato dai Romani), e la flotta di Roma.

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I ‘pezzi’ più importanti vengono quindi periodicamente portati in superficie: oltre ai sette rostri (romani e punici), elmi del tipo Montefortino ed una serie infinita di anfore.

Tutto non potrà essere portato a terra ma la nave Hercules prosegue le sue ricerche: già domani è previsto il recupero di altri due elmi…
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Bottini golosi, molto ambiti dai ‘tombaroli’ del mare: pare comunque che le azioni di contrasto a questo tipo di criminalità riescano a dissuadere i malfattori.
Un rostro integro di questo tipo, a tridente, sovente decorato con epigrafi e decorazioni (ad esempio, l’immagine di una Vittoria alata o l’iscrizione punica ‘ Possa Baal far penetrare questo oggetto nella nave nemica ‘), anche se considerato ‘inquantificabile’, viene valutato dalle assicurazioni, per il trasporto, da mezzo a cinque miioni di euro.

 

Un animo romantico e velatamente sognatore chiederebbe: “Che cosa devo fare se incappo per caso in un ritrovamento..?”

La risposta di Stefano Zangara, dirigente della Soprintendenza del mare che lavora a stretto contatto con Jeff Royal, responsabile tecnico-scientifico della Hercules, è semplice-semplice:

Prendere la posizione (con Gps o anche metodi rudimentali) del ritrovamento e comunicarla agli Enti di tutela (Capitanerie, Carabinieri, GdF, etc.) entro 24 ore, lasciando tutto lì; a meno che non ci sia qualche pericolo per l’integrità (sul baratro d’un precipizio subacqueo, in una zona di frequenti ancoraggi etc.): allora sì, è opportuno prelevare il reperto e consegnarlo alle autorità”.

Un animo per nulla romantico e molto terreno chiederebbe: “Ma si guadagna qualcosa?”.

Si”, risponde pazientemente l’architetto Zangara; “Se è riscontrabile un valore, spetta un terzo della stima dell’oggetto ritrovato. Paga lo Stato. C’è chi, dopo magari sette anni, ha incassato più di un milione di euro…”

 

 

Tommaso Botto

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