#Alpini: siamo seri!

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“1915-1918 Ciack si gira!”, la religiosità dell’Ana, San Remo e il bacio con la lingua…

Gli amici Alpini ci segnalano, con rammarico e smarrimento, alcuni fatti che snaturano il proverbiale “Valore Alpino”.

L'ALPINO NOV2014 copertina

Già la copertina del mese di Novembre 2014 de “L’Alpino”, il mensile nazionale dell’Ana, aveva fatto storcere il naso a tanti.
Un cubitale “1915-1918 Ciak si gira” conferiva una spettacolarità per nulla sobria al tema delle celebrazioni in ricordo della Grande Guerra.
Un alpino ci ha subito scritto che “600mila caduti italiani non hanno girato un film ma l’atroce realtà di una lunga, spietata e sanguinosa guerra”.
Il mensile dell’Ana, quindi, avrebbe dissacrato con questo titolo poco azzeccato proprio i valori che si pongono a fondamento dell’Associazione Nazionale Alpini, in primis il ricordo del sacrificio dei “nostri Padri”, riflessione che accomunò quei reduci che sul Monte Ortigara si radunarono per la prima volta nel Settembre del 1920.

Lo stesso mensile, a detta di molti, vedrebbe negli anni snaturata la sua linea editoriale, dando eccessivo spazio alla tematica religiosa, quasi fosse un bollettino parrocchiale: chi dirige il periodico è un prete, Bruno Fasani, e in questo non c’è nulla di male.
Ma un’Associazione d’Arma non è una setta religiosa: quanti alpini non sono cattolici? Quanti sono laici? Quanti sono ebrei? Quanti musulmani? Valdesi? Buddisti?
Insomma: quel che alcuni ci segnalano è che “siamo alpini, non chierichetti; abbiamo servito l’Italia, non il Vaticano” e che “non è serio utilizzare a fini propagandistici una rivista che, sebbene letta da un pubblico di anziani che vede avvicinarsi l’irreversibile traguardo, sicuramente a maggioranza cattolica, è destinata in verità a chi ha portato la Penna, indipendentemente dai propri credi politici e religiosi”.
alpini sanremo1
Ma un altro fatto, più leggero, sta animando le fila dei tanti che non riescono più ad identificarsi nella loro associazione.
È capitato, infatti, che il simbolo alpino per eccellenza, il cappello, sia stato impiegato, con eccessiva leggerezza, durante il recente festival di San Remo.
Scrive un lettore, di natura e carisma tipicamente alpini: “… E poi una sera (13 febbraio 2015) accendo la TV a caso, e per puro caso mi trovo su Rai1 nel bel mezzo di una canzonetta, vedere tre c…… che con tanto di Cappello Alpino in testa fanno da coreografia, facendo gli ubriachi con tanto di bottiglia….. mi ha messo una tristezza infinita !! E poi a Milano parlano di Valori e Veri Alpini ?? ….che schifo e che tristezza”.
Si riferisce a tali
Biggio e Mandelli che, cantando “Vita d’inferno”, hanno organizzato “un simpatico teatrino con tanto di banda musicale di fiati e ottoni, tavolino di osteria con alpini-doc”, come leggiamo su resoconti di stampa.
È il solito cliché ‘Alpino uguale ubriacone’, lo stereotipo fin troppe volte veicolato da mezzi di comunicazione di massa, in questo caso dalla Rai della Repubblica Italiana.
La stessa Repubblica Italiana che in questi giorni fa partire gli Alpini della Brigata Julia per il teatro bellico dell’Afghanistan.
L’Ana ha per caso stigmatizzato questo increscioso evento?

alpini sanremo

Pare proprio di no: forse perché, vedendosi destinata ad una inesorabile estinzione, essendo sospesa da un decennio la naja, propende per quel vecchio e astuto pensiero, attribuito ad Oscar Wilde: “Bene o male, purché che se ne parli”.
Magari qualche canzonettista si iscriverà come Amico degli Alpini.

Manca serietà, insomma, riguardo all’immagine degli Alpini che, fino a prova contraria, sono una ‘cosa’ seria, diremmo, per quel che vale di questi tempi, sacra.
E le Forze Armate, comunque, ci mettono del loro, in questa deriva di leggerezze.
Ricordiamoci di quel che accadde a Trieste, delle polemiche che piovvero per il Calendario dell’Esercito, ritraente soldati donne con l’uniforme storica della Grande Guerra…

Ma, senza toccare gli Stati Maggiori, una nota di costume.
Venerdì scorso, in un’osteria di Udine, è stata notata una gustosa scenetta: due alpini in divisa mimetica, senza cappello ma con grado, nome e reparto appuntati sulla casacca, si sono presi per mano per poi baciarsi appassionatamente. Il ‘vai di lingua’, ripetuto dentro e fuori dal locale, è intercorso tra un uomo e una donna, entrambi Caporal Maggiori: fossero stati anche due uomini, poco interessa. Segni d’amore che poi sono proseguiti in auto: l’amore è bello, non c’è ombra di dubbio.
Ma si può, indossando quella divisa, con la sua storia, i suoi simboli, le tragedie umane che custodisce, dare quello spettacolo in pubblico?
Un tempo -o forse ancor oggi?- vigeva il Regolamento di disciplina militare (DPR 545 1986). A memoria, vi erano (o sono ancora?) questi precetti: Disciplina, contegno militare (tenere condotta esemplare a salvaguardia del prestigio delle Forze armate), norme di tratto, senso dell’ordine, decoro e prestigio dell’uniforme…
Ma il bacio (con la lingua) tra militari in divisa non è regolamentato.

Tommaso Botto

1 comment

  1. Mattia Uboldi says:

    Feb 19, 2015

    Rispondi

    Divise portate così a bestia neanche dopo un assalto durante la 1 G. M.!

    Già da li si capisce la preparazione storica dei registi. Inoltre, che qualcuno gli “tiri” quei cappelli alpini a quei figuranti: non siamo mica all’epoca di Riccardo Cuor di Leone!

    Mattia Uboldi.

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